giovedì 29 novembre 2012

Primo ritrovamento di un livello di provenienza dei vertebrati fossili delle alluvioni dell'Adda e del Po, in provincia di Cremona

Persico D., Ravara S., Mantovani E.

Abstract
Si è individuata, per la prima volta, la formazione sedimentaria da cui si ritiene possa provenire un’abbondante associazione paleontologica di resti di mammiferi quaternari delle alluvioni del fiume Adda e del fiume Po, nella regione compresa tra Pizzighettone (CR) e Cremona.
Una ricerca storico-bibliografica, basata sulla localizzazione dei rinvenimenti di resti di “ospiti freddi”, ha permesso di concentrare le ricerche sul campo alla ristretta zona compresa tra  le barre di meandro del fiume Po presso Spinadesco (CR) e la barra del fiume Adda a valle del ponte “Salvo D’Acquisto” (SS 234, “Codognese”).
L’indagine eseguita, favorita anche dall’eccezionale livello di  magra raggiunto dal fiume Adda durante il periodo di luglio-agosto 2011, ha permesso il ritrovamento in alveo, di strati alternati  argilloso-limosi e torbosi, ritenuti la formazione geologica affiorante contenente l’abbondante associazione paleontologica che 
si rinviene alloctona sulle barre fluviali.

martedì 20 novembre 2012

TARTARUGA VERDE

  
Chelonia mydas Linnaeus, 1758, comunemente nota come Tartaruga verde, è una tartaruga marina della famiglia Cheloniidae.
Si distingue dalle altre tartarughe marine per il carapace dotato di quattro paia di scuti costali, una sola placca prefrontale sulla testa, che è robusta, voluminosa ed arrotondata, la punta del becco corneo della mascella superiore non ricurvo ad uncino e gli scudi del carapace mai embricati.
Il maschio si distingue dalla femmina per la coda più robusta (più larga e lunga) e le unghie degli arti anteriori più lunghe.
La colorazione della corazza è bruno-olivastra, con striature e macchie gialle o marmorizzate. I giovani sono più uniformemente bruno-olivastri, con gli arti bordati di giallo. L'adulto è lungo fino a 140 cm. circa, per un peso che può raggiungere oltre i 300 kg.
Il suo stile di vita è simile a quello della tartaruga comune (Caretta caretta), dalla quale differisce soprattutto per le imponenti migrazioni, anche di 2000 km, che a migliaia gli adulti compiono in gruppo spostandosi dalle zone dove sostano per cibarsi a quelle di accoppiamento e ovodeposizione. È ritenuta la più adatta al nuoto tra le tartarughe viventi.
Si nutre prevalentemente di fanerogame marine e per questo la si rinviene soprattutto in aree ricche di praterie sommerse.
La stagione riproduttiva va da luglio a marzo. La femmina si accoppia e depone le uova ogni 2-3 anni: sulla spiaggia, scava con le natatoie 5-7 buche nelle quali, ad intervalli di 10-15 giorni, depone circa 100 uova a guscio bianco e molle, per un numero complessivo stagionale di circa 500 unità. L'incubazione dura 50-60 giorni, in dipendenza delle condizioni climatiche. Si calcola che solo un neonato su 500 riesca a raggiungere la maturità sessuale.
La specie è cosmopolita di mari tropicali e subtropicali. Vive in acque pelagiche e costiere, in vicinanza delle barriere coralline e di coste sabbiose, dalla superficie fino a 30-40 metri di profondità.
È presente anche nel Mediterraneo, con alcuni siti di nidificazione concentrati soprattutto nella parte sud-occidentale
Nel 2009 sono stati rinvenuti, seppur pochissimi esemplari, anche nelle coste italiane, precisamente nel Golfo di Manfredonia e in Sardegna non lontano da Castelsardo.
Stato di conservazione
La IUCN Red List classifica C. mydas come specie in pericolo di estinzione (Endangered).
(Modified after:  http://it.wikipedia.org/wiki/Chelonia_mydas)

Reference
  • Seminoff 2004. Chelonia mydas. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Versione 2011.2
  • A Manfredonia nuota la tartaruga verde, «la Repubblica», 1 agosto 2009
  • Cristina Nadotti, Una tartaruga verde trovata in Sardegna, «la Repubblica», 13 agosto 2009

mercoledì 7 novembre 2012

SECONDA RECENSIONE

di
Gilberto Polloni


Sostiene Aristotele nelle Categorie che la scienza è il contrario dell’ignoranza, affermazione che lo Stagirita ribadisce con decisione anche in altri testi ma che non è poi così lapalissiana come potrebbe sembrare a prima vista. Viviamo in un’epoca dominata dalla comunicazione, nella quale l’informazione costituisce il ganglio centrale di ogni attività umana. Mai come oggi la massima confuciana in base alla quale pensare senza aver studiato è pericoloso sembra trovare quotidiano riscontro.
Malgrado ciò siamo costretti a constatare che, contro ogni apparenza, il pensiero collettivo è conformato, nella società a capitalismo avanzato, più a luoghi comuni e ad approssimazioni di riletture teoriche che a precise consapevolezze scientifiche e culturali. Ciò determina un gap informativo che genera una diffusa anomia sociale, una sorta di disinteressato distacco da qualsiasi impegno che esuli dalle banalità lavorative, per rifugiarsi semmai in abborracciate metafisiche usa e getta.
Dunque c’è bisogno di conoscenza che generi attività culturale e questo, ad una prima lettura, appare l’intento della nuova opera di Davide Persico, “Storie da una scatola di sassi”, che guida il lettore attraverso la lunghissima storia dell’uomo sulla terra. Ma ad una seconda (e per gusto estremo, terza) lettura il libro appare come uno scrigno contenente storie fantastiche (non di fantasia perché in realtà non ci si scosta mai dalla realtà empirica scientifica) che aprono visioni su altre storie, in un continuo gioco di scatole cinesi che rapisce il lettore nell’incanto di scoperte che conducono ad ulteriori scoperte, a considerazioni e, alla fine di tutto, a revisioni globali.
Ma, a ben guardare, è proprio questo il dovere dello scienziato, quello di scostare il velo, alzare il sipario sul mondo, sull’universo che non contengono misteri ma reperti, indizi, prove di un’evoluzione che ci apparenta all’ameba, in un ricreato continuum della biosfera. È di nuovo Aristotele che conferma questa regola: lo stupore, lo stupore della scoperta è la base di ogni filosofia, che non è vano parlare al vento, ma provare razionalmente chi siamo, donde veniamo e dove andremo a finire.
Tutto questo è proprio ciò che fa Davide Persico, non nuovo a simile esperienze editoriali, sempre impegnato nella diffusione di una conoscenza che, se ben compresa, ci permette di vivere meglio, al riparo dalle fantasie metafisiche e trascendentali che addormentano la ragione. Aprendo il suo nuovo libro, si apre una scatola che contiene, ben ordinati e catalogati, otto sassi, otto oggetti di differente composizione chimica e natura fisica, che ci narrano la loro storia, o meglio, attraverso la loro storia ci svelano dimensioni interdisciplinari che dalla paleontologia ci accompagnano attraverso le stanze contigue della biochimica, della genetica, dell’antropologia, dell’archeologia, della geologia, della fisica, della bionica, della meteorologia, delle neuroscienze e di altre discipline che costituiscono il complesso viluppo di saperi scientifici tra loro interconnessi e che scoprono ogni giorno nuove frontiere del sapere e della conoscenza.
L’abilità di Davide Persico consiste nel riuscire a districarsi con consumata abilità tecnica tra le varie ramificazioni del pensiero scientifico, evitando di perdere il filo del discorso che invece rimane saldamente presente in ognuno degli otto capitoli, descrivendo con linguaggio diretto, semplice e a volte quasi colloquiale, concetti, regole e teorie derivati da varie discipline scientifiche. Ma non si tratta di semplice divulgazione. Persico non è un giornalista ma uno scienziato riconosciuto a livello internazionale e tanto maggiore è il suo merito in quanto non è sempre facile esprimere concetti complessi in termini accessibili a tutti. Questa attitudine è la riprova dell’articolata cultura scientifica dell’autore che riesce a condensare una vastità di elementi in una spremuta di saperi che si assorbe, dalla lettura delle pagine del libro, come una iniezione di stimolante nettare filosofico, sempre per dirla con lo Stagirita.
Storie da una scatola di sassi è in pratica la storia del mondo, la storia dell’uomo, la storia naturale narrata in una sorta di raccolta enciclopedica di dati, scoperte, teorie, fatti e reperti scientifici, un libro che non si finisce mai di leggere, perché ogni pagina, ogni frase, direi ogni parola contiene il germe di altri approfondimenti, di nuove ricerche, lo stimolo per nuove aperture di interesse. Storie da una scatola di sassi è un’opera che può essere letta partendo dalla sua metà, o dal fondo e andando a ritroso: il risultato non cambia, stesso stupore, stesso entusiasmo e il convincimento di trovarsi in presenza di un poema, perché la vera, forse unica, poesia è quella descritta dalla natura e dalla vita quotidiana dell’uomo che ne è l’espressione estrema.  


Davide Persico
Storie da una scatola di sassi
P. 322, € 18,00
Edizioni Del Miglio, Persico Dosimo 2012

martedì 6 novembre 2012

“FIGLI DEL TEMPO”


Così si intitola l'esposizione di Emiliano Troco ospitata fino al 2 di dicembre presso il Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po.
Non nascondo che avrei qualche problema nel definire con pochi aggettivi questa mostra che l’autore ha composto con ben cinquantacinque tele, esposte in poco più di venti metri. La sensazione che pervade il visitatore, all’ingresso nella stanza, è certamente quella di un vortice di colori, soggetti, natura, tecnologia, antropologia ed evoluzione capace di catturare ma anche stordire, confondendo facilmente le idee.


I quadri sono caratterizzati da una forte variabilità di soggetti collegati da un esile filo conduttore che persone non esperte di storia naturale difficilmente riescono a percepire... 
...ma se si intraprende il percorso corretto, la comprensione illumina la mente come sanno fare i colori più brillanti della nebulosa del quadro centrale o dell’arcobaleno che introduce l’esposizione.

 

Troco è un grande artista. Questo è innegabile. Come ogni grande artista, egli ragiona solo ed esclusivamente con la propria testa, infischiandosene di aggredire il mercato intraprendendo facili percorsi utili solo alle vendite. Dice Troco: “Purtroppo questo mio modo di lavorare mi condannerà per sempre alla fame”, forse, ma ha già ampiamente contribuito a generare un artista unico, del tutto nuovo, uno dei pochi pittori capaci di seguire coerentemente il propri interesse ed il proprio istinto infischiandosene dei banali paesaggisti o delle nature morte. Infatti Troco le nature “morte” le fa rivivere.
Un esempio della meticolosità scientifica, utile per far rivivere una specie estinta come un’ammonite ad esempio, è tutta racchiusa nel dipinto intitolato Scaphites sp., dove la scrupolosa e maniacale ricchezza di informazioni si traduce in un quadro dettagliato che esula addirittura dall’abituale stile adottato dall’artista.


E' di ieri inoltre la notizia della pubblicazione, ad opera di Andrea Cau, dell'articolo "New "Sauron" Dinosaur Found, Big as T. Rex", contenente la ricostruzione paleoambientale del Kem Kem marocchino, con una scena di predazione, eseguita allo stesso modo da Troco, mirabile connubio di competenza scientifica e arte prestata alla paleontologia. Anche questo, ormai famoso dipinto, fa sfoggio nella mostra "Figli del tempo".


Dopo aver osservato per più giorni la mostra, penso che non sia possibile sostenere che Troco adotti un metodo prediletto di dipingere, egli infatti affronta la variabilità dei soggetti con un’intensità diversificata che si ripercuote sul tema da raffigurare.
Di seguito si propone l’abstract dell’autore che accompagna i visitatori nella mostra. Si evince dal testo una profondità culturale fatta di specie, teorie scientifiche ed opinioni personali che emergono chiaramente nell’esposizione, e che da un’osservazione superficiale sembrerebbero scontrarsi nell’apparente contrapposizione tra un carro armato Mark V britannico della prima guerra mondiale ed una mandria di apatosauri in migrazione. L’evoluzione però è il nesso della mostra, un processo naturale che l’artista sa cogliere grazie alla capacità di estraniarsi dalla propria mente umana. Solo vedendo Homo sapiens come una specie animale del tutto affine alle altre, è possibile accostare l’evoluzione tecnologica alla natura, in un connubio antropocenico di processi naturali che l’uomo si illude di dominare.

 
"Per la nostra eccessiva formazione umanistica siamo normalmente portati a dividere i figli della Terra in due grandi gruppi: "le cose da uomini" e "le cose da natura". Questo appare chiaro se osserviamo la distinzione che abbiamo fatto tra storia e preistoria (1). Per la nostra eccessiva formazione umanistica tutto ciò che non riguarda l'uomo e la sua società ci appare come "inferiore". Questo riflette anche certe mire storico-religiose, e tanto per la cronaca voglio ricordare che oggi in America è attivamente ostacolato l'insegnamento delle leggi evoluzionistiche a scuola (2). Appare subito chiaro che il mio impegno artistico è volto nella direzione socio-pedagogica di una rinnovata visione evoluzionistica della vita, compresa la nostra società. Quello che vorrei è una cosa semplice e banale: che ognuno di noi fosse consapevole della storia della terra ogni qualvolta osserva qualsiasi fenomeno, sia pure l'ultimo modello di metrobus, in pratica avere una visione allargata sulla vita e poter collocare al posto giusto la nostra società. La visione scientifica distaccata permette di fare luce su molti aspetti, primo fra tutti capire i crimini sociali che compiamo verso la nostra natura biologica di homo sapiens, insomma la ricerca della felicità ha radici biologiche (3).
Come opero io in questo frangente con le mie opere? Cercando di fissare un piacevole ricordo visivo associato a un concetto evoluzionistico. E dando un alone di uniformità alle opere nel loro insieme. Non c’è attenzione particolare per il soggetto dei miei quadri, non più almeno di quanta ce ne sia per l'ambiente circostante, e le pennellate lavorano in maniera uniforme su tutta la superficie ricordando che gli atomi compongono anche i sassi e non solo la nobile corona di un re.
E, a livello più ampio, non pongo distinzione tra un soggetto attualmente esistente ed uno estinto. Anzi, gioco nel creare confusione mescolando le epoche lasciando che solo il titolo  e le corrette intuizioni possano identificare i singoli figli del tempo. In questa mostra in particolare abbiamo molti "esseri estinti" tra cui un arrugginito Mark V britannico della prima guerra mondiale. Per la nostra eccessiva mentalità umanistica(4) ci verrebbe da metterlo nella categoria "moderno", in
contrapposizione con un antico bosco di araucarie. E invece il nostro carro armato era già fuori produzione durante la seconda guerra mondiale, mentre le araucarie crescono ancora rigogliose sulle Ande, nonostante siano comparse oltre 200 milioni di anni fa. Il Mark V si trova oggi solo nei musei di storia militare allo stesso modo in cui lo scheletro di mammut si trova nei musei di storia naturale. Alcuni macchinari agricoli che ho dipinto nella loro più verniciata modernità potrebbero essere già vecchi modelli alla mia prossima mostra (5).
Il rinoceronte nero occidentale si è estinto nel 2011 (è stato sterminato dagli africani che vendevano il suo corno ai cinesi i quali lo usano per pratiche magico-medicamentose). E se io oggi illustrassi tale sottospecie dovrei pensarla come presente o come passato? Che cosa è il presente se non un punto senza dimensioni che separa il passato dal futuro? Il concetto di presente è legato forse a una sorta di speranza di sopravvivenza? Un passato recente che ha speranza di diventare un prossimo futuro? Ma siccome noi sappiamo che moriamo entro 100 anni, quanto possiamo pensarci presenti e quanto invece transitori?
Il tempo si frammenta, alcune storie si fanno più veloci di altre, altre ancora si intersecano e contaminano le vicine, certe finiscono e talune si ricavano squisite isole temporali, ma alla fine tutte rientrano nella grande freccia del tempo.
La striscia a serpentina che ho allegato alla mostra è una sorta di "istruzioni per l'uso", un vademecum che aiuterà il visitatore a viaggiare nel tempo ed identificare i suoi figli. Solo capendo che il tempo è uno solo e che anche la vita è una sola(6) e comprende la nostra con tutta la sua società, solo quando non faremo più distinzioni preferenziali di specie eletta destinata a scopi più alti di tutte le altre, solo quando sapremo collocarci nel giusto spazio temporale, solo quando smetteremo di rinnegare la nostra storia evolutiva, solo allora potremo iniziare a costruire una società su misura per noi (7)." -Troco-

1) a essere precisi preistoria oggi riguarda solo la storia dell'uomo prima della scrittura e, ancora peggio, non abbiamo un nome per indicare il periodo precedente che a ritroso va fino alla formazione della terra; alcuni suggeriscono "tempo profondo" o "tempo antico", ma io sinceramente preferirei una unica parola
2) dico “leggi” poichè il termine "teoria" in ambito scientifico ha lo stesso valore che il termine "legge" ha nel linguaggio comune, e gli antievoluzionisti si fanno forti di questi piccoli dettagli linguistici non potendo combattere frontalmente sul campo
3) Desmond Morris nel 1967 scrive “La scimmia nuda”, e i concetti espressi allora, se pur con qualche aggiornamento, sono validissimi ancora oggi: quando modifichiamo la nostra società non consultiamo mai i nostri bisogni biologici (qualsiasi nostro bisogno è biologico).
4) ciononostante  nel mio prossimo evento tenterò di recuperare i buoni principi della cultura umanistica e iniziare una critica a certi aspetti della cultura scientifica.
5) cè un motivo per cui rappresento l'Homo sapiens soprattutto con i suoi prodotti culturali piuttosto che con i singoli individui. se noi fossimo degli alieni venuti in visita sulla terra ci sorprenderemmo nel notare che alcune specie viventi producono una sostanziosa mutazione del territorio, destinata a durare anche dopo la loro morte. Un termitaio è una costruzione più ingombrante e durevole della singola colonia di termiti, la diga dei castori è in grado di modificare il corso di un fiume, lo scheletro dei foraminiferi è in grado di formare montagne come le dolomiti. anche l'uomo è una specie che compie modifiche territoriali durature, basti pensare alle piramidi o ai castelli che sono sopravvissuti ai loro costruttori e a tutte le dinastie. In pratica se io fossi un alieno e dovessi documentare la specie umana con una unica foto non fotograferei un uomo ma una città.
6) in realtà non abbiamo prova che la vita abbia una storia sola e lineare. Alcune teorie non verificate pongono una possibile vita alternativa (o più di una) sviluppatasi nei pressi delle fumarole nere, negli abissi marini durante il Precambriano. Tuttavia le leggi che la governerebbero sarebbero le stesse e a tutti gli effetti potremmo ribadire che la vita è una sola, al massimo di tipo A e di tipo B e che uno solo dei tipi ha prodotto l’evoluzione che conosciamo .
7) per evitare di pensare erroneamente di essere l'ultima creatura apparsa sulla terra ricordiamoci sempre l'orso polare: noi siamo comparsi oltre 200 mila anni fa, l'orso bianco solo 110 mila.