sabato 9 marzo 2013

AMMONITES


Ancyloceras sp. (Foto D. Persico)

Ancyloceras sp. (Dipinto di E. Troco)


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Scaphites sp. (Foto di D. Persico)

Scaphites sp. (Dipinto di E. Troco)

venerdì 8 marzo 2013

"...QUELLE OSSA IN RIVA AL FIUME"


Addentrarsi nella golena del Po significa recuperare la memoria di un ambiente naturale che ormai nella Pianura Padana è soltanto un lontano ricordo.
Percorrendo le sponde interne dei meandri si raggiungono ampie distese di sabbia, conosciute come barre di meandro, sulle quali anche l’osservatore più distratto può facilmente imbattersi in qualche resto fossile. Testimonianze di animali e vegetali vissuti in epoche passate ritornano alla luce grazie all'incessante attività del fiume.
Notizie di fossili lungo le spiagge del Po si ritrovano già nella letteratura della prima metà del 1500. Vi sono addirittura scritti antecedenti con riferimenti a reperti trovati nell'alveo del fiume fin dai tempi di Ludovico Sforza.
Ancora oggi, e forse a maggior ragione, il fiume è sempre più meta di appassionati di Storia Naturale che, nella casualità di un ritrovamento paleontologico, possono assaporare i piaceri di una vera scoperta scientifica. E’ grazie al contributo di persone come Romano Amici e Paolo Panni di Zibello, ad esempio, che è stato riportato alla luce  parte di quel prezioso patrimonio paleontologico utile per ricostruire la preistoria della pianura. In oltre un decennio di ricerca, sono stati recuperati oltre 500 reperti fossili che oggi rappresentano l’intera collezione paleontologica del vicino Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR). 
Leggende e convinzioni comuni si sono fatte strada nel corso degli anni tra la gente della bassa casualmente imbattutasi in questi reperti. La spiegazione che più comunemente si sente raccontare da queste persone, è che queste ossa altro non siano che i numerosi resti dei cavalli affogati nel fiume a seguito alla rovinosa ritirata compiuta dai tedeschi al termine della seconda guerra mondiale. Una logica correlazione che le persone anziane effettuano, avendo vissuto quella amara ed impressionante pagina di guerra, fatta di morte e di resti che ben si prestano ad interpretare il ruolo dei fossili. 
Ma cosa succede quando i resti fossili risultano palesemente in disaccordo con questa teoria post bellica? Succede che resti di bisonte, elefante, mammut, alce e cervo gigante, cioè specie estinte per le quali non si trovano analoghi nella fauna locale, vengono custoditi e nascosti in attesa che qualcosa o qualcuno, prima o poi, possa far luce sul “mistero”. 
Stephen J. Gould, paleontologo americano, durante la sua ammirevole carriera di scienziato scrisse: "Le scoperte più importanti si fanno nei cassetti dei musei". Si tratta di una realtà sacrosanta, come altrettanto vera è la realtà delle mirabili scoperte, relative ai fossili del Po, che si possono fare nelle cantine della bassa.
Da quando il Museo Paleoantropologico del Po si è rinnovato facendosi conoscere più ampiamente sul territorio, molte cantine si sono spalancate per ridare luce e lustro ad antiche scoperte paleontologiche che tempi non maturi per la consegna, portarono ad ammuffire o ad arredare rustici e polverosi ambienti di campagna.
Qualche anno fa, venne ritrovato un enorme femore di mammut rinvenuto presso Spinadesco (CR), su una barra fluviale del Po ad opera di un padre e di un figlio che collocarono la gamba del gigante nella loro soffitta per almeno 30 anni. 
La scorsa estate invece è stato il turno di un bisonte, un cranio di incredibili dimensioni,  ritrovato dallo scomparso Benito Grossi, presso Polesine Parmense (PR), e conservato appeso alla parete di una baracca in riva al Po per almeno un ventennio, fino a quando il figlio Francesco, sollecitato da Romano Amici, curatore del Museo della Civiltà contadina di Zibello, decise di donare il fossile al Museo di San Daniele Po, condividendolo con la scienza e con il pubblico. Non è però solo il volere degli uomini che permette di venire a conoscenza di simili tesori, ma anche quello del fiume, da sempre protagonista e attore essenziale. 
Il duemila, ad esempio, fu l’anno della catastrofica alluvione del fiume Po. L’evento coinvolse il Piemonte, la Valle d’Aosta, la Liguria, l’Emilia Romagna e la Lombardia generando oltre 40.000 sfollati. Catastrofi di questo tipo, grazie alla loro straordinaria intensità, sono spesso accompagnate da imprevedibili quanto straordinari effetti collaterali, come ad esempio il ritrovamento eccezionale di reperti fossili. A seguito di quell’alluvione infatti, numerosi furono i ritrovamenti paleontologici che si susseguirono in provincia di Parma e di Cremona, specialmente nei periodi tardo invernale ed estivo successivi alla piena, quando la secca del Po fece emergere uno scenario fluviale tremendamente mutato rispetto gli anni precedenti. 
La golena era irriconoscibile: il passaggio dell’onda di piena generò una morfologia naturale fatta di nuovi accumuli sedimentari e segnata dall’erosione di potenti bancate di sedimenti vegetati. Dove vi erano residui di boschi naturali sulle rive alte del fiume, rimasero soltanto conche semicircolari scavate nel terreno, come i morsi di uno squalo affamato capace di divorare gli strati superficiali della pianura.
A seguito della segnalazione ad opera di una persona frequentatrice del fiume, vennero recuperati alcuni resti umani sulla barra sabbiosa tra Motta Baluffi e San Daniele Po.
Si trattava in particolare di un piccolo cranio, grande poco più di una noce di cocco che divenne il primo cranio umano conservato nel Museo di San Daniele Po. Il reperto che, per colorazione e peso poteva essere riconosciuto come antico, era quasi interamente intatto, anche nelle sue parti più fragili. Quest’indizio, unito alla mancanza di segni di trasporto fluviale, fu utile per ipotizzare la scarsa percorrenza del fossile nel fiume e la possibile vicinanza del sito di sepoltura primaria rispetto al luogo di ritrovamento.
Sulla base di tali supposizioni furono organizzate ricerche in zona, convogliando in questi luoghi gran parte delle persone che generalmente frequentano il fiume alla ricerca di altri resti. In poco meno di quattro anni, furono ritrovati altri sette crani umani, tra i quali uno proveniente proprio dalla spiaggia di Zibello ad opera di Paolo Panni, divenuti oggetto di uno studio scientifico pubblicato qualche anno più tardi. 
Questi resti, attribuiti sommariamente al periodo preistorico dell’Età del Bronzo (da 3500 a 1200 anni fa) a seguito della concomitante abbondanza di resti di manufatti in ceramica, dimostrano, uniti ai numerosi siti terramaricoli sparsi nella bassa pianura parmense e reggiana, quanto popolosa fosse la Pianura durante la preistoria. In un ambiente fortemente caratterizzato dalla presenza del Po e dei suoi affluenti, acquitrini diffusi erano la norma e villaggi, che spesso sorgevano su palafitte protette da arginature, si dislocavano in diversi punti di questo territorio che offriva abbondanza di cibo grazie alla selvaggina e alle coltivazioni dei terreni strappati alle paludi. La storia più recente, priva di quegli animali antichi e possenti, delle belve feroci e delle alternanze climatiche fredde e calde che riconosciamo negli strati argillosi e sabbiosi del Grande fiume, è quella caratterizzata dalla presenza sempre più numerosa dell’uomo, che per il proprio sostentamento ha saputo trasformare a tal punto l’ambiente che lo ospita da rendere quasi incomprensibili quegli indizi fossili che periodicamente riemergono dal fiume.

sabato 2 marzo 2013

SOMMERSI DALL'EVOLUZIONE



Sono un naturalista fluviale, nel senso che il fiume per me ha da sempre rappresentato l’idea di natura selvaggia e poi crescendo, complici gli studi naturalistici, la metafora dell’evoluzione della vita intesa secondo darwiniano pensiero.
Darwin ha adottato, come rappresentazione dell’evoluzione biologica, la figura del corallo ramificato che, sospinto da fattori ambientali, va incontro a uno sviluppo non strumentalizzabile dall’uomo, esattamente come il corso di un fiume che, mosso unicamente dalla forza di gravità, segue un percorso apparentemente illogico, determinato dalle innumerevoli sfaccettature geomorfologiche che caratterizzano la regione sulla quale scorre.
Certo, si potrebbe obiettare che in fondo un fiume ha un senso unidirezionale, ma l’evoluzione in fondo, pur con infinita variabilità, non continua nel tempo con differente velocità esattamente come un corso d’acqua? E per comprendere il senso del processo evolutivo, non bisogna indagarlo e conoscerlo?
Questo è il senso di tutte le mie escursioni naturalistiche sul Po: accurate osservazioni naturalistiche finalizzate a riconoscere le dinamiche evoluzionistiche dell’ambiente e delle specie.
Era il mese di maggio quando, a differenza di alcuni anni precedenti, il Po caratterizzava la primavera con una rigogliosa piena stagionale, generata da limitate precipitazioni piovose e soprattutto, dall’arrivo nella bassa pianura di acque di fusione dei ghiacciai alpini. Entrai, come mia consuetudine, nel fiume a bordo del kayak, attraverso il mandracchio che collega la lanca artificiale di Motta Baluffi (CR) al corso principale del Po. E’ ormai prassi, nella bassa pianura cremonese, assistere ad opere di escavazione per la produzione di inerti, seguite da processi di “riqualifica ambientale” che, tuttavia, nulla hanno a che vedere con il ripristino dell’ambiente golenale naturale che caratterizzava, tanti anni fa,  gran parte del corso del grande fiume. Nonostante queste imprecisioni tecnico-naturalistiche comunque, queste opere determinano la genesi di interessanti neo-ecosistemi, capaci in breve tempo di popolarsi di specie comuni e, molto spesso, di ospitare anche vere e proprie rarità faunistiche.
Nella lanca “Ronchetto” di Motta Baluffi, le escavazioni continuano solo in un settore, mentre la gran parte dell’acquitrino è ormai completamente naturalizzata, mediante piantumazioni mirate, ma, soprattutto, grazie alla crescita spontanea di essenze tipiche della golena, siano esse autoctone o aliene alla Pianura Padana. Proprio nel settore ormai inattivo della lanca, vi è collocato un attracco turistico per medie imbarcazioni e, nelle sue vicinanze, uno scivolo d’accesso in calcestruzzo, volutamente mimetizzato da incolte siepi di indaco bastardo (Amorpha fruticosa), completamente spontanee nella loro invasiva ed oltre oceanica origine.
Immessa la barca in acqua, ed infilate le gambe nell’oblò, attraverso un silenzioso colpo di pagaia mi ritrovai a qualche decina di metri dalla riva, assistendo ad un cambio improvviso di visuale sulla golena che, dal centro dell’acquitrino, appare completamente diversa dalla consueta distesa ombreggiata dai pioppeti.
Attraversai la lanca con delicati ma decisi colpi di remo, senza spruzzi ne tonfi per rispettare una quiete naturale tipica di questi stagni isolati, al fine di raggiungere la sponda opposta, inaccessibile per densità di vegetazione, quindi un idoneo rifugio per la fauna selvatica.
Le lanche sono vere e proprie nursery per i pesci che abitano il fiume. Stagionalmente infatti, gli adulti fanno il loro ingresso grazie alle acque crescenti stagionali ripopolando questi bacini di avannotti che usciranno adulti o sub-adulti nelle stagioni successive.
Come un ritmico e lento respiro il fiume inonda le sue golene, riservando per le lanche, i bodri e le morte, un fresco carico di nuovi individui a rimpinguare ed incentivare la biodiversità ed il patrimonio genetico di popolazioni troppo spesso isolate. Capita a volte di osservare nei bodri ormai definitivamente separati dal fiume, popolazioni ittiche che hanno evoluto nel tempo caratteristiche di livrea diverse dalla varietà originaria; non nuove specie, ma varietà che l’isolamento prolungato ha differenziato.
La sponda inesplorabile della lanca “Ronchetto” è caratterizzata prevalentemente da salice bianco e salicone oltre che da rovi, indaco ed una moltitudine di piante erbacee come le poligonacee ad esempio, che nel complesso caratterizzano una flora igrofila particolare, tra le cui sinuose radici trovano rifugio le carpe che risalgono dal fiume per la frega o i persico trota appostati in interminabili e pazienti nascondigli in attesa di una preda.
Sotto un cielo azzurro intenso, col sole già calante verso ovest, la prua solcava silenziosa scavando come un vomere l’effimero solco nell’acqua verde trasparente, fino all’imbocco del mandracchio, sfiorando i salici per osservare da vicino la schiena dorata delle carpe che con possenti colpi di pinna caudale fuggivano rumorose allarmando la solita nitticora appostata a sentinella sul salice più alto. Ci si accorge dell’uscita dalla lanca anche dall’aumento della torbidità dell’acqua, dapprima smeraldina e trasparente poi sempre più densa e opaca come un caffelatte caratteristico che nel fiume si manifesta preannunciando ogni piena.
In questa zona il Po subisce la costrizione di un canale artificiale, liberando poi le proprie acque in un ampio meandro sul quale sfocia, verso valle, il mandracchio di collegamento alla lanca. L’ingresso dell’acqua del fiume nella lanca avviene per via indiretta, progetto finalizzato ad evitare che le correnti fluviali cariche di sedimenti possano ostruire il bacino artificiale in poche stagioni. Così nella lanca l’aumento delle acque è sempre graduale, preannunciato da segnali come l’accentuarsi di risalita d’acqua risorgiva e dell’aumento di torbidità superficiale. All’uscita del mandracchio, si interpone al canale del fiume una barra fluviale, vasta e generalmente cosparsa dei troppi rifiuti che produciamo e dei molti resti fossili: antichi frammenti degli splendori che caratterizzavano il passato preistorico della nostra regione. Cervo gigante, rinoceronte lanoso, mammut e bisonte sono solo alcune delle specie che solcavano la nostra pianura quando solo il grande fiume la rendeva una piana acquitrinosa o quando ambienti dapprima aridi poi glaciali poi temperati si alternarono evolvendo gradualmente nell’ambiente che oggi conosciamo.
Ma quel giorno la paleontologia non era nell’obiettivo dell’escursione, quel giorno il kayak aveva una meta ben precisa, una appuntamento finalizzato al raggiungimento del posto giusto nel momento giusto: la golena durante la sommersione.
La golena, cioè quell’ambiente compreso tra il fiume e l’argine maestro è un bacino inondabile, che funge da sfogo per l’onda di piena tutelando le arginature a protezione degli abitati. Durante l’anno, questo enorme ecosistema, parzialmente coltivato, non viene generalmente invaso dalle acque, ospitando una fauna costituita sia da vertebrati, sia da invertebrati. Mentre nel caso di una tranquilla piena stagionale il preavviso consente ad uccelli, rettili e mammiferi di fuggire al di fuori dell’inondazione, per molluschi, insetti, crostacei o qualsiasi altro genere di invertebrati, la fuga risulta certamente più difficoltosa.
L’appuntamento di quel giorno di primavera, con la piena in arrivo, era pertanto fissato con i molluschi che abitano la regione più ravvicinata del corso d’acqua, gli stessi che in quei precisi momenti, trovano rifugio dalle nascoste distese erbose, sui tronchi e sui rami dei salici o di qualsiasi altra essenza sopraelevata utile per scampare all’annegamento.
Uscito dal mandracchio iniziai a percorrere il fiume verso monte, costeggiando la riva effimera che di li a qualche ora sarebbe stata sommersa, mentre il passaggio ravvicinato a contatto con l’erba alta causava rapide ed improvvise onde di fuga, prodotte delle rosse pinne dorsali e caudali di grandi carpe dorate.
Mantenni la rotta adiacente alla riva intimorito da un fiume che degli originari duecento metri di larghezza conservava soltanto il raro riferimento di alberi cresciuti troppo vicini a riva.
Percorsi a fatica la distanza di circa cinquecento metri che mi separava da una quiete già visibile in lontananza oltre l’irruenza ed il frastuono del canale principale, dopo un filare spontaneo di salici.
Oltrepassato l’ingresso mi ritrovai in un mondo apparentemente isolato, un ristretto canale che solcava la golena che ingrossandosi penetrava indisciplinato un bosco di salici cespugliosi con radici rosse e contorte esposte come ad attendere l’insperata acqua. Erano alberi spossati dalla prolungata siccità, ospitati in quel residuo canale che decine di anni prima era una lanca di retro pennello e che la scellerata opera di bacinizzazione del fiume ha contribuito a rendere più velocemente una morta, predestinata alla saturazione sedimentaria ed alla progressiva estinzione. Ma in quella inaspettata primavera la natura sembrò rigenerarsi, attraverso uno sbocciare di verdi gemme e di gialli amenti, in una calma serenità apparente, capace di adombrare la dura battaglia per la sopravvivenza che si stava svolgendo sul terreno. Centinaia di migliaia di conchiglie varicolori aggrappate schiumosamente le une alle altre a formare veri e propri grappoli in movimento dal basso verso l’alto nella spasmodica ricerca di un punto sopraelevato o di una fortuita isola galleggiante sulla quale potersi salvare.
Mi inoltrai in questo ambiente surreale con la barca acuminata, destreggiandomi in un percorso tanto complicato quanto divertente nell’osservare il comportamento degli animali in fuga. Riconobbi subito tre specie di molluschi polmonati: le grandi Helix pomatia, ricercate prelibatezze del natale cremonese, la Fruticula fruticum, e la vistosa Cepaea nemoralis, caratterizzata da una così elevata diversità di pigmentazioni da ingannare anche il naturalista esperto.
Proprio questa specie rappresentava l’oggetto dell’interesse della mia escursione. Essa è distribuita in un areale geografico comprendente l’intera Europa, e la si riconosce, oltre che per alcune caratteristiche distintive, anche per le molte livree differenti che la caratterizzano: morfotipi le cui abbondanze relative riflettono le pressioni selettive locali.
Generalmente sui testi specialistici si trovano indicate almeno diciannove varietà di livrea, io mi riproposi di ricercarle tutte, o gran parte di esse, al fine di osservare un esempio di selezione naturale nell’ambiente golenale padano, o perlomeno di questa particolare area.
Generalmente la Cepaea è abbondantemente diffusa in tutta la campagna ma ricercarla in un ambiente privo di ingerenza umana diretta come la golena, consente di eliminare l’influenza della componente antropica che potrebbe falsare l’indagine. Così un po’ il caso, un poco ragionamenti effettuati a priori l’anno prima, hanno permesso di individuare la golena primaverile come l’area ed il momento adatti per una corretta campionatura.
Dopo aver attentamente osservato la silenziosa lotta per la sopravvivenza in atto, decisi di accostare il kayak alla riva, delimitando dieci metri quadrati di terreno all’interno del quale effettuare la campionatura.
Gli esemplari stavano all’apice di sottili foglie lanceolate di ciperacee e graminacee così fu abbastanza agevole effettuarne una raccolta. Collezionai cento esemplari che collocati in un contenitore preparato per l’occasione al fine di portarli in un luogo consono ad una loro osservazione.
Una volta terminata la raccolta ed assicurato il contenitore al kayak mi riavventurai tra le acque del fiume per poter raggiungere il mandracchio e lo scivolo di risalita che nel frattempo si era visibilmente accorciato.
Giunto a casa, collocai gli esemplari in terrario al fine di classificarne e descriverne ogni morfotipo eseguendo un’analisi quanti-qualitativa del campione considerato rappresentativo di una intera popolazione, utile per riconoscere varietà e sub-varietà.
Quello dell’individuazione del numero di morfotipi di Cepaea nemoralis è certamente un caso tassonomico nel quale il rigore e l’equilibrio dell’operatore possono influenzare il risultato. Una rigidità assoluta nell’attribuzione di una varietà in base alle caratteristiche, porterebbe ad un numero certamente maggiore dei "diciannove" tipi riconosciuti sui libri di testo, evidentemente il criterio di classificazione adottato risulta caratterizzato da una certa tolleranza nella definizione dei caratteri tassonomici identificativi.
In ogni caso, l’analisi portò al riconoscimento di diciotto varietà descrivibili con le livree: rosa con 1 riga bruna; rosa con 3 righe sul lato ombelicale; rosa con 5 bande; rosa con 5 righe; rosa con 3 righe sbiadite; rosa con 1 riga sbiadita; interamente rosa; bruna; rosa/giallo con 5 bande; giallo con 5 bande; giallo con 4 righe e 1 banda; giallo con 5 righe; giallo con 3 bande e 2 righe; giallo con 3 righe; giallo con 1 riga; giallo con 3 righe sottili sbiadite; giallo e bianco con solo labbro scuro.
Di tutti questi morfotipi, le varietà gialle erano le più abbondanti, con una supremazia numerica delle varietà gialle con righe o bande, in particolare la più abbondante era quella gialla a 5 righe seguita dal morfotipo giallo con tre righe. Quale significato attribuire a questi risultati?
Per interpretarlo c’è bisogno di conoscere la specie e soprattutto di sapere quali sono i fattori di selezione che possono agire su di essa.
Certamente una chiocciola polmonata come la Cepaea, al di fuori da qualsiasi contesto vegetazionale, verrebbe immediatamente predata perché caratterizzata da colorazioni sempre vivaci ed evidenti; inserita nel suo habitat però, essa si integra con l’ambiente, risultando più o meno visibile in funzione della livrea. Mentre il morfotipo rosa o bruno risulterà mimetico in un sottobosco di latifoglie per la stessa colorazione delle foglie secche, una varietà gialla troverà medesimo giovamento in ambienti caratterizzati da vegetazione chiara o da residui vegetali del medesimo colore, come le foglie di pioppo in autunno.
Ma le varietà gialle a righe marroni? Cosa ci raccontano queste lumache in pigiama?
Il senso della loro sovrabbondanza in questa regione della golena del Po va a mio giudizio a ricercarsi ancora nel tipo di vegetazione che le ospita, oltre che al numero ed al tipo di predatori che le procacciano. Nella nostra regione, probabilmente il più assiduo predatore di Cepaea è il tordo (Turdus philomelos), specie stanziale, capace di lanciarsi nella vegetazione o sul terreno durante la caccia.
Il terreno in questa area è fittamente ricoperto di ciperacee (Carex sp.) e di graminacee (Typhoides sp.), essenze erbacee caratterizzate da steli e foglie molto sottili sotto le quali trovano rifugio i molluschi. La forma degli steli, o meglio, la proiezione delle ombre delle foglie e degli steli sul terreno ingiallito dal sole, rende gli esemplari gialli a righe scure certamente più mimetici degli altri morfotipi, in special modo delle varietà rosa.
Reminiscenze di questi studi rimaste dai tempi della laurea, mi portarono nel periodo immediatamente successivo a quella indagine naturalistica ad approfondire le conoscenze sulla Cepaea nemoralis. Frequentando l’Università di Parma per lavoro, ed in particolare il Dipartimento di Scienze della Terra, fu per me abbastanza agevole convergere l’attenzione sugli studi condotti da Pellegrino Strobel, naturalista già titolare della prima cattedra universitaria di Storia Naturale presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Parma, e successivamente, nel 1863 anche professore di Mineralogia, Geologia e Zoologia oltre che Direttore del Gabinetto di Storia Naturale. Strobel fu un profondo conoscitore, quindi collezionista, di molluschi terrestri.
Poco ricordato dai docenti, per nulla conosciuto dagli studenti, nel Dipartimento di Scienze della Terra, si può scorgere lo spirito di Pellegrino rovistando sulle mensole della polverosa biblioteca dipartimentale. Cercando qua e là tra i libri che stancamente si adoperano per sostenere gli scaffali, può capitare di rinvenire qualche testo antico che riporta sotto la copertina la firma in calce di Strobel.
Ricordo che all’inizio della mia ricerca bibliografica aprii casualmente uno dei faldoni di Strobel, scorgendo tra i tanti documenti una cartella di fogli ingialliti, contraddistinti da una grafia elegante. Erano le sei pagine di un manoscritto firmato Del Magno, autore del quale non risulta alcuna informazione d’identità.
Il titolo del manoscritto era: “Sulla natura ed origine delle specie di Molluschi Terrestri nell’Isola di Giamaica”, novembre 1851, C. B. Adams. Non potevo credere ai miei occhi.
Un manoscritto sull’origine delle specie, scritto otto anni prima del lavoro di Darwin. In preda all’entusiasmo mi dedicai nei giorni successivi allo studio del ritrovato, rinvenendo in esso molti concetti comuni con la teoria per selezione naturale.
Attraverso alcuni siti internet che permettono la libera consultazione della bibliografia di Darwin, risultò che lo stesso venne a conoscenza dell’articolo di Adams. Quest’informazione venne alla luce grazie ad un riferimento bibliografico nella pubblicazione del corposo manoscritto di Darwin che precedette “L’origine della specie” e che venne interrotto dall’arrivo della lettera di Wallace. Era il 1858, e questo evento determinò un’accelerazione del lavoro di Darwin portando alla pubblicazione, l’anno successivo, della teoria per selezione naturale.
Stauffer, che pubblicò il manoscritto, riporta che a pagina centotrentanove degli appunti di Darwin, nel capitolo “Variation Under Nature”, si rinviene un commento dell’autore a riguardo dell’articolo di Adams; sorprende però, che l’obiettività del commento escluda molti contenuti dell’articolo a discapito del solo riferimento sulla distribuzione delle varietà e delle specie. Darwin liquida in fretta Adams, anche se il lavoro dell’americano va ben oltre le speculazioni biogeografiche cui accenna il grande naturalista inglese, sottolineando prudentemente il concetto di diversità intraspecifica e di origine delle specie da varietà attraverso una transizione graduale.
Certamente il lavoro di Charles Baker Adams non può essere paragonato per completezza scientifica a quelli di Wallace e ancor più di Darwin, ma va dato merito a questo giovane ricercatore americano di essersi addentrato in modo preciso e competente nelle problematiche evoluzionistiche grazie alle osservazioni effettuate su di un gruppo che prediligeva: i molluschi. Soltanto un grande acume osservativo delle distribuzioni biogeografiche può garantire di cogliere l’importanza delle varietà nell’origine delle specie. Sicuramente ambienti isolati e di dimensioni ridotte come l’isola di Giamaica o anche le Galapagos rappresentano un vantaggio per studi evoluzionistici, vantaggio che può essere parzialmente colmato, nei luoghi meno consoni, osservando un gruppo zoologico con scarsa velocità migratoria, all’interno di una nicchia ecologica abbastanza isolata come una ridotta zona della golena del Po.