domenica 21 dicembre 2014

DOVE NON VIEN MAI SERA...


...è il romanzo di vita rurale di Gianni Tortini, il Maestro di San Daniele Po.
Leggendo questo libro ci si infanga le scarpe. Si respira il freddo umido della nebbia golenale. Si sentono gli sbuffi delle narici irrorate di sangue bollente dei cavalli da tiro. Si immaginano le schiene piegate e sudate dei contadini con le maniche delle camicie avvolte sopra il gomito. Si sente la “macchina da battere” che non si ferma finché non si ha finito, tra la pula svolazzante e la polvere che intona di seppia le immagini rendendole antica vita rurale indelebile nelle menti degli abitanti della pianura. 
“Il tuo cane non è marrone, è rosso terra di Siena...”. Così mi incuriosì Elvino Montagna mentre mi facevo trascinare da Furia, il setter irlandese compagno di caccia di mio padre. Io troppo piccolo, con le ginocchia perennemente incrostate, conobbi così il “Pittore rurale”, l’uomo capace di dare immagine concreta ai racconti di Tortini.
Mi piaceva disegnare, ma non avevo tempo da perdere per chiedere ai miei genitori di comperarmi dei colori quindi decisi, avendone a disposizione, di disegnare col carboncino. E a due passi da casa mia, sul confine tra il paese e la natura della bassa, avevo anche il maestro ideale. Così, armato di fogli e di matita scura iniziai ad andare a disegnare da Elvino. Adoravo il profumo delle tempere ad olio. La trementina, i quadri che abbondavano in uno studio scuro, dove filtravano raggi di luce dalla finestra con le tende chiare. Ricordo vagamente la stanza, con quadri in ogni dove ed una miriade di cavalli in ogni posizione,  di ogni colore e in ogni contesto. E mi stupivo di quell’accanirsi su di un unico soggetto, infondo non vi erano sittanti animali intorno, in campagna. E così ai dipinti si affiancavano i racconti, di quando “una volta non c’erano le macchine e i trattori. Non c’era la mietitrebbia. Quindi c’erano i cavalli a svolgere il lavoro di fatica, erano loro l’aiuto e la ricchezza del contadino. Erano il fulcro nevralgico della produzione, del lavoro nei campi e nelle cascine, comunità autonome che si rinnovavano per San Martino.
Affascinato da questi racconti disegnavo, soggiogato dalla paziente armonia che Elvino infondeva nelle sue opere. E mi sbalordiva la quiete che infondevano simili scene dipinte: atti di fatica immane capaci una volta impressi su tela di evocare, al meglio, la vita di campagna. Ricordo che guardando i quadri sentivo l’odore del grano. E adoravo vedere la stessa campagna che si rinnovava rapida al cambiare delle stagioni, con i diversi colori, le diverse mansioni, i differenti raccolti o i più disparati lavori. Erano nell’artista, oggi lo comprendo, impressi i ritmi delle stagioni scanditi dai raccolti e dai lavori rurali. Lui che era nato e cresciuto in quell’unico, faticoso mondo.
Scrisse Tortini di Montagna “...e così, attraverso la tua pittura, torna alla memoria anche la vita dei contadini, fatta di povere cose, di fatica e di estrema pazienza: una straordinaria, ostinata resistenza alle offese degli uomini e delle cose...”.
Tortini fu lo scrittore della vita contadina, Montagna il pittore. Egli lascia figurate e indelebili le scene di una campagna “dove non veniva mai sera..”

Elvino Montagna, pittore e Gianni Tortini, scrittore.

Credo che il succo della sua vita pittorica sia interamente racchiuso in un unico quadro, composizione di miniature che rappresentano tutto se stesso e il mondo che ha vissuto.

Miniature di vita rurale (collezione privata)





















venerdì 19 dicembre 2014

IL CRANIO DI STEPHANORHINUS KIRCHBERGENSIS (JAGER, 1939) DI SPINADESCO (CREMONA, LOMBARDIA, ITALIA)

The skull of Stephanorhinus kirchbergensis (Jäger, 1839)
(Mammalia, Rhinocerotidae) from Spinadesco (Cremona, Lombardia, Northern Italy): morphological analyses and taxonomical remarks – An opportunity for revising the three other skulls from the Po Valley. 

Persico D., Billia E.M.E., Ravara S., Sala B.
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S027737911400482X


An extraordinary well-preserved fossil rhinoceros skull was accidentally discovered in June 2013 on the alluvial bar of Spinadesco (Cremona, Northern Italy), on the right bank of the Po river downstream from its confluence with the Adda river on territory of Spinadesco (Fig. 1).
The area, which is well-known for its numerous palaeontological quaternary discoveries, is composed of a long crescent-shaped meander bar (about 3 km), located along the northern side of Isola Serafini, just upstream from the confluence with the Adda river, towards the south-east, where the Po meets an artificial channel that flows into the meander becoming a single channel.
Ever since the seventies large fossils and palaeontological evidence have been discovered on this bar which do not show signs of having been transported by the river probably due to the intense erosion process generated by the natural morphology of the river, the hydrodynamic context generated by the confluence with the Adda river, the current generated by the functioning of the Isola Serafini hydroelectric power station and the possible presence of surface pleistocenic fossiliferous strata. In fact only the third left upper molar (M3) is missing from the skull probably due to a post-mortem trauma.
The fossil studied in this paper is comparable to three rhinoceros skulls discovered in neighbouring areas of the Po plain. They were found in various localities surrounding of the Po plain. The one found close to San Colombano al Lambro (Milano, Lombardia) was described as Rhinoceros Merchianus Etruriae by Caccia (1928) and was later re-documented by Cantaluppi (1969) as Dicerorhinus hemitoechus aretinus. Another one was discovered at Mezzana Rabattone (Pavia, Lombardia) by Anfossi et Cantaluppi (1987) who ascribed it to Dicerorhinus hemitoechus falconeri. The third one was found in the Torrente Stirone (Salsomaggiore, Parma, Emilia Romagna) by Cigala-Fulgosi (1976), assigned to Dicerorhinus hemitoechus intermedius.
As a genus name, Stephanorhinus was first introduced by Kretzoï (1942) in honour of Stephan I, the first King of Hungary. Stephanorhinus – as a still controversial genus in literature – is here in synonymy with Dicerorhinus/Dihoplus.


The taxonomic revision of the skulls from San Colombano al Lambro and from the Torrente Stirone put better in evidence the S. hundsheimensis distribution, a species always neglected in this area throughout the time.
The exceptional status of preservation of the skull from Spinadesco reveals every diagnostic trait for its specific classification, the complete dental series and the presence of some peat residuals that had been found between the folds of the tooth. These vegetal remains are characteristic of the sedimentary facies in which the bone fossilised and they are of the great importance for future palaeoecological investigations.
During the late Middle Pleistocene and Late Pleistocene glacial stages, this area included Veneto, Carso, Istria and Dalmatia due to the fact that the Upper Adriatic had surfaced.
Up to now, the studies on the rhinoceros fossils discovered in this area have been carried out on the three skulls found in the Torrente Stirone (Parma), San Colombano al Lambro (Milano), and Mezzana Rabattone (Pavia). 
In addition to the above-mentioned skulls, other minor skeletal remains have been found along the Po such as two teeth and two radii (Bona et Corbetta, 2009). A premolar tooth, found in Torricella di Sissa (Parma), was referred to Stephanorhinus sp. (Persico, 2004), while it was only possible to determine the family for the other tooth and the two radii due to their poor preservation status and the strong resemblance of the post-cranial skeleton to the various forms belonging to the Rhinocerotidae family (Bona et Corbetta, 2009).
As is it well-known, Stephanorhinus was undoubtedly the most important European Plio-Pleistocene rhinoceros genus. It occurs with five species: S. jeanvireti (= S. elatus Croizet & Jobert, 1828), S. etruscus, S. hundsheimensis, S. hemitoechus and S. kirchbergensis.
In the middle Villafranchian the most widespread species was S. etruscus which became extinct at the end of the Upper Villafranchian. During the Early Pleistocene, preceded by a small form present in most parts of Western Europe (Mazza et al., 1993), S. hundsheimensis also appeared in large numbers yet died out at the end of the Upper Galerian. S. kirchbergensis and S. hemitoechus were also widespread in the Galerian, the latter which was used to the cold palaeoecological conditions became widespread in the post-Galerian and was the last representative of the genus to become extinct in the Late Pleistocene (Bona et Corbetta, 2009).


Ricostruzione di Emiliano Troco 
(Collezione Museo Paleoantropologico del Po)

venerdì 12 dicembre 2014

METEORITI CON CONDRULE: CONDRITI


Una meteorite è un corpo di natura non artificiale ed extraterrestre, che rappresenta il risultato dell’ablazione atmosferica (processo di rimozione di materiale dalla superficie di un oggetto mediante processi di vaporizzazione ed erosione) di un meteoroide, un frammento roccioso o metallico di dimensioni variabili, con una massa compresa tra 10-9 e 107 kg, entrato in collisione con la Terra. Quando i meteoroidi entrano nell’atmosfera terrestre si riscaldano fino ad emettere luce, formando una scia luminosa. Il riscaldamento è prodotto dall’attrito e dalla fortissima compressione dell’aria di fronte al meteorite (l’aria si riscalda e a sua volta essa riscalda il meteorite). Quest’aumento di temperatura sulla parte esterna del meteorite (temperature variabili dai 2000 ai 3000 °C) genera una crosta di fusione, con una parte vetrosa esterna, comunemente scura e alquanto sottile, al di sotto della quale normalmente non si evidenzia alcuna alterazione. La crosta di fusione è dovuta all’ablazione già prima citata, cioè alla perdita di massa che il meteoroide subisce quando è sottoposto all’attrito atmosferico. La fase di ablazione termina comunemente a 20 o 30 km di altezza dalla superficie terrestre, dove la temperatura dell’aria è molto bassa, e che il meteoroide a questo punto, avendo esaurito la propria energia cinetica, avrà ridotto la sua velocità a livelli subsonici, di conseguenza il raffreddamento della superficie sarà pressoché istantaneo (Sessa, 2013).
L'86% delle meteoriti cadute sulla Terra sono condriti.
Le Condriti sono composte di costituenti che vanno dalla grandezza di pochi nanometri fino a quella del centimetro, includono dei condruli, inclusioni ricche di calcio e alluminio (CAI), aggregati ameboidi di olivina (AOA), ferro, metalli del nichel e una matrice molto fine. Si pensa che questi componenti si siano formati come oggetti indipendenti nel disco protoplanetario da processi ad alta temperatura, come condensazione ed evaporazione. Sono generalmente composte di minerali mafici e la matrice è ricca di silicati. Le condriti sono le rocce più antiche e primitive del nostro sistema solare e rappresentano una sorta di “sedimento cosmico” (Mc Sween, 1999) prodottosi per accrezione di materiali di origini diverse.
Le Condriti ordinarie sono caratterizzate da di condrule (della grandezza di millimetri) con diverse strutture e composizioni minerali. Le inclusioni ricche di calcio ed alluminio, come anche gli aggregati ameboidi di olivina, sono piuttosto rari. Le condriti ordinarie che sono state sottoposte a metamorfismo mostrano evidenti alterazioni causate dall’acqua, evento che si verifica principalmente nella matrice. 
Le differenze a livello di gruppo vengono date dalle diverse abbondanze dei vari metalli e dalla grandezza dei condruli (Weisberg, 2006).
Le condriti hanno in genere un'età di 4,6 miliardi di anni (quindi risalenti alla formazione del sistema solare) e si ritiene che abbiano origine nella fascia principale degli asteroidi. Tra queste, ad esempio, vi si trova la meteorite caduta nel 1893 ad Alfianello (BS). 
Alfianello è una condrite ordinaria che, secondo recenti indagini analitiche, viene attribuita alla classe L6, cioè ad una categoria composta da meteoriti a bassa concentrazione di ferro (circa il 23% del peso) ed elevato grado di metamorfismo.
Di seguito sono riportate alcune fotografie scattate a un frammento di meteorite e ad una sezione sottile di Alfianello:

(Per gentile concessione del Museo del Dip. di Scienze della Terra dell'Università di Pavia)




(Sessa, 2013)

Le fotografie di seguito sono invece scattate ad una sezione sottile di una meteorite caduta in un luogo indefinito tra l’Algeria e la Libia recentemente acquistata. Per il basso contenuto in ferro e le analogie tra le condrule anche questa meteorite sembrerebbe attribuibile alla categoria delle condriti ordinarie L6, tipo Alfianello.












Reference

Mc Sweet, 1999. Meteorites and their Parent Planets. Cambridge University Press.

D. Persico, 2012. Storie da una scatola di sassi. Edizioni Delmiglio, Persico Dosimo (CR).

E. Sessa, 2013. Studio mineralogico di due meteoriti del Museo di Parma: l’eucrite Juvinas e la condrite L6 Alfianello. Università degli Studi di Parma, Tesi di Laurea.

M. K. Weisberg, T. J. McCoy, A. N. Krot (2006): Systematics and evaluation of meteorite classification. Meteorites and the early solar system II, 1, 19-52.

martedì 2 dicembre 2014

SEPTARIE

Moeraki Boulders  (Nuova Zelanda)
(http://ronorenstein.blogspot.it/2012/02/new-zealand-boulders-and-birds.html)

Le septarie sono strutture sedimentaria secondarie rappresentate da concrezioni o noduli di forma subglobosa e dimensioni variabili da pochi centimetri a oltre un metro di diametro. Sono caratterizzate da vene e fessure concentriche, talvolta radiali, spesso con cavità centrali cristallizzate. I minerali che vi si rinvengono sono essenzialmente calcite e barite, più raramente gesso, quarzo, marcasite, limonite, vivianite, ossidi di Manganese. Sono spesso fluorescenti. In Italia si rinvengono ad esempio nell’Appennino centrale, sia sul versante emiliano che, in minor misura, su quello toscano (Tealdi, 1991).

Moeraki Boulders  (Nuova Zelanda)

La genesi delle septarie è ancora dibattuta. Essendo concrezioni sedimentarie è indubbio che si generino per deposizione di sedimento intorno ad un nucleo. L’ambiente di sedimentazione dovrebbe essere equiparato ad un bacino marino, poco profondo, in una zona a clima subtropicale molto umido, nelle cui acque calde si è sviluppata una ricca fauna. Questa floridità faunistica presuppone al fondo numerosi resti in decomposizione batterica capace di incrementare il bicarbonato e l’ammoniaca disciolti. Associato a questo vi è un aumento del pH e la precipitazione dello ione Ca++ dalla soluzione. La teoria vorrebbe che la fase di decomposizione di un organismo ed eventualmente la sua fossilizzazione fossero causa e effetto per la formazione dei nuclei delle concrezioni. Ma raramente i nuclei ospitano resti fossili...


Septaria con ammonite Crioceras Oxfordiano (Jurassico superiore) Beau Voisin ( Drôme) 

Vi è quindi una seconda teoria che imputa alla nucleazione cause solamente chimiche (Vandenberghe & Laga, 1986).
Formatosi il nucleo, attorno ad esso iniziano a sovrapporsi in strati successivi sedimenti contenenti minerali che poi diverranno parte della concrezione. I minerali segregano, cioè si separano dal fluido, l’acqua marina, circolante nel sedimento durante la diagenesi. All’interno del sedimento umido si cristallizzano minerali (generalmente calcite) attorno a nuclei con forme tendenzialmente sferiche. La superficie esterna delle concrezioni litifica gradualmente screpolandosi, la disidratazione chimica incrementa la fessurazione, con la formazione di crepe di restringimento che si propagano dall’interno verso l’esterno. Come conseguenza le crepe e i vuoti si riempiono di calcite. 
Movimenti tettonici poi espongono le sezioni geologiche sedimentarie contenenti le future septarie che, soggetti ad erosione, “liberano” le concrezioni poi assoggettate a trasporto e ulteriore erosione, mettendo in evidenza il “tessuto” interno delle vene di deposizione secondaria.
Le septarie sono comune in molti luoghi d’Italia e d’europa. Nel nostro paese si annoverano, come località caratteristiche luoghi della Lombardia in provincia di Bergamo e Pavia; del Piemonte in provincia di Alessandria e Torino; in Emilia Romagna nelle provincie di Piacenza, Parma, Reggio Emilia Modena e Bologna,; in Toscana pressoFirenze, Pisa, Arezzo e Grosseto e nelle Marche tra Pesaro e Urbino e Ancona.
Belgio, Germania, Francia, Danimarca, Olanda, Regno Unito, Svizzera e Grecia presentano località famose per il rinvenimento di septarie. 
In Africa, le più famose sono certamente quelle del Madagascar.


In Madagascar, nel bacino di Majunga, nella parte nord occidentale del paese, sulla costa rivolta all’Africa, le septarie si ritrovano in formazioni di argille scistose e gessose grigie, di circa quindici metri di spessore. L’età di questi strati varia da 135/130 a 130/125 Milioni di anni fa.
In altre argille scistose grigie, in bancate più spesse (circa 50 m) e riconducibili al Malm (Giurassico medio), si rinvengono, seppur raramente, concrezioni aventi come nucleo degli esemplari di ammonite.

Queste septarie sono costituite da una matrice sedimentaria grigia, fessurata concentricamente, con vene di riempimento di calcite secondaria che va dal giallo chiaro al marrone bruno, quasi nero. A questo gruppo appartiene l’esemplare fotografato di seguito.

(D. Persico - Collezione privata)


Reference

Emiliani G. - De Septaria. Guida alle septarie e ai loro minerali e macrofossili. Massa Lombarda (Ravenna);

Tealdi E. - Mineralogia e Geologia: Vocabolario, Gruppo Mineralogico Lombardo e altri - 1991;

Vandenberghe, N. & Laga, P., 1986. The septaria of the Boom Clay (Rupelian) in its type area in Belgium. Aardkundige Mededelingen (Leuven University Press) 3: 229-238.


mercoledì 19 novembre 2014

LA PIENA DI SANT'OMOBONO


Forse sarà ricordata come l’alluvione del ’14, anche se a San Daniele Po fu soltanto una piena. Una bella, corposa piena stagionale. Un poco in ritardo causa inverno pigro, la piena ha fatto seguito a due bombe d’acqua estive capaci di rendere San Daniele più rivierasco del previsto.
“Per quest’anno abbiamo già dato” si dicevano alcuni del paese. Ma chi vive sul fiume sa che la sicurezza non è tale finché ottobre e novembre non se ne sono andati.
E così arriva la sagra, programmata e definita, due domeniche novembrine tra cultura, luna park, marubini e sport e poi Sant’Omobono, che al posto di estrarre dalla sua infinita borsa qualche sollievo stavolta ha portato acqua a volontà.
Ricordo la macchia rossa incombente sulle mappe metereologiche satellitari, con quella pupilla viola intenso al centro fissa là, tra il Piemonte, la martoriata Liguria e l’alta Lombardia, quella dei laghi.... Si proprio loro, il Lago Maggiore e il Lago di Como, i responsabili, secondo alcuni, della catastrofica alluvione del 2000. 
Qui, nella bassa dove tutto scola, qualcuno se li immagina sempre quei perfidi operai idraulici che una volta visti i loro bacini stracolmi decidono, incuranti di chi sta sotto, di aprire le malefiche, immense, insormontabili chiuse. Sono loro il Giove Pluvio capace di decidere la sorte di milioni di padani della Bassa.
“Ecco!!!!” si vociferava in piarda, “Adesso che siam zuppi svuoteranno anche i laghi!!!!!”...mentre invece già da giorni i laghi riversavano l’eccesso negli affluenti del Po, senza destar particolare attenzione.
Ma poi la perturbazione preannunciata si fece vera. E in una notte ed un lungo giorno riversò sulle prime montagne e sull’alta pianura centimetri su centimetri di tiepida pioggia che nell’autunno classico padano par proprio fuori luogo. Come temperatura, s’intende.
E allora i laghi di nuovo traboccano ed i torrenti si ingrossano ed i fiumi straripano e poi? E poi, prima o poi, tutto si riversa nel Po.
Una piena rapida preceduta da un corposo assaggio, un’onda di due metri, ben distribuita sulla distanza che, finché non la misuri, questa non appare. E scende inesorabile da lontano e non comprendi finché non si ferma alla Becca. Dove sarà mai questa Becca, oracolo per piacentini, cremonesi e parmigiani?
La Becca sta a Pavia ed è un ponte con idrometro, localizzato in un punto nodale del corso del grande fiume, ed è il livello raggiunto sotto quel ponte che lascerà prevedere di che morte dovrem morire o che santo dovrem ringraziare.
E mentre questa scende noi da basso guardiamo il fiume salire. Sale poco, ora è fermo, ora sale e un poco scende, ma la su? “La su ho sentito che sta inondando tutto, che a Milano non si vedeva una cicca mentre pioveva, che il Seveso, il Lambro, il Tanaro sono straripati, che l’Adda non da tregua e i livelli non si lasciano misurare...” sembra che Sant’Omobono stavolta ci voglia sorprendere.
Convocazione urgente in Prefettura!!!! Tutti i sindaci rivieraschi si facciano trovare. Ed intorno ad una tavola imbandita solo di tensione, facce preoccupate cercano gli occhi del tecnico dell’Agenzia per il Po in attesa di scorgere un segnale rassicurante, qualche parola di conforto, una briciola d’ottimismo e invece? Invece nemmeno si attende l’incontro. Chiamate su chiamate, bollettini via email, siti delle previsioni in allarme, SEI PUNTO VENTI! Questo ci aspetta. Ma i fiumi non si lasciano misurare con precisione e allora bisogna anticipare i tempi, bisogna prevenire.
Di corsa a casa nel paese a cercare chi il fiume lo conosce. Chi il fiume gli è già passato in casa. Si parla, e nemmeno tanto si discute. Evacuare. Bisogna evacuare per non fare la fine del topo, per non avere come nel 2000 l’acqua alle calcagna mentre si smontano i mobili, mentre si sventrano le case consenzienti nel farsi trapassare, inzuppare, insudiciare di fango e dei resti di una cloaca ingrossata dal maltempo.
La decisione è difficile. Viene d’improvviso, maledetta, tutta sulle spalle, e allora interpellato devo decidere e rassicurare. Le autorità chiedono quanto tempo penso di resistere, a che livello penso di evacuare? I numeri spaccano la testa, l’esperto dice che a 6 metri e 10 il frontiera verrà scavalcato, ma già a 5.40 potrebbe tremare, l’argine d’argilla che protegge i campi diventa anche la protezione prima delle cascine, delle case sperdute nei boschi, il diaframma di terra contadina che si frappone tra il fiume e l’argine comprensoriale, il numero due che deve affrontare la piena per proteggere il re, il maestro, il baluardo ultimo a difesa dell’abitato. 
Ragionare. La piena che verrà è importante. Ragionare. L’argine secondario è malandato, ricostruito non a modo con troppa maledetta sabbia che già d’estate si mostra in crepacci che fagliano la barriera e che non danno la sicurezza necessaria per fidarsi. Ragionare, evacuare la golena secondaria quella tra i due argini. Ragionare, che se si rompe il frontiera e l’acqua si abbatte sul secondario passano si sei (6!) ore ma queste sono troppo poche per evacuare il vecchio paese. Ragionare. Meglio proporre un sacrificio alle persone già provate chiedendo loro di evacuare. 
A differenza delle altre volte stavolta la tecnologia delle comunicazioni aiuta. Un messaggio dopo l’altro, una informazione dopo l’altra e la gente prende consapevolezza del pericolo, della necessaria tempestività d’agire ed è allora che la gente della bassa si unisce, che diventa comunità fluviale, che calzati gli stivali di gomma corre in golena ad aiutare. Ognuno con le proprie braccia, chi ci mette il carro chi sa guidare il trattore, chi avvisa le persone chi le aiuta a smontare, chi coordina le forze chi programma i soccorsi, chi telefona ai rinforzi chi si mette la divisa e comincia a insacchettare.
I SOLDATI!!! SE ARRIVANO I SOLDATI VUOL DIRE CHE E’ BRUTTA!! Senza armi e con divise smontano il paese con gentilezza e fermezza, corrono dividendosi a preparare sacchi di iuta farciti di sabbia, lo stesso materiale che rende fragile il comprensoriale. Sembra paradossale che la barriera migliore sia il sedimento inzuppato del fiume. Polvere erosa dalle montagne, opportunamente insacchettata, come soffici mattoni a formare muri temporanei invalicabili, capaci di arginare Giove fintanto che Giove lo permette.
E il sole subdolo capace di rendere inverosimile l’imminente evento si staglia sulla calda domenica autunnale come a sminuire le certezze profuse dalle autorità e le previsioni per il giorno dopo. Ma poi il giorno dopo arriva, fradicio e grigio a preludere una piena che subdola arriverà di notte, lasciando tutto il pezzente giorno a preparare un paese che nella golena è già fantasma. 
Chi dai parenti, chi dagli amici lascia la propria casa per sperare di ritornarvi presto e guarda al fiume come la minaccia ricorrente, ma le proprie radici non le vuole strappare. Sommo senza il fiume sarebbe solo fantasia. Un paese più volte ferito dal fiume ma che tiene a ricordare che aveva un Porto e che se si trova li è proprio grazie al fiume ed ora non vuole più farsi tradire.


Scende la notte, acqua dal cielo spazzata dal vento. Luci dei fari e dei mezzi di soccorso. Il frastuono della ruspa, gli ordini dei soldati, la fretta nelle gambe di tutti quanti fino alla notizia che ferma il tempo: ALLA BECCA SI E’ FERMATO. Non è stato così esagerato. Vediamo a Piacenza cosa combina e sapremo quanto farà a Isola Pescaroli. Passano le ore, il livello cresce lentamente ed estenuante, due centimetri l’ora, ci vorrà ancora molto tempo.  Si confortano gli amici, si rassicuria la gente, che forse anche stavolta la riusciamo a scampare. A Piacenza ha rotto, vediamo a Cremona dove si intende fermare....Quattro e cinquanta, forse quattro e trenta...ecco il caposaldo.  
A Isola farà un metro in più. 
Forza ragazzi che il frontiera 5 metri e 30 li riesce a tenere; prepariamo i sacchetti per i fontanazzi che, se tenuti a bada, saranno la nostra salvezza. 
La notte sarà lunga. La torcia è sul livello. Alle tre passa la piena. Nel frattempo monitoriamo la barriera e attendiamo lo stabilizzarsi delle acque. Quattro chiacchiere, ricordi di alluvioni passate e si fa l’una, si fan le due e a metri 5.30 Giove decide di non salire più. 
Mi siedo su una sedia, frugo nel tabacco e rimbocco la pipa, accendo una zaffata di sapori e penso che l’abbiam scampata. Vado a riposare. Qualche ora, fino alle quattro quando suona il cellulare ed il sindaco poco a monte felice mi dice che la piena da lui è passata. E non ha fatto danni.
Non dormo più. Accendo il Mac e scrivo nella rete: “5.30 m come da ultima previsione.
La piena sta lentamente passando, la felicità rapidamente tracima.
Attendiamo ancora qualche ora per dire se l'abbiamo sfangata ma il peggio sembra passato. (Sommo è salvo)”.
Passa un minuto, squilla un “Mi Piace”. 

C’era qualcun altro, nella Bassa, che non dormiva.

sabato 8 novembre 2014

NIPPONITES (Troco and Persico, 2014)


Nipponites è un genere di molluschi cefalopodi appartenente al gruppo delle ammoniti. Visse nel cretaceo superiore (circa 70 milioni di anni fa); i suoi resti sono stati trovati in Giappone e negli Stati Uniti. La forma della conchiglia di queste ammoniti era decisamente bizzarra: a prima vista, le spire svolte si intersecavano disordinatamente formando un groviglio altamente irregolare. A un esame più attento però, si riconosce un disegno preciso di elementi che continuano a ripetersi: in sostanza, la conchiglia era costituita da un reticolo tridimensionale a forma di U. 
Sulla conchiglia era presente una complessa sutura, ma le coste erano semplici. Una delle specie più note è Nipponites mirabilis del Giappone, dal diametro di circa 6 centimetri.

Come molte altre ammoniti svolte, si pensa che la Nipponites fosse un animale dallo stile di vita planctonico: probabilmente si faceva trasportare dalle correnti e si muoveva verticalmente seguendo le acque calde del Cretaceo superiore. Si nutriva di piccoli organismi catturati mediante i tentacoli che sporgevano dalla conchiglia.
La Nipponites rappresenta una delle forme più estreme nella storia evolutiva delle ammoniti, e non a caso è apparsa nella documentazione fossile soltanto nel corso del Cretaceo superiore. Probabilmente si è sviluppata da forme avvolte a spirale ad elica come Bostrychoceras e Turrilites
Delle Nipponites si sa relativamente poco. Tutto ciò che è riassunto nei paragrafi sopra riportati è frutto di limitati ritrovamenti giapponesi e statunitensi. Ricostruire un paleoambiente con queste ammoniti in vita è stata quindi una sfida che paleontologo e paleoillustratore hanno voluto affrontare per misurarsi e perché no, divertirsi con un soggetto che in generale non ha mai attratto particolare attenzione.
La sfida si è concretizzata definitivamente dopo una visita all’Atelier Troco, presso Cividale del Friuli, dove una bozza del dipinto era già accantonata in attesa di essere completata tra i diversi e più disparati soggetti artistici. Sintomo di una curiosità innata da parte dell’artista, verso soggetti problematici ma stimolanti.
Troco è un paleoillustratore naturalista. Un pittore capace e consapevole che solo l’attualismo può essere la chiave per rendere il dipinto di specie estinte un’ipotesi plausibile e naturalisticamente armonica. Mai un soggetto scontato, e mai un esemplare rappresentato in posizione da modello per cartolina.
Se le Nipponites erano planctoniche e se l’ipotesi di trasporto passivo mediante correnti marine è corretta allora poteva succedere che queste, viventi in colonie planctoniche, potessero spiaggiare a causa di imponenti mareggiate su qualche spiaggia perduta nel Cretacico superiore tra le coste del “paleoGiappone” o del “paleoTexas”, dove gli strati sedimentari testimoniano ancora oggi gli antichi trascorsi di questi strani molluschi.
Supponendo quindi per reali tutte le ipotesi e le considerazioni precedentemente riportate,Troco ed io abbiamo immaginato una spiaggia cosparsa di questi particolari molluschi.
Una analogia non trascurabile esiste, a mio giudizio, tra la forma generalmente “globosa” (seppur generata da un tubo ad U più volte ripiegato) delle Nipponites e quella sferica o pseudosferica delle coccosfere di Haptophyceae, alghe unicellulari, dal corpo globoso, caratterizzate da una copertura di placche calcaree.
Uno degli scopi di questa copertura “sferica” delle alghe calcaree, è quello di agevolare il trasporto planctonico ad opera delle correnti marine. Non una forma idrodinamica, bensì una forma galleggiante, che oppone resistenza, adatta ad essere facilmente trasportata.
La galleggiabilità delle coccosfere è data dalle ridotte dimensioni della cellula, e dalla morfologia dei singoli coccoliti, cioè le placche che ricoprono il corpo cellulare, spesso caratterizzata da eliche e prominenze.


Nel caso delle Nipponites, le dimensioni sono molto differenti, seppur contenute, e la galleggiabilità è favorita, oltre che da queste, anche dall’azione di spostamento gas-acqua esercitata dal cefalopode per privilegiare gli spostamenti batimetrici. Non una motilità orizzontale volontaria, la morfologia non lo consentiva, ma una risultante globulare che ricorda da vicino la forma terziaria delle proteine, oltre ad un peso specifico variabile utile per migrare batimentricamente.
Il trasporto passivo e la scarsa motilità volontaria, suggeriscono una dieta di tipo planctonico, fatta di piccoli organismi, viventi nella colonna d’acqua, trasportati anch’essi passivamente o comunque motili ma subordinati all’energia delle correnti.
Oggi non esistono cefalopodi con questo stile di vita, se non i nautilus che comunque manifestano una motilità volontaria certamente maggiore alle Nipponites. Animali con questo stile di vita potremmo identificarli nel gruppo di alcuni celenterati marini come la caravella portoghese (Physalia physalis Linnaeus, 1758), un sifonoforo costituito dall’aggregazione di 4 diversi organismi (zooidi) talmente integrati da dipendere l’uno dall’altro per sopravvivere. Non è poi così sbagliato quindi considerare la caravella portoghese un organismo.
Munita di un organo galleggiante, questa specie, viene trasportata passivamente dalle correnti marine, affondando una chioma di tentacoli riccioluti urticanti, utili per predare.
A questa specie ci si è ispirati per rappresentare le sconosciute parti molli delle Nipponitescui è stato lasciato, nel dipinto, un colore evocativo tendente al rosa e all’azzurro.


L’aspetto generale però non può essere altro che quello dei cefalopodi. Ecco quindi che un corpo sormontato da due occhi specializzati, si proietta in una chioma di tentacoli prensili ma più passivi di quelli dei parenti prossimi. Come strutture specializzate, per regressione, ad appendici per la cattura planctonica, pur in assenza di cellule urticanti.
Le ammoniti spiaggiate, pertanto, sono rappresentate con parti molli molto afflosciate, alla stregua delle caravelle portoghesi che spesso si osservano attualmente in abbondanza tra i ciottoli delle spiagge liguri.


Le dimensioni delle Nipponites erano ridotte, circa 6 cm di diametro. Nel dipinto si è resa necessaria una associazione con organismi estinti ma con discendenti attuali come il limulo.
La specie coeva alle Nipponites, rinvenuta in medesime formazioni geologiche del Texas (USA) è la Crenatolimulus paluxyensis, di cui viene di seguito riportata una immagine, che aveva dimensioni di circa 15, 16 cm.


Crenatolimulus paluxyensis


A questa specie, sono state associate anche valve di veneride, tipici bivalvi del cretaceo superiore, che presentano innumerevoli analoghi attuali che abbondano sulle spiagge marine sabbiose come quelle dell’Adriatico, per esempio.



Il quadro finale quindi è una spiaggia localizzata nei pressi di una foce fluviale, dopo un evento di tempesta, caratterizzata da numerose Nipponites spiaggiate di recente, su di un sedimento sabbioso-limoso, con ciottoli sparsi, e valve di veneridi, con un Limulo ancora in vita come si rinviene abitualmente nelle lagune salmastre della Florida soggette a mareggiate.



Come per gli antichi pescatori le meraviglie del mare si preannunciavano frammentarie sulle spiagge rinnovando lo stupore ma aumentando il mistero delle acque, così noi, scandagliando metaforicamente spazio e tempo attraverso le formazioni geologiche marine del Cretacico superiore, abbiamo tentato di resuscitarne frammento di antica memoria. 

References


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