venerdì 13 dicembre 2013

INCISI PRE MORTEM

Stando ad alcune fonti storiche locali nella strettoia compresa tra il Battistero di Cremona e l’edificio sopra il Camposanto dei Canonici, annesso al Duomo, vi era una struttura nella quale si dice venissero rinchiusi i condannati a morte in attesa di essere trasferiti nella cappella di S. Gerolamo dove passavano in preghiera l’ultima notte prima dell’esecuzione.
Osservando i mattoni su quel lato dell’ottagono del Battistero, vi si notano incise delle scritte che sembra siano state lasciate nei secoli da coloro che venivano rinchiusi gli ultimi giorni prima del patibolo. Tra quelle ancora leggibili, altre sono erose, vi sono semplici iniziali e firme per esteso assieme a numerose date (in una si legge chiaramente «1794», in un’altra «morto 17 agosto», in altre ancora le date arrivano addirittura al 1300 e più indietro); contemporaneamente, vi si riconoscono anche alcune pesanti invettive alle autorità cittadine laiche e religiose (M. Scolari, 19-01-2013).


Duomo di Cremona



Vista dalla strettoia



Battistero
(lato inciso dai condannati)

Incisioni















domenica 1 dicembre 2013

L’ARTE DI... FOSSILIZZARE (come riconoscere un paleotarocco ed evitarlo)

Questo post nasce dallo sconforto derivato dall’ennesima visita ad una mostra mercato di fossili italiana e dal fastidio provato ogni qual volta (e sono tante) qualche ignaro appassionato alle prime armi viene gabbato da rivenditori diversamente onesti.
Si potrebbe parlare per ore a proposito di paleontologia, fossili, processi di fossilizzazione, tassonomia ecc., ma chi va a queste mostre, generalmente, cerca il pezzo bello e a buon mercato da inserire nella propria piccola collezione da mostrare con orgoglio agli amici appassionati senza tanti fronzoli.
Nel 90% dei casi, questi collezionisti poco facoltosi, se ne ritornano a casa con dei fake, cioè con fossili restaurati, ricostruiti o addirittura artefatti.
Gli specialisti in ambito fantapaleontologico sono certamente i magrebini, rivenditori simpatici, con abbondanti stands ricchi di ogni genere di fossili, minerali e reperti archeologici, ma questa cultura della falsificazione sta prendendo piede anche tra i rivenditori extraafricani.
All’occhio esperto destano subito particolare sospetto le numerose scatole di trilobiti tutti identici tra loro, degli scorpioni, le numerose ammoniti giganti, le casse di meteoriti, le numerose punte di freccia ecc ecc.
Troppo materiale, troppo simile, troppo economico.
Le ammoniti svolte del tipo Ancyloceras sono generalmente restaurate. Molte, le meglio conservate, sono generalmente stuccate in 2 o 3 punti, perchè queste conchiglie generalmente riescono a conservarsi perfettamente nel tipo di roccia molto fagliata che le contiene. In moltissimi casi queste “saldature” non sono visibili perchè i “fossili” sono sapientemente ridipinti con colore o con sedimento. Capita in questi casi che le ammoniti appaiano come specie nuove, caratterizzate da morfologie anomale e da ornamentazioni non consone. In questo caso si tratta di fakes, cioè del risultato dell’assemblaggio di pezzi d’ammonite di diverso genere o specie, o addirittura parzialmente ricostruite con scagliola.
Di seguito alcuni esempi di patacche conclamate:


Ammonite eteromorfa risultante dall'assemblaggio di almeno 2 o 3 specie, completata attraverso la ricostruzione delle parti mancanti e lo stuccaggio delle saldature



Trilobiti, parzialmente ricostruiti, sicuramente assemblati in un'unica lastra



Scorpioni in resina collocati su matrice calcarea rocciosa attraverso stucco, poi opportunamente scavato



Granchio attuale, opportunamente essicato, collocato in una matrice sabbiosa cementata con collante





Ammoniti parzialmente o interamente scolpite 



Trilobite in resina, si notano sulla superficie del fake delle bolle d'aria rimaste imprigionate nello stampo durante la solidificazione della resina




Trilobite spinoso, ottenuto con lo stesso procedimento del precedente esempio. La sezione longitudinale dimostra che trattasi di uno stampo collocato su matrice mediante mastice o cemento o stucco, poi adeguatamente scavato per sembrare matrice rocciosa




Trilobite originale. Sono visibili sul fossile alcune imperfezioni (fratture), assenza totale di bolle d'aria, e struttura raffinata degli occhi



Fake di Mosasauro, denti originali disarticolati e rotti alla base sono assemblati su di un supporto di gesso scagliola o di ossa di mosasauro rimodellate. Il tutto è opportunamente ricoperto di matrice sabbiosa cementata mediante colla.




 Cranio di Mosasauro originale sapientemente restaurato con particolare di mandibola e mascella



Insetti attuali inclusi in resina sintetica gialla (ambra sintetica)



Finti rettili fossili realizzati con stessa tecnica (o simile) a quella dei trilobiti (eccezionali le "costole" articolate alle vertebre cervicali (collo) e caudali (coda)!!)



Denti fossili di squalo (Otodus obliquus) restaurati con gesso scagliola e applicati alla matrice rocciosa mediante colla e sedimento


Ci sarebbero moltissimi altri casi da esemplificare. Il consiglio che do a chi vuole cimentarsi nella collezione di fossili mediante acquisto è quello di farsi accompagnare alle mostre mercato da esperti, oppure, se l'acquisto è online, di contattare via email persone esperte capaci di utili consigli.
In alternativa vi è lo studio della paleontologia e l'osservazione attenta delle caratteristiche dei fossili nei musei, oltre che del riconoscimento delle tracce di falsificazione. 
La perfezione di un fossile è generalmente molto costosa oppure... falsa. Il valore di un fossile infatti dipende dalla sua abbondanza, dalle dimensioni relative e soprattutto dallo stato di conservazione.


Reference

http://www.ambericawest.com/more_fake_amber.html
http://www.fossilmuseum.net/collect/faketrilobites3.htm
http://californiawill.blogspot.it/2006_03_01_archive.html
http://www.flickriver.com/photos/tags/beautifulrocks/interesting/
http://archosaurmusings.wordpress.com/2009/07/31/fake-fossils-in-china-again-%E2%80%93-a-demonstration/


venerdì 29 novembre 2013

RIP Comet ISON


Scoperta il 21 settembre 2012, ISON [(C/2012 S1, ISON: C=cometa non periodica; 2012=scoperta in tale anno; S1= prima cometa scoperta nella seconda metà del mese di settembre; ISON=scoperta nel programma di ricerca International Scientific Optical Network] è stata una cometa radente e non periodica.
La sua scoperta, ad opera dal bielorusso Vitali Nevski e dal russo Artyom Novichonok, è stata effettuata utilizzando un telescopio riflettore dell'International Scientific Optical Network vicino a Kislovodsk in Russia.
Ci si aspettava che  ISON potesse essere la prima cometa chiaramente visibile a occhio nudo dall'emisfero boreale fin  quando, nel 1997, Hale-Bopp offrì un magnifico spettacolo nei cieli serali di inizio primavera. Purtroppo però è di ieri sera la notizia emessa da gruppi astrofili, poi ripresa dalla agenzie di stampa, che ISON si è disgregata al perielio il 28 novembre 2013, lasciando solo un tenue residuo di polveri e frammenti.


L’orbita iperbolica e molto inclinata rispetto al piano dell'eclittica, fece ritenere altamente probabile che la cometa provenisse dalla nube di Oort.



Reference

martedì 12 novembre 2013

WWW.LALTRUIMESTIERE.BLOGSPOT.COM


Nel 1985 non esistevano ancora i blog. Le veci di questi diari online erano svolte dalle rubriche sui quotidiani e sui settimanali.
Su La Stampa di Torino, negli anni '70-'80, vi era uno di questi “blog” cartacei redatto da un ex chimico poi inventatosi scrittore,...e che scrittore. L’altrui mestiere è una raccolta di cinquanta “post” usciti su La Stampa ad opera di Primo Levi. Leggendo questo libro penso che se Levi fosse ancora in vita, probabilmente oggi avrebbe una rubrica online o forse un blog.
Certamente se questo ipotetico blog contenesse i 50 racconti presenti nell’omonimo libro, sarebbe un blog di grande successo. Certamente uno dei miei preferiti. Certamente in testa alla lista dei link segnalati dell'anello mancante.
Avete presente quando vi capita di entrare in un negozio di scarpe ed in vetrina adocchiate il modello perfetto, quello che assomiglia alla vostra faccia e che rispecchia la vostra personalità? Quel modello semplicemente “vostro” che quando lo calzate si infila perfettamente dandovi il più assoluto senso di comodità e di compiutezza? Ecco, per me “L’altrui mestiere” di Levi è la calzatura ideale, quella semplice, perfetta, comoda, adatta ad ogni occasione, che mi dimentico addirittura di togliere in casa la sera, che mi fa sentire a mio agio e che risulta straordinariamente complementare all’anatomia morfologica del mio piede. 
Ho conosciuto questo volume grazie ad un amico giornalista, Michele Scolari, che ho imparato ad ammirare per la personalità della scrittura, le capacità giornalistiche e l'onestà ma che ammiro soprattutto per l’evidente curiosità che muove i suoi interessi, la voglia di conoscere e di far conoscere, e soprattutto mi piace una caratteristica che ci accomuna: la capacità di osservare, la stessa che Italo Calvino considerò la grande dote innata di Primo Levi.
Nel recensire il post dell’anellomancante “Paleontologia urbana”, Scolari inserì una frase tratta dal brano Segni sulla pietra di Primo Levi che io non conoscevo ma che mi colpì a tal punto da riconoscerla quasi come mia. Avrei voluto scriverla io, perché è quello che io vedo, è quello che io penso. Così ho chiesto (un poco vergognandomi dell’ignoranza) a Michele da dove fosse stata tratta quella frase e ad indicazione arrivata ordinai il volume che da qualche ora stringo avidamente tra le mani e che mi son proposto di interrompere e chiudere solo temporaneamente per scrivere questo post. Non riesco ad attendere la fine del volume, perché sono pervaso dall’entusiasmo che caratterizza ogni volta in cui riesco a trovare, per coincidenza o per assiduità di ricerca, qualcosa di ricercato da tempo.
Avete mai pensato a quale è per voi il libro ideale?
Io ne leggo molti di libri, circa 20-30 l’anno, alcuni belli, altri non riesco a finirli, alcuni li butto in un angolo mentre altri ricevono il posto d’onore sulla libreria migliore. Ma solo alcuni, pochissimi selezionatissimi, vengono separati dalla massa per finire nella top list libraria della mia casa. Sono pochissimi, fino a qualche ora fa erano quattro, adesso sono cinque. Vi è entrato Primo Levi e si colloca pari merito con Aldus Huxley (Il Mondo Nuovo), Charles R. Darwin (Autobiografia), Michel Houellebecq (Le particelle elementari), Stephen J. Gould (Il pollice del panda).
L’altrui mestiere è un "blog" modernissimo, attuale. Esso è composto da cinquanta brani, che raccontano di personaggi, cose, animali e scienza. L’autore tratta questi argomenti con una semplicità letteraria disarmante, uno stile semplificato (non semplicistico) capace di far pensare che l'informazione è così, come l’ho sempre conosciuta ma come non sono mai riuscito a spiegarla.
Tutte le mie passioni sono raccolte in questo libro ed ogni giro di pagina è una piacevole sorpresa. 
Ad Aldus Huxley è dedicato un racconto, un elogio allo straordinario intellettuale inglese ed a uno dei volumi più belli e visionari che siano mai stati scritti, tanto antico quanto tremendamente attuale e premonitore: il mondo nuovo. L’ho letto pure io, lo penso pure io mi verrebbe da dire a Levi. L’avrei scritto pure io, certo non così bene, però...... però sono contento di aver trovato conferma che ciò che ho imparato, che ho letto o che ho ammirato, è qualcosa di talmente serio ed importante che anche un intellettuale come Levi l’ha osservato.
In passato ho parlato in un post di "The Missing Link..." di paleontologia urbana ed una persona che ha letto Levi ha trovato affinità col mio racconto, così mi informo, lo leggo e lo trovo straordinariamente famigliare: la versione sintetica e ben scritta del mio post. O perlomeno di quanto avrei voluto dire.
Nel mio libro “Storie da una scatola di sassi” ho dedicato un intero saggio all’ambra, esattamente come Levi nell’Altrui mestiere: La forza dell’ambra. Ho parlato di meteoriti e di astronomia come Levi in Notizie dal cielo. Ho scritto qualche giorno fa di paure innate e mi ritrovo un saggio di Levi intitolato Bisogni e paure. Ho osservato e studiato effetti di coevoluzione tra organismi e orchidee e mi son ritrovato nella raccolta di Levi un saggio intitolato il teschio e l’orchidea. Ho concluso il mio ultimo libro con un saggio dedicato alle biotecnologie al futuro che aspetta la nostra specie ed altre specie animali e mi ritrovo un saggio intitolato Inventare un animale. Scrivo di microbiologia e di micropaleontologia, studio e tratto di mondi invisibili allo stesso modo del saggio Il mondo invisibile di Levi. E poi da paleontologo sfrutto la mia disciplina preferita per scrivere, esattamente come levi dice di aver sfruttato le conoscenze e l’apertura mentale offerta dalla chimica per conoscere la scrittura...e mi ritrovo un saggio intitolato parole fossili.
Mentre leggo questo libro incredibile la mia mente vola. Penso se tutte queste siano proprio e solo coincidenze; se questo libro è arrivato in mano mia per qualche oscuro motivo o se è giunto fin qui perché inconsciamente ricercato. Sta di fatto che mi sembra di averlo già letto, di conoscerlo da una vita, forse l’avrò letto in una vita precedente? E chi lo sa. Forse quando una passione ti attanaglia ti coinvolge a tal punto da importi di perseguirla ovunque e con ogni mezzo, portandoti spesso a fare incontri incredibili con persone vive straordinarie o che magari non ci sono più ma che hanno lasciato una traccia indelebile della loro conoscenza, permettendo a qualsiasi mente avida di attingervi per migliorarsi. Ed è bellissimo. E' bellissimo osservare, è bellissimo ritrovare in natura o nel pensiero d'altri la conferma di intuizioni avute col lavoro della propria mente. E' bellissimo osservare la vita ed imbattersi in un libro sconosciuto che riassume tutto ciò che avete osservato e che costituisce il vostro interesse. Chiedo scusa se ora mi fermo ma... devo riprendere la lettura.

venerdì 1 novembre 2013

MONKEY vs. SNAKE


All’evoluzione biologica si è associata una crescente complessità. Gli organismi più evoluti esistenti oggi sulla Terra contengono un cumulo di informazioni, sia genetiche sia extragenetiche, nettamente superiori a quello di organismi più complessi vissuti -poniamo- duecento milioni di anni fa, il che rappresenta il 5% della storia della vita sul nostro pianeta. Gli organismi più semplici sulla Terra hanno, dietro di sé, una storia evolutiva altrettanto consistente di quella degli organismi più complessi e il biochimismo interno dei batteri attuali può essere più efficiente di quello dei batteri di tre miliardi di anni fa. Ma la quantità di informazione genetica dei batteri attuali non è, probabilmente, molto maggiore di quella dei loro antenati. E’ importante distinguere tra quantità e qualità di informazione.
Ogni taxa terrestre vivente, con nucleo cellulare, presenta dei cromosomi che contengono il materiale genetico trasmesso da generazione a generazione (Sagan, 1979). Questo materiale genetico, costituisce il supporto fisico di informazioni utili per la crescita e lo sviluppo del corpo dell’organismo e per il suo funzionamento.
Per funzionamento si intendono i processi fisico chimici che provvedono alla sua ontogenesi, cioè la crescita, al suo interagire con l’ambiente circostante, con i suoi simili, con altre specie e con specie potenzialmente dannose. Per quest’ultima funzione, è assodato che il DNA contenga informazioni utili per evitare i pericoli conclamati per la specie come l'ingerire sostanze pericolose o riconoscere, senza aver mai dovuto affrontare un’esperienza negativa, un potenziale pericolo.
Queste informazioni innate, poi, sono completate e migliorate con l’esperienza, cioè con eventi trascorsi che lasciano una memoria nel cervello di chi li ha vissuti. Per memoria si intendono informazioni ambientali che assumono base fisica nel cervello attraverso la produzione neuronale. E’ ormai conclamato che un ambiente stimolante, molto vario, ricco di curiosità, di pericoli, e di fonti informative, contribuisca ad aumentare l’esperienza, cioè contribuisca ad incrementare il numero di neuroni che compongono il cervello (Sagan, 1967).
Questo fenomeno, osservato molte volte ma anche ampiamente intuito specialmente nei primati (ma non solo), trova ampio riscontro in un articolo pubblicato poco tempo fa a riguardo dell’istinto innato dei primati nel riconoscere ed evitare i rettili ofidi (serpenti) (Morris, 1967).
Scrive Eleonora Degano su oggiscienza che “è grazie alla minaccia dei serpenti che i nostri antenati hanno evoluto capacità di visione così sofisticate: lo spiega un nuovo studio pubblicato su Pnas.
Questa teoria venne proposta già nel 2006 da Lynne Isbell della University of California, spiegando come i primati avessero evoluto una dettagliata visione a corto raggio proprio per riuscire a individuare ed evitare i serpenti con i quali condividevano l’habitat. L’ultimo studio, a opera di un gruppo di neuroscienziati della Toyama University e della University of Brasilia, ha dato nuova forza alle deduzioni di Isbell.
I ricercatori hanno infatti scoperto che nel cervello dei macachi Rhesus ci sono dei neuroni che rispondono specificamente alla visione dei serpenti, o a immagini che li raffigurano, anche se i primati non ne hanno mai visti prima. Queste cellule nervose serpente-sensibili, inoltre, sono molto più numerose e vantano una risposta più potente e rapida rispetto ad altre che si attivano di fronte a volti o zampe di altri macachi, oppure a immagini di forme geometriche. E questo è proprio l’opposto di quanto verrebbe spontaneo pensare, poiché data la nomea di animali sociali dei primati, gli scienziati si sarebbero aspettati un riconoscimento veloce prima di tutto nei confronti dei loro simili.
Secondo Isbell e i colleghi, è dunque probabile che i serpenti abbiano esercitato una pressione evolutiva molto forte sui primati. I mammiferi moderni e i serpenti sufficientemente grandi da mangiarli, infatti, si sono evoluti nello stesso periodo, circa 100 milioni di anni fa, e hanno dovuto dividersi e contendersi le risorse di un habitat comune costituito da foreste e praterie. In altre precedenti ricerche, gli scienziati avevano già osservato le reazioni dei primati alla vista dei serpenti: in questo caso, tuttavia, i macachi Rhesus erano stati cresciuti in un ambiente controllato e non erano mai venuti a contatto con dei serpenti prima dello studio, avvalorando ulteriormente la ricerca. L’attivazione dei neuroni serpente-sensibili, infatti, è avvenuta comunque molto rapidamente, il che ha fatto supporre ai ricercatori che i circuiti neurali che la determinano siano regolati a livello genetico”.
In sintesi esiste nel primate la paura innata del serpente quale competitore e predatore. In modo strettamente correlato vi è stata l’evoluzione nei primati di caratteri utili per la sopravvivenza.
Certamente in questo ambito trovano radici concrete anche la simbologia ed il significato attribuito al serpente nella religione cristiana.


Reference

Degano Eleonora, 2013. L’antica lotta tra primati e serpenti.
http://oggiscienza.wordpress.com/2013/10/31/lantica-lotta-tra-primati-e-serpenti/

Isbell, L.A. 2006. Snakes as agents of evolutionary change in primate brains. Journal of Human Evolution 51:1-35.

Morris Desmon, 1967. La scimmia nuda. Studio zoologico sull'animale uomo. Bompiani.

Quan Van Le, Lynne A. Isbell, Jumpei Matsumoto, Minh Nguyen, Etsuro Hori, Rafael S. Maior, Carlos Tomaz, Anh Hai Tran, Taketoshi Ono, and Hisao Nishijo, 2013. Pulvinar neurons reveal neurobiological evidence of past selection for rapid detection of snakes. PNAS (http://www.pnas.org/content/early/2013/10/23/1312648110)

Sagan Carl, 1979. I draghi dell'Eden: considerazioni sull'evoluzione dell'intelligenza umana, Valentino Bompiani & Co.

martedì 29 ottobre 2013

STEPHANORHINUS KIRCHBERGENSIS, IL RINOCERONTE FOSSILE DEL PO

(Stephanorhinus kirchbergensis  Troco, 2013. 
Su gentile concessione del Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po)


Un cranio incredibilmente completo e ben conservato di rinoceronte è stato rinvenuto e consegnato nel giugno 2013 al Museo Paleoantropologico del Po. L’indagine morfometrica recentemente svolta ha evidenziato caratteri distintivi tipici della specie Stephanorhinus kirchbergensis o rinoceronte di Merck.
Al momento, il fossile in esame, sembra essere l’unico esemplare rinvenuto nei sedimenti del fiume Po appartenente a questa specie. Con una lunghezza di 776 mm, inoltre, questo fossile è il più grande cranio di S. kirchbergensis finora rinvenuto.
Le caratteristiche morfologiche, in particolare la forma e le dimensioni dei denti, la lunghezza della cresta occipitale, l’apertura della fossa nasale ed alcune dimensioni generali depongono verso una classificazione, quella sopracitata, capace di rimettere in discussione la tassonomia di alcuni rinoceronti fossili padani studiati in passato (Anfossi, 1988; Cantaluppi, 1969; Cigala Fulgosi, 1976).
Pochi sono gli studi paleoecologici a riguardo di questa specie (Tong et al., 2010; Billia, 2007; 2008a; 2008b) tanto che difficile ne risulta ancora oggi la concreta contestualizzazione ambientale. Sempre questi lavoro hanno definito come possibile range distribuzionale di S. kirchbergensis in Pianura Padana, il periodo compreso tra gli 80 e i 130 mila anni fa. L’intervallo interglaciale Wurm-Riss, definito anche musteriano caldo, si colloca dello Stage Isotopico 5, un interglaciale temperato caratterizzato da ambiente boschivo, di foresta. 
I denti dell’esemplare in esame, manifestano una forma tipicamente brachiodonte (bassa e larga), caratteristica, negli erbivori, attribuita ad una dieta a base di vegetali poco corrosivi, come le foglie larghe. In condizioni steppiche, con graminacee diffuse, risultano caratteristici denti ipsodonti (alti e stretti come quelli dei cavalli ad esempio) più duraturi in condizioni di dieta ricca di fitoliti (cristalli silicei sulle foglie delle graminacee). Nel caso in esame, i denti del rinoceronte in fase di studio testimonierebbero un ambiente forestale, boschivo, ricco di latifoglie tipiche di clima temperato. Anche la ridotta lunghezza della cresta occipitale suggerirebbe una soluzione anatomica legata alla necessità di brucare da cespugli e alberi: soluzione che determina un portamento della testa più orizzontale rispetto alle specie attuali o alla specie estinte Stephanorhinus hemitoecus (specie di clima freddo).
Tutte queste informazioni tassonomiche e anatomiche, unite a deduzioni palinologiche derivate da lavori su varve lacustri e su torbiere, hanno instradato il lavoro del paleoillustratore Emiliano Troco incaricato dal Museo Paleoantropologico del Po di realizzare una ricostruzione dell’animale in vita in contesto ambientale. Il rinoceronte è stato descritto (dipinto) da Troco come un animale di grossa taglia (200 mm al garrese), con una lunghezza doppia rispetto all’altezza, con cranio a portamento sub-orizzontale e arti più lunghi rispetto alle specie brachimorfe attuali (Tong, 2010). Esso è stato collocato in un ambiente forestale di pianura, con latifoglie e paludi diffuse. L’ambiente sapientemente ricostruito da Troco è un’area “golenale” tipica padana, ricca di quercia, faggio, betulla, carpino e ontano (Pini et al., 2007; Marchesoni, 1960).


(Da Domenica 3 novembre il fossile sarà esposto presso il Museo Paleoantropologico del Po)


Bibliografia

Anfossi G. et al. 1988. Rinvenimento di un cranio di rinoceronte nelle alluvioni quaternarie pavesi. Atti Tic. Sc. Terra. Pavia, 31, 463-468.

Billia, E.M.E. 2007. First records of Stephanorhinus kirchbergensis (Jäger, 1839) (Mammalia, Rhinocerotidae) from the Kuznetsk Basin (Kemerovo, Kuzbass area, South-East of Western Siberia). Bollettino della Paleontologica Italiana, 46:95-100.

Billia, E.M.E. 2008a. The skull of Stephanorhinus kirchbergensis (Jäger 1839) (Mammalia, Rhinocerotidae) from the Irkutsk region (Southwest Eastern Siberia). Quaternary International, 179:20-24.

Billia, E.M.E. 2008b. Revision of the fossil material attributed to Stephanorhinus kirchbergensis (Jäger 1839) (Mammalia, Rhinocerotidae) preserved in the museum collections of the Russian Federation. Quaternary International, 179:25-37.

Cantaluppi G. 1969. Il rinoceronte di S. Colombano al Lambro. Atti Ist. Geol. Univ., Pavia, 20, 67-81.

CIigala Fulgosi F.,1976 - Dicerorhinus hemitoechus (Falconer) del post-Villafranchiano fluviolacustre del T. Stirone (Salsomaggiore, Parma) - Bollettino della Società Paleontologica Italiana, 15, pp. 59-72.

Loose, H. 1975. Pleistocene Rhinocerotidae of W. Europe with reference to the recent two-horned species of Africa and S.E. Asia. Scripta Geologica, 33:1-59.

Marchesoni V., Paganella A., 1960. Ricerche sul quaternario della Pianura Padana. I. Analisi polliniche di sedimenti torbosi-lacustri di Padova e Sacile. Rend. Ist. Sci. Univ. Camerino, L, 1, 47-54.

Pini R., Ravazzi C., Donegana M., 2007. Gli ultimi cinque cicli climatici nella successione sedimentaria della pianura friulana. Volume "Clima e cambiamenti climatici. Le attività di ricerca del CNR" (a cura di Carli B., Cavarretta G., Colacino M., Fuzzi S.): 169-172. 


Tong, HW. and Wu, XZ. 2010. Stephanorhinus kirchbergensis (Rhinocerotidae, Mammalia), from the Rhino Cave in Shennongjia, Hubei. Chinese Science Bulletin, 55:1157-1168.

lunedì 28 ottobre 2013

PALEONTOLOGIA URBANA

A seguito del risalto mediatico dei giorni scorsi grazie all'articolo su "il Piccolo" di Cremona di  Michele Scolari



si ripropone il link del post del 21 ottobre 2012 intitolato Paleontologia Urbana:


Buona lettura.

venerdì 18 ottobre 2013

DERIVIAMO DA UN’UNICA SPECIE, ANZI NO.

(http://www.sciencemag.org/content/342/6156/326.full)

A Compolete Skull from Dmanisi, Georgia, and the Evolutionary Biology of Early Homo” è il titolo di un articolo uscito giorni fa su Science e ripreso con grande eco dalle agenzie di stampa e dai quotidiani, che contribuisce a migliorare, e ce n’era un gran bisogno, le conoscenze in merito ai crani fossili di ominidi rinvenuti “inaspettatamente” a Dmanisi in Georgia tra il 1991 e il 2005.
Da subito, il ritrovamento di questi crani che, secondo le conoscenze antropologiche d’allora, lì non sarebbero dovuti stare, aprì scenari importanti, retrodatando l’uscita dall'Africa dei primi ominidi e suggerendo una prima evidente connessione, fino ad allora ipotetica, tra i primi Homo africani e l’Homo erectus asiatico.
Ora, un’analisi più accurata, corredata da altri ritrovamenti, ed in particolare del Cranio 5, straordinariamente completo, ha messo in luce una forte variabilità intraspecifica della “popolazione” degli ominidi di Dmanisi, evidenziando la presenza in questi fossili, di caratteristiche proprie di almeno 4 specie già classificate di Homo: H. habilisH. rudolfensis, H. ergaster e H. erectus.
L’articolo suggerirebbe quello che in molti temevano da tempo, cioè che la suddivisione specifica del genere Homo fosse un poco “abusata”, concedetemi il termine, più per ragioni di fama che per onestà scientifica. I crani di Dmanisi, data la loro variabilità, suggerirebbero un accorpamento di specie in un’unica specie sola.
I titoli sulla stampa nazionale a riguardo dell’uscita dell’articolo oggetto di questo post, sono stati a mio giudizio un poco avventati e frettolosi di sbandierare sensazionalismo, perdendo per strada  quello che è il vero e raffinato fulcro scientifico dell’articolo in questione.

“DERIVIAMO DA UN’UNICA SPECIE!!!”
 ...sentenziano tutti quanti.
E dove è la novità, mi viene da chiedere? Già lo sapevamo. Quello che cambia è che l’albero che sta alla base dell’origine della nostra specie progenitrice verrebbe “potato”, se ulteriori indagini lo confermassero.
Alcuni paleoantropologi di fama internazionale però, interpellati all'occasione, hanno dato interpretazioni molto diverse da quella proposta dagli autori dell'articolo. Tattersall, ad esempio, pensa che il sito di Dmanisi potrebbe includere più di una specie, e che il Cranio 5 rappresenti a sua volta una nuova specie, infoltendo ulteriormente il nostro cespuglio filogenetico.  Ron Clarke dell'Università di Witwatersrand a Johannesburg, in Sud Africa, sosterrebbe che il Cranio 5 potrebbe essere incluso nella specie Homo habilis; mentre Fred Spoor del Max Planck Institute di antropologia evolutiva di Lipsia, in Germania, pensa che sia "ragionevole" chiamare Skull 5 H. erectus...
Si apprende quindi che non c'è nulla di definitivo o di definito come sbandierano i titoli della stampa locale.
Vorrei soffermarmi però su di un passaggio che mi è particolarmente piaciuto dell’articolo di Science e che riguarda l’accenno alla variazione di diversità genetica delle specie appartenenti al genere HomoIl prof. Telmo Pievani, in un suo intervento al Darwin Day 2013 di San Daniele Po, riprendendo i contenuti della mostra itinerante Homo sapiens, evidenziò, con l’ausilio di ottime carte geografiche riassuntive di risultati paleontologici e genetici, la dinamica migratoria di diverse specie umane in diversi intervalli di tempo, mettendo in luce, chiaramente in riferimento a noi (Homo sapiens), che la diversità genertica va progressivamente diminuendo man mano che ci si allontana geograficamente dal continente africano. Nell’articolo di Science, gli autori riportano:

For example, modern human phenetic variation in western and eastern Asia is 95 and 85% of African variation, respectively. The expansion of early Homo from Africa might have occurred at longer time scales, so direct comparisons must remain tentative. Nevertheless, the observation that Dmanisi conserves a substantial proportion of cranial shape and its variation among early African Homo speaks for genetic continuity between Africa and Eurasia”.

Dmanisi conserva fossilizzata, la memoria di un’antica migrazione Africana da parte dei primi esemplari di Homo.
In particolare il Cranio 5 e gli altri membri del paleodeme di Dmanisi, indicano che l’”early Homo” si è diffuso dall'Africa stabilendo infine popolazioni stanziali in Asia occidentale. Questa prima dispersione degli ominidi pre-data un aumento significativo delle dimensioni del cervello.

Conclude l’articolo che ulteriori analisi saranno necessarie per testare o rivedere le ipotesi derivate. Inoltre  l’individuazione di paleodemi di ominidi e la valutazione della variazione intra-demica, sarà la chiave per la comprensione dei meccanismi dell'evoluzione e della dispersione geografica dell’uomo preistorico.


Reference
Gabunia, Leo; Vekua, Abesalom; Lordkipanidze, David et al., 2000. Earliest Pleistocene Hominid Cranial Remains from Dmanisi, Republic of Georgia: Taxonomy, Geological Setting, and Age. Science 12 May 2000: Vol. 288 no. 5468 pp. 1019-1025. DOI: 10.1126/science.288.5468.1019.

Ann Gibbons, 2013. Stunning Skull Gives a Fresh Portrait of Early Humans. Science 18 October 2013: Vol. 342 no. 6156 pp. 297-298. DOI: 10.1126/science.342.6156.297.

David Lordkipanidze, Marcia S. Ponce de León, Ann Margvelashvili, Yoel Rak, G. Philip Rightmire, Abesalom Vekua, and Christoph P. E. Zollikofer, 2013. A Complete Skull from Dmanisi, Georgia, and the Evolutionary Biology of Early Homo. Science 18 October 2013: 326-331. DOI: 10.1126/science.1238484

David Lordkipanidze, Tea Jashashvili, Abesalom Vekua, Marcia S. Ponce de León, Christoph P. E. Zollikofer, G. Philip Rightmire, Herman Pontzer, Reid Ferring, Oriol Oms, Martha Tappen, Maia Bukhsianidze, Jordi Agusti, Ralf Kahlke, Gocha Kiladze, Bienvenido Martinez-Navarro, Alexander Mouskhelishvili, Medea Nioradze & Lorenzo Rook, 2007. Postcranial evidence from early Homo from Dmanisi, Georgia. Nature 449, 305-310 (20 September 2007) | doi:10.1038/nature06134.

domenica 22 settembre 2013

Smithsonian National Museum of Natural History


Prima di recensire questo Museo (la M maiuscola è d’obbligo) c’è bisogno di una breve premessa. 
Se siete appassionati di Storia Naturale e amate i Musei naturalistici, visitatene il più possibile prima di entrare allo Smithsonian. In caso contrario, ogni museo che visiterete successivamente, vi sembrerà una scarsa imitazione di questo o un una perdita di tempo da evitare.

***

Lo Smithsonian Museum of Natural History (http://www.mnh.si.edu/) è una cattedrale museale. La collega che era con me, appassionata di paleontologia, dopo aver varcato la soglia si è rivolta a me dicendo: “E’ come entrare in chiesa”. Non ho trovato espressione migliore per descrivere la prima impressione avuta.
Per la prima volta nella mia vita, mi è capitato di commuovermi (non sono ironico) all'ingresso di una sezione museale: l'origine dell'uomo.


Lo Smithsonian Museum è un’eccellenza determinata dal connubio tra una Fondazione scientifica, scienziati e ricercatori d’alto livello, preparatori e tecnici eccezionali, un edificio maestoso creato ad hoc e reperti eccellenti. Questi ultimi, i migliori al mondo.
Visitando questo museo ci si rende conto che l’idea (tutta italiana) che per fare un museo al giorno d’oggi serve solamente una grande quantità di tecnologia, è profondamente sbagliata. Sono le collezioni a fare il museo, e le collezioni dello Smithsonian sono costituite dai migliori esemplari in circolazione. Un esempio: nella sezione di anatomia comparata sono esposti centinaia di scheletri magistralmente preparati e montati. Tra questi vi è un cranio di tartaruga marina Caretta caretta. Sarebbe stato sufficiente esporre un bel cranio completo, invece si è esposto il cranio più grande che sia mai stato trovato. Tutti gli esemplari esposti, siano essi fossili, animali impagliati, scheletri, minerali o meteoriti, ognuno ha qualcosa di eccezionale che lo rende unico.


Lo Smithsonian è un museo unico al mondo perché unici sono i reperti che contiene.
Questa istituzione, dal punto di vista museale, rappresenta per me la perfezione da imitare. Cercherò di far comprendere al lettore ciò che intendo attraverso due elenchi: le eccellenze e i difetti.

ECCELLENZE:
  • I reperti sono pezzi unici, frutto di una rigorosa e prolungata ricerca selettiva mirata ad eliminare la normalità;
  • le collezioni sono esposte con un criterio logico rigoroso (es. l’ordine cronologico nella sez. paleontologica) immediatamente percepibile dal visitatore. Questa disposizione logica immediata infonde nel visitatore un senso di profondo ordine delle collezioni;
  • Le vetrine sono ben illuminate, ben “arredate” da supporti essenziali che si collocano sempre in secondo piano rispetto gli esemplari esposti;
  • Le etichette sono chiare ed immediate, le descrizioni e le spiegazioni che accompagnano i reperti sono sintetiche, esemplificative e chiare;
  • La disposizione del museo è intuitiva: all’ingresso si viene accolti in un atrio centrale cilindrico sovrastato da un diorama con un elefante africano imbizzarrito, apparentemente pronto a caricare i visitatori. Adrenalina pura che esalta l’emozione dell’entrata. Le sezioni museali, si dipartono a raggiera dall’atrio centrale su due piani espositivi. Tra di loro sono connesse attraverso connessioni di continuità, come anelli concentrici con l’atrio centrale, base di partenza e di arrivo di ogni escursione museale nelle sezioni tematiche;

  • i diorami sono opere d’arte. Non distolgono l’attenzione dai reperti originali ma completano il senso della visita. Mostrano l’animale ricostruito, il funzionamento di un arto, la ricostruzione dell’ambiente e di un habitat;
  • sono presenti numerosi diorami “vecchi” che a seguito delle nuove scoperte scientifiche andrebbero aggiornati. Le spiegazioni sono aggiornate ma i vecchi diorami rappresentano ormai icone artistiche conosciute in tutto il mondo. Sostituirli significherebbe, a mio giudizio, amputare lo Smithsonian;




  • ogni reperto esposto, specialmente tra i fossili (ma non solo), è accompagnato da classificazione, età, da una ricostruzione dell’animale in vita, da pannelli didattici espositivi e a volte da un calco del fossile da far toccare al pubblico. In alcuni casi vi è anche un supporto multimediale. L’esposizione più completa che abbia mai visto;
  • l’arte si amalgama alle collezioni naturalistiche. I diorami sono un esempio artistico già citato, statue in bronzo dell’organismo in vita o in atteggiamenti particolari sono disseminate lungo il percorso espositivo; fotografie naturalistiche ormai famose per i premi ricevuti occupano diversi settori, manufatti umani di importanza storica sono disseminati nel museo a corredo dei reperti naturali (es. la balenottera in legno degli Inuit, gli orecchini in diamante di Maria Antonietta d’Austria, le statue in bronzo degli ominidi, in dimensioni reali, distribuite nella sezione dell’evoluzione umana);


  • le dimensioni dell’edificio sono tali da ospitare un numero elevato di visitatori contemporaneamente senza disagi;
  • su due dei tre piani del museo (due espositivi ed uno ricreativo), vi sono dei coffe shop e un ristorante, dei bookshop e i servizi. Ogni 3, 5 minuti di cammino nell’esposizione, si trova una panchina per una sosta;
  • il personale museale è molto presente, gentile e sempre pronto;
  • dislocati nel museo vi sono almeno due laboratori di preparazione e ricerca visibili al pubblico, quello paleontologico e quello di ricerca forense; 


  • l’esposizione è a misura di adulti e anche dei bambini. Ogni angolo, anche il più remoto del museo, è accessibile anche ai disabili;
  • i reperti in fase di restauro o di studio sono tolti dall’esposizione e sostituiti con una etichetta descrittiva che indica la data e la motivazione della rimozione temporanea;
  • la tecnologia non è mai eccessiva, si integra all’esposizione completandola sapientemente.
  • sono presenti nell’esposizione alcune vetrine storiche capaci di mostrare pubblicazioni  antiche di particolari scoperte scientifiche, a fianco ai reperti originali descritti e analizzati in esse, accompagnate da articoli moderni che hanno migliorato le conoscenze grazie a nuove discipline o metodi di analisi.
  • sono presenti esposizioni temporanee (es. genoma umano e la galleria delle farfalle) capaci di conferire dinamicità espositiva;
  • il giardino del museo è costituito da essenze provenienti da svariate parti del mondo, accompagnate da essenze utili alla fauna e capaci di attirare numerose specie di uccelli  e insetti. Ogni essenza è accompagnata da un’etichetta con la classificazione. 
  • si possono scattare fotografie in ogni parte del museo;
  • l’ingresso è gratuito;

DIFETTI(?)
  • il museo si finanzia con gli introiti di coffe shop, book shop e ristorante, di conseguenza i prezzi sono un po’ elevati. Nessuno però è obbligato a consumare o acquistare. Ci sono aree sosta utili anche per fare uno spuntino prima di riprendere la visita.
  • è un museo estremamente grande. Per visitarlo con cura sarebbero necessari diversi giorni. Per un americano di Washington questo è sicuramente un beneficio, per un visitatore occasionale no, ma andarsene con la consapevolezza di aver già visto il meglio in circolazione ancor prima di aver finito il giro, lascia comunque soddisfatti.
















In genere sono estremamente esigente quando si tratta di museologia e Storia Naturale. 
Lo Smithsonian National Museum of Natural History è un vero museo nazionale. Esso è il prototipo di museo ideale, capace di coniugare storia scientifica, reperti eccezionali, ricerca scientifica all’avanguardia in una piacevole visita istruttiva. Dalla visita, seppur rapida, che ho effettuato, ho potuto facilmente appurare che la ricchezza di questo museo è data dai reperti ma anche da scienziati e da preparatori di eccellente livello. Le preparazioni tassidermiche sono sbalorditive.
In aggiunta, l’accessibilità, i mezzi di trasporto, le esposizioni temporanee e il comfort ricreativo lo fanno diventare una istituzione d’eccellenza a cui ogni museo dovrebbe guardare, come una nave a un faro.

Reference
Official Guide to the Smithsonian, 2008. Ed. by National Museum of Natural History.Washinghton, US.
http://www.mnh.si.edu/