martedì 25 dicembre 2012

PALEO-PARALLELISMO FAUNISTICO MA ATTENZIONE ALL’AMBRA



Sasso n. 2 - Ambra Baltica (D. Persico, 2012, Storie da una scatola di sassi)

I fondali del mare del Nord sono un immenso giacimento fossilifero di età quaternaria, nel quale si ritrovano risedimentati anche fossili eocenici: l’ambra e gli artropodi, i vegetali e, occasionalmente, i piccolissimi vertebrati che l’ambra può includere. 
Da anni i pescatori olandesi, insieme al consueto pescato tipico di quel mare, issano a bordo, con le proprie reti, ambra, zanne di mammuth, denti, ossa lunghe, manufatti preistorici e recentemente anche un frammento di osso frontale di Homo neanderthalensis. Un vero e proprio tesoro paleontologico che spesso e volentieri finisce nelle mani di collezionisti privati, ma che oggi, grazie all’opera di persone consapevoli del valore scientifico dei reperti “pescati”, viene salvaguardato. 
Questi numerosissimi resti descrivono un ecosistema continentale antico e florido oggi sommerso dal braccio di mare che separa la Gran Bretagna dai Paesi Bassi e dalla Danimarca. "Una sorta di Serengeti con addosso la coperta", dichiarò all'Independent Dick Mol, uno dei pescatori-paleontologi impiegati nella tutela del “mondo perduto”. 
"Ho fatto il pescatore per 17 anni", racconta Albert Hoekman, il responsabile del deposito di questi resti, "e c’è stato un tempo in cui ributtavamo in mare tutti i reperti che trovavamo nelle reti. Non avevamo idea di che cosa fossero". Oggi Albert fa la spola una volta alla settimana tra i pescatori che rientrano dalla battuta di pesca e si assicura che i pezzi più interessanti trovati vengano messi da parte per essere esaminati dagli esperti. Il resto prende la strada di internet o delle collezioni private. Il suo è un contributo non irrilevante, visto che negli ultimi anni i fossili del mare del Nord si sono dimostrati fondamentali per l'avanzamento delle conoscenze scientifiche sul Quaternario europeo. 
"Un femore recuperato l'anno passato ha provato che una gigantesca tigre dai denti a sciabola viveva in queste zone circa un milione di anni fa. Molto più a nord di quanto si pensasse", scrive l'Independent. Ancora: "I frammenti del cranio di un uomo di Neanderthal dimostrano che i nostri enigmatici cugini erano qui attivi circa 60 mila anni fa e decine di manufatti suggeriscono che le misteriose popolazioni del Mesolitico avevano impiantato nel centro del mare del Nord molti villaggi". Il rinnovato interesse per questo patrimonio antico ha prodotto anche un libro che ha ribattezzato l'area con il nome di Doggerland. “Europés Lost World” è stato scritto da un team dell'Università di Birmingham e mostra chiaramente i confini di quest'area un tempo abitata, grande come il Regno Unito.


Una storia affascinante quella dei fossili del Mare del Nord che, per certi versi, ricalca l’evoluzione della paleontologia del fiume Po, da me vissuta in questi anni con la nascita del Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR). Tra i vecchi pescatori sono sempre stati numerosi i ritrovamenti che troppo spesso venivano ributtati nel fiume per la mancanza di un’adeguata informazione, ma la nascita del museo ha colmato questa carenza. In poco più di dieci anni la collezione di vertebrati quaternari del museo, assolutamente correlabile con i fossili quaternari nord europei, si è arricchita di oltre 500 importanti ritrovamenti, neanderthal compreso. Un parallelismo faunistico sorprendente che, se studiato in modo congiunto e multidisciplinare, può dare importanti informazioni per la ricostruzione del paleoambiente e del paleoclima europeo. 


Pur ritrovandola associata agli affascinanti resti quaternari nordici, appare evidente che l’Ambra Baltica deve essere considerata fuori dal contesto paleontologico di questi ultimi, perché più antica e ivi risedimentata. Essa, come detto, è infatti stata prodotta circa 30 milioni di anni prima del periodo quaternario. Circa 1,8 milioni di anni fa i ghiacciai si sono resi responsabili dell’erosione e del trasporto della stessa Ambra sui terreni allora occupati da mammuth, bisonti e cervi giganti, diventando infine parte integrante dei sedimenti fossiliferi quaternari che oggi troviamo sul fondo del mare a causa dell’aumento del suo livello. Questa analisi consente anche di stabilire, nella correlazione tra associazione paleontologica del Mare del Nord e fossili quaternari della Pianura Padana, per quale motivo in pianura non si trova Ambra: semplicemente durante l’Eocene la Pianura Padana era sommersa da un mare ai margini del quale non vi erano foreste adatte a produrne. 


Bibliografia

D. Persico, 2012. Storie da una scatola di sassi. Delmiglio Editore.

ATS News, 4.07.2009. Fossili: Mare del Nord è gigantesca tomba di mammut.

V. Gaffney, S. Fitch, D. Smith, 2009. Europe's Lost World, the Rediscovery of Doggerland (CBA Research Reports).

A. Stoppani, 1886. L'ambra nella storia e nella geologia con speciale riguardo agli antichi popoli d'Italia. Milano, Fratelli Dumolard Editori.

giovedì 20 dicembre 2012

18 DICEMBRE 1912: 100 ANNI FA LA VERA STORIA DI UN FALSO ANELLO MANCANTE



The Piltdown Man è un Pub che prese il nome dalla più grande scoperta paleoantropologica mai avvenuta in suolo inglese: l’uomo di Piltdown. Ancora oggi, questo pub mantiene quel nome nonostante si sia svelato che quella scoperta altro non fu che la più grande truffa paleoantropologica di tutti i tempi.
Si narra che sei gentleman inglesi, tali Charles Dawson, Pierre Teilhard de Chardin, Martin A. C. Hinton, Horace de Vere Cole, Arthur Keith e Arthur Conan Doyle, poi soprannominati la Piltdown Gang, organizzarono nei minimi dettagli, il fasullo ritrovamento del “giusto” anello mancante nell’evoluzione umana. Non un ominide simile alle scimmie dalla capacità cranica troppo inferiore alla nostra e, per giunta africano o asiatico, ma un missing link nobile, dignitoso, certo un poco primitivo, ma già ragionatore, ben pensante, con un cervello già sapiente.. e soprattutto inglese.
Questi signori, impegnati nel riesumare le nobili origini dell’uomo di Piltdown, unirono l’utile al dilettevole ingegnandosi per riportare in vita la scimmia più umana che si era mai vista.
Il fossile si componeva di due diverse parti: un calvario, estremamente moderno ed una mandibola arcaica, scimmiesca.
Il 18 dicembre 1912, alla riunione del Geological Society of London, Charles Dawson presentò i resti fossili agli studiosi, affermando che gli stessi gli erano stati consegnati, 4 anni prima, da un lavoratore della cava di Piltdown...una storia molto simile al ritrovamento del Bambino di Taung per opera di Raymond Dart (1924).
Secondo quanto riferito da Dawson, l'operaio aveva scoperto i resti poco prima del suo arrivo, e li aveva in parte rovinati. In successive visite alla cava, Dawson ritrovò altri frammenti del cranio, e li portò da Arthur Smith Woodward, custode del reparto geologico al British Museum. Fortemente interessato dai ritrovamenti, Woodward accompagnò Dawson al sito, dove, tra giugno e settembre del 1912, i due ritrovarono insieme ulteriori frammenti del cranio e metà della mandibola.
Sempre nella riunione della Geological Society, Woodward mostrò una ricostruzione del fossile che proponeva l'Uomo di Piltdown come l’anello mancante dell'evoluzione della specie umana: i resti di un organismo che si collocava perfettamente a metà strada tra  le scimmie antropomorfe e l'uomo moderno; una scoperta in linea con la teoria allora prevalente in Inghilterra che voleva l'evoluzione iniziata con la parte riguardante il cervello. Venne così istituita la specie Homo piltdownensis. 
Indagando nei trascorsi dei personaggi coinvolti emergono analogie utili a ricostruire la truffa: Teilhard aveva viaggiato nella regione africana dalla quale proveniva la mandibola di scimmia, e all'epoca del ritrovamento risiedeva nelle vicinanze di Piltdown. Hinton lasciò un baule nel Natural History Museum di Londra, ritrovato nel 1970, contenente ossa di animali e denti modellati e invecchiati artificialmente alla maniera dell'Uomo di Piltdown. Il coinvolgimento invece di Sir Arthur Keith venne dedotto della frettolosità con la quale  giudicò genuino il ritrovamento escludendo tutte le ipotesi possibili e senza documentarsi adeguatamente.
Gli indizi però, che vogliono Charles Dawson come autore principale del falso ritrovamento sono supportati dalle prove di altre truffe archeologiche precedenti. L'archeologo Miles Russel della Bournemouth University ha analizzato la sua collezione privata di reperti, scoprendo che almeno 38 di essi erano dei falsi. Tra questi reperti vi era anche il dente di un ibrido rettile/mammifero, tale Plagiaulax dawsoni, "scoperto" a detta di Dawson nel 1891 e in realtà contraffatto in maniera identica al Piltdown. 
Per anni ricordato come il controverso anello mancante nell’evoluzione umana, l’Uomo di Piltdown probabilmente era solo la parte culminante del lavoro di falsario di Charles Dawson, che in letteratura, viene ormai ricordato come una roccambolesca grottesca truffa, responsabile di aver indirizzato, per anni erroneamente, le ricerche paleoantropologiche verso caratteri arcaici in realtà inesistenti. Il luogo del "ritrovamento" venne identificato nel 1918, con il posizionamento di un cippo commemorativo di dubbia forma fallica che per sembianze e per analoghi moderni, vedi il dito di Cattelan, appare ancor oggi come il viatico verso quel paese cui la gang si divertì a indirizzare innumerevoli creduloni.




L’uomo di piltdown è ancor oggi ampiamente utilizzato dagli antievoluzionisti col fine di inficiare ed invalidare tutte le genuine scoperte antropologiche avvenute successivamente ad esso, ma per gli appassionati di paleontologia e di geologia, dell’uomo di Piltdown è rimasto, oltre al flebile ricordo di un falso fossile, un vero Pub inglese.

domenica 16 dicembre 2012

SILURUS GLANIS


Ho sempre sostenuto, e per questo sono stato più volte redarguito dai pescatori (io stesso sono un pescatore), che l’immissione del Silurus glanis nel Po fosse uno dei colpi più duri inferti all’equilibrio dell’ecosistema. 
Dalle mie parti, quando si vuole disquisire di fiume o di pesca, è d'obbligo rifarsi agli esperti, coloro che il Po da sempre frequentano. Essi conoscono i periodi di magra, di piena, prevedono le ciclicità stagionali, sanno osservare gli indizi di cambiamenti insiti nei comportamenti degli animali, dalla direzione del vento, dall’aumento della schiuma sull’acqua ecc. La loro frequentazione del fiume deriva in particolare dall’attitudine e dalla passione per la pesca, sport nel quale sono veri e propri maestri. Non gli si dica però che il motivo del vistoso calo di pesce del fiume è imputabile al siluro, ne conseguirebbero infinite discussioni basate sulla ricerca e l’elencazione di tutte le altre cause dannose alla fauna ittica autoctona, a detta loro ben più importanti ed invasive del Silurus glanis.
Così, rimasto nelle mie convinzioni naturalistiche inespresse per anni, qualche giorno fa mi sono imbattuto, come molti di voi sospetto, nella visione di un filmato che testimonia le spiccate attitudini predatorie del S. glanis esattamente come le ho sempre immaginate.


Il siluro è un grande predatore e la sua mole ne è testimonianza diretta.
Molte specie ittiche del Po, sia aliene, sia autoctone ne hanno risentito l’immissione o continuano tuttora a risentirne.
Generalmente il siluro si nutre di pesci, avannotti, crostacei, anfibi e a volte piccoli mammiferi, ma la penuria alimentare, dettata da condizioni ecologiche precarie come l’inquinamento, la scarsità d’acqua, l’habitat ristretto e la sovrabbondanza numerica, possono indurre questo temibile predatore a scagliarsi contro prede che generalmente non entrano nella normale dieta.
Così si manifestano fenomeni di predazione a carico di uccelli ad esempio, come i piccioni del filmato, o verso gallinelle d’acqua, folaghe o germani, come mi capitò d’osservare anni fa in una riserva di pesca isolata dalla rete idrica, nella quale i predatori avevano raggiunto una densità insostenibile per quel microecosistema chiuso. Ma non è esluso che in questa dieta "straordinaria" possano entrarvi anche dei mammiferi.
Un’altra testimonianza a tal riguardo, deriva dall’osservazione diretta di operatori della municipalizzata di Cremona, a carico di alcuni esemplari di Silurus glanis che qualche buon tempone "liberò" nella vasca della fontana dell’aiuola di Porta Po a Cremona. Terminati i pesci rossi, i tre esemplari in vasca, due subadulti di circa 10 kg ed un adulto di 25 kg, per sopravvivere si sono dati alla predazione estrema catturando i piccioni che si affacciavano alla fontana per abbeverarsi. Il risultato furono numerose ossa e carcasse di volatili rinvenute in vasca, nonché la sopravvivenza dei tre grossi esemplari in pochi metri cubi d’acqua per anni.
Questi appena citati sono alcuni dei fenomeni legati alla presenza di un superpredatore in un ecosistema, specialmente se questo è chiuso come una lanca o un bodrio. Questi effetti sono tanto meno evidenti ed immediati in un ambiente in cui il ricambio di acque, o i microhabitat riproduttivi risultano connessi all’andamento stagionale e foraggiati dall’immissione di affluenti.
Nel Rodano, in Francia, però, alcuni ricercatori hanno osservato ed evidenziato altri comportamenti invasivi e dannosi sull’ecosistema ad opera di questa specie. Si tratta in particolare di fenomeni poco osservati in passato come le aggregazioni di numerosi esemplari adulti.


Boulêtreau et al. (2011) osservano aggregazioni monospecifiche di esemplari di siluro, di grandi dimensioni, con movimenti circolari nell’ambito di ben 17 studi effettuati mediante snorkeling nel fiume Rodano. Il numero di individui nell’aggregazione venne individuato in un valore medio di 25 (± 10) individui adulti di dimensioni comprese tra 120 e 210 cm e peso corporeo da 12 a 65 kg. Queste aggregazioni, costituite generalmente da 15 - 44 individui, rappresentavano una biomassa totale stimata di 386-1132 kg. 
L'osservazione suggerì che il motivo responsabile di queste aggregazioni non poteva essere associato al normale comportamento, alla riproduzione, all’attività trofica o ad un comportamento di difesa anti-predatoria. Gli individui in aggregazione erano attivi, sempre in nuoto, ma non erano tutti rivolti nella stessa direzione come in banchi polarizzati. Non vennero osservati movimenti sincroni e, al contrario di banchi di pesci nei quali in genere gli individui conspecifici mantengono una equidistanza minima, gli individui in queste aggregazioni nuotavano, spesso in direzioni opposte, sfregandosi l’uno contro l'altro. Pertanto, queste aggregazioni non rappresentano banchi di pesce in senso stretto. 
A causa delle dimensioni molto elevate di queste aggregazioni di individui (circa cinque volte più pesanti rispetto a quelle delle specie ittiche autoctone), esse possono portare a importanti conseguenze funzionali negli ecosistemi in cui si verificano. Un esempio marino è l’influenza della defecazione e l'escrezione di aggregazioni ittiche ad alta densità al di sopra di barriere coralline, capaci di fornire importanti quantità di azoto e fosforo tali da indurre un aumento del tasso di crescita dei coralli. Inoltre, i pesci, possono dislocare nutrienti all'interno dell'ecosistema alimentandosi in una posizione e defecando in un altra.  L’eterogenea distribuzione spaziale dei pesci può anche creare hotspot biogeochimici, luoghi cioè dove rilascio di nutrienti da parte degli animali supera la necessità dei produttori primari.
Ed è questo il caso delle aggregazioni di Silurus glanis nel Rodano, in Francia, dove le aggregazioni osservate costituiscono i più imponenti hotspot biogeochimici mai segnalati in ecosistemi d'acqua dolce. Secondo le stime riportate nell’articolo di  Boulêtreau et al. (2011), le stime corrispondono a 83-286 volte e 17-56 volte i valori massimi di P e N riscontrati a seguito di fenomeni di escrezioni di pesci, riportati in letteratura. Si tratta quindi di un nuovo fenomeno, del tutto inatteso, del potenziale impatto ecologico di Silurus glanis sull’ecosistema fluviale.


Bibliografia

Stéphanie Boulêtreau, Julien Cucherousset, Sébastien Villéger, Rémi Masson, and Frédéric Santoul, 2011. Colossal Aggregations of Giant Alien Freshwater Fish as a Potential Biogeochemical Hotspot. PLoS One. 2011; 6(10): e25732.

Krause J, Ruxton GD. Living in groups. Oxford, UK: Oxford University Press. 2002.

Parrish JK, Edelstein-Keshet L. Complexity, Pattern, and Evolutionary trade-Offs in Animal Aggregation. Science. 1999;284:99–101. 

Pitcher TJ. Heuristic definitions of fish shoaling behaviour. Animal Behav. 1983;31:611–613.

Meyer JL, Schultz ET, Helfman S. Fish Shools: An Asset to Corals. Science. 1983;220:1047–1049.

Krone R, Bshary R, Paster M, Eisinger M, van Treeck P, et al. Defecation behaviour of the Lined Bristletooth Surgeonfish Ctenochaetus striatus (Acanthuridae). Coral Reefs. 2008;27:619–622.

McIntyre PB, Flecker AS, Vanni MJ, Hood JM, Taylor BW, et al. Fish distributions and nutrient cycling in streams: can fish create biogeochemical hotspots? Ecology. 2008;89:2335–2346. 

Schaus MH, Vanni MJ, Wissing TE, Bremingan MT, Garvey JE, et al. Nitrogen and phosphorus excretion by detritivorous gizzard shad in a reservoir ecosystem. Limnol Oceanogr. 1997;42:1386–1397.

Cucherousset J, Olden JD. Ecological impacts of non-native freshwater fishes. Fisheries.2011;36:215–230.

Nakashima BS, Leggett WC. The role of fishes in the regulation of phosphorus availability in lakes.Can J Fish Aquat Sci. 1980;37:1540–1549.

Nakashima BS, Leggett WC. Natural sources and requirements of phosphorus for fishes. Can J Fish Aquat Sci. 1980;37:679–686.

Syväranta j, Cucherousset J, Kopp D, Crivelli A, Céréghino R. Dietary breadth and trophic position of introduced European catfish Silurus glanis in the River Tarn (Garonne River basin), Southwest France.Aquat Biol. 2010;8:137–144.

Alp A, Kara C, Üçkardeş F, Carol J, García-Berthou E. Age and growth of the European catfish (Silurus glanis) in a Turkish Reservoir and comparison with introduced populations. Rev Fish Biol Fisheries. 2010;21:283–294.

Penszak T. Phosphorus, nitrogen, and carbon cycling by fish populations in two small lowland rivers in Poland. Hydrobiologia. 1985;120:159–165.

Davis JA, Boyd CE. Concentrations of selected elements and ash in bluegill (Lepomis macrochirus) and certain other freshwater fish. Trans Am Fish Soc. 1975;107:862–867.

Britton JR, Pegg J, Sedwick R, Page R. Investigating the catch returns and growth rate of Wels catfish, Silurus glanis, using mark-recapture. Fisheries Management and Ecology. 2007;14:263–268.

giovedì 29 novembre 2012

Primo ritrovamento di un livello di provenienza dei vertebrati fossili delle alluvioni dell'Adda e del Po, in provincia di Cremona

Persico D., Ravara S., Mantovani E.

Abstract
Si è individuata, per la prima volta, la formazione sedimentaria da cui si ritiene possa provenire un’abbondante associazione paleontologica di resti di mammiferi quaternari delle alluvioni del fiume Adda e del fiume Po, nella regione compresa tra Pizzighettone (CR) e Cremona.
Una ricerca storico-bibliografica, basata sulla localizzazione dei rinvenimenti di resti di “ospiti freddi”, ha permesso di concentrare le ricerche sul campo alla ristretta zona compresa tra  le barre di meandro del fiume Po presso Spinadesco (CR) e la barra del fiume Adda a valle del ponte “Salvo D’Acquisto” (SS 234, “Codognese”).
L’indagine eseguita, favorita anche dall’eccezionale livello di  magra raggiunto dal fiume Adda durante il periodo di luglio-agosto 2011, ha permesso il ritrovamento in alveo, di strati alternati  argilloso-limosi e torbosi, ritenuti la formazione geologica affiorante contenente l’abbondante associazione paleontologica che 
si rinviene alloctona sulle barre fluviali.

martedì 20 novembre 2012

TARTARUGA VERDE

  
Chelonia mydas Linnaeus, 1758, comunemente nota come Tartaruga verde, è una tartaruga marina della famiglia Cheloniidae.
Si distingue dalle altre tartarughe marine per il carapace dotato di quattro paia di scuti costali, una sola placca prefrontale sulla testa, che è robusta, voluminosa ed arrotondata, la punta del becco corneo della mascella superiore non ricurvo ad uncino e gli scudi del carapace mai embricati.
Il maschio si distingue dalla femmina per la coda più robusta (più larga e lunga) e le unghie degli arti anteriori più lunghe.
La colorazione della corazza è bruno-olivastra, con striature e macchie gialle o marmorizzate. I giovani sono più uniformemente bruno-olivastri, con gli arti bordati di giallo. L'adulto è lungo fino a 140 cm. circa, per un peso che può raggiungere oltre i 300 kg.
Il suo stile di vita è simile a quello della tartaruga comune (Caretta caretta), dalla quale differisce soprattutto per le imponenti migrazioni, anche di 2000 km, che a migliaia gli adulti compiono in gruppo spostandosi dalle zone dove sostano per cibarsi a quelle di accoppiamento e ovodeposizione. È ritenuta la più adatta al nuoto tra le tartarughe viventi.
Si nutre prevalentemente di fanerogame marine e per questo la si rinviene soprattutto in aree ricche di praterie sommerse.
La stagione riproduttiva va da luglio a marzo. La femmina si accoppia e depone le uova ogni 2-3 anni: sulla spiaggia, scava con le natatoie 5-7 buche nelle quali, ad intervalli di 10-15 giorni, depone circa 100 uova a guscio bianco e molle, per un numero complessivo stagionale di circa 500 unità. L'incubazione dura 50-60 giorni, in dipendenza delle condizioni climatiche. Si calcola che solo un neonato su 500 riesca a raggiungere la maturità sessuale.
La specie è cosmopolita di mari tropicali e subtropicali. Vive in acque pelagiche e costiere, in vicinanza delle barriere coralline e di coste sabbiose, dalla superficie fino a 30-40 metri di profondità.
È presente anche nel Mediterraneo, con alcuni siti di nidificazione concentrati soprattutto nella parte sud-occidentale
Nel 2009 sono stati rinvenuti, seppur pochissimi esemplari, anche nelle coste italiane, precisamente nel Golfo di Manfredonia e in Sardegna non lontano da Castelsardo.
Stato di conservazione
La IUCN Red List classifica C. mydas come specie in pericolo di estinzione (Endangered).
(Modified after:  http://it.wikipedia.org/wiki/Chelonia_mydas)

Reference
  • Seminoff 2004. Chelonia mydas. In: IUCN 2011. IUCN Red List of Threatened Species. Versione 2011.2
  • A Manfredonia nuota la tartaruga verde, «la Repubblica», 1 agosto 2009
  • Cristina Nadotti, Una tartaruga verde trovata in Sardegna, «la Repubblica», 13 agosto 2009

mercoledì 7 novembre 2012

SECONDA RECENSIONE

di
Gilberto Polloni


Sostiene Aristotele nelle Categorie che la scienza è il contrario dell’ignoranza, affermazione che lo Stagirita ribadisce con decisione anche in altri testi ma che non è poi così lapalissiana come potrebbe sembrare a prima vista. Viviamo in un’epoca dominata dalla comunicazione, nella quale l’informazione costituisce il ganglio centrale di ogni attività umana. Mai come oggi la massima confuciana in base alla quale pensare senza aver studiato è pericoloso sembra trovare quotidiano riscontro.
Malgrado ciò siamo costretti a constatare che, contro ogni apparenza, il pensiero collettivo è conformato, nella società a capitalismo avanzato, più a luoghi comuni e ad approssimazioni di riletture teoriche che a precise consapevolezze scientifiche e culturali. Ciò determina un gap informativo che genera una diffusa anomia sociale, una sorta di disinteressato distacco da qualsiasi impegno che esuli dalle banalità lavorative, per rifugiarsi semmai in abborracciate metafisiche usa e getta.
Dunque c’è bisogno di conoscenza che generi attività culturale e questo, ad una prima lettura, appare l’intento della nuova opera di Davide Persico, “Storie da una scatola di sassi”, che guida il lettore attraverso la lunghissima storia dell’uomo sulla terra. Ma ad una seconda (e per gusto estremo, terza) lettura il libro appare come uno scrigno contenente storie fantastiche (non di fantasia perché in realtà non ci si scosta mai dalla realtà empirica scientifica) che aprono visioni su altre storie, in un continuo gioco di scatole cinesi che rapisce il lettore nell’incanto di scoperte che conducono ad ulteriori scoperte, a considerazioni e, alla fine di tutto, a revisioni globali.
Ma, a ben guardare, è proprio questo il dovere dello scienziato, quello di scostare il velo, alzare il sipario sul mondo, sull’universo che non contengono misteri ma reperti, indizi, prove di un’evoluzione che ci apparenta all’ameba, in un ricreato continuum della biosfera. È di nuovo Aristotele che conferma questa regola: lo stupore, lo stupore della scoperta è la base di ogni filosofia, che non è vano parlare al vento, ma provare razionalmente chi siamo, donde veniamo e dove andremo a finire.
Tutto questo è proprio ciò che fa Davide Persico, non nuovo a simile esperienze editoriali, sempre impegnato nella diffusione di una conoscenza che, se ben compresa, ci permette di vivere meglio, al riparo dalle fantasie metafisiche e trascendentali che addormentano la ragione. Aprendo il suo nuovo libro, si apre una scatola che contiene, ben ordinati e catalogati, otto sassi, otto oggetti di differente composizione chimica e natura fisica, che ci narrano la loro storia, o meglio, attraverso la loro storia ci svelano dimensioni interdisciplinari che dalla paleontologia ci accompagnano attraverso le stanze contigue della biochimica, della genetica, dell’antropologia, dell’archeologia, della geologia, della fisica, della bionica, della meteorologia, delle neuroscienze e di altre discipline che costituiscono il complesso viluppo di saperi scientifici tra loro interconnessi e che scoprono ogni giorno nuove frontiere del sapere e della conoscenza.
L’abilità di Davide Persico consiste nel riuscire a districarsi con consumata abilità tecnica tra le varie ramificazioni del pensiero scientifico, evitando di perdere il filo del discorso che invece rimane saldamente presente in ognuno degli otto capitoli, descrivendo con linguaggio diretto, semplice e a volte quasi colloquiale, concetti, regole e teorie derivati da varie discipline scientifiche. Ma non si tratta di semplice divulgazione. Persico non è un giornalista ma uno scienziato riconosciuto a livello internazionale e tanto maggiore è il suo merito in quanto non è sempre facile esprimere concetti complessi in termini accessibili a tutti. Questa attitudine è la riprova dell’articolata cultura scientifica dell’autore che riesce a condensare una vastità di elementi in una spremuta di saperi che si assorbe, dalla lettura delle pagine del libro, come una iniezione di stimolante nettare filosofico, sempre per dirla con lo Stagirita.
Storie da una scatola di sassi è in pratica la storia del mondo, la storia dell’uomo, la storia naturale narrata in una sorta di raccolta enciclopedica di dati, scoperte, teorie, fatti e reperti scientifici, un libro che non si finisce mai di leggere, perché ogni pagina, ogni frase, direi ogni parola contiene il germe di altri approfondimenti, di nuove ricerche, lo stimolo per nuove aperture di interesse. Storie da una scatola di sassi è un’opera che può essere letta partendo dalla sua metà, o dal fondo e andando a ritroso: il risultato non cambia, stesso stupore, stesso entusiasmo e il convincimento di trovarsi in presenza di un poema, perché la vera, forse unica, poesia è quella descritta dalla natura e dalla vita quotidiana dell’uomo che ne è l’espressione estrema.  


Davide Persico
Storie da una scatola di sassi
P. 322, € 18,00
Edizioni Del Miglio, Persico Dosimo 2012

martedì 6 novembre 2012

“FIGLI DEL TEMPO”


Così si intitola l'esposizione di Emiliano Troco ospitata fino al 2 di dicembre presso il Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po.
Non nascondo che avrei qualche problema nel definire con pochi aggettivi questa mostra che l’autore ha composto con ben cinquantacinque tele, esposte in poco più di venti metri. La sensazione che pervade il visitatore, all’ingresso nella stanza, è certamente quella di un vortice di colori, soggetti, natura, tecnologia, antropologia ed evoluzione capace di catturare ma anche stordire, confondendo facilmente le idee.


I quadri sono caratterizzati da una forte variabilità di soggetti collegati da un esile filo conduttore che persone non esperte di storia naturale difficilmente riescono a percepire... 
...ma se si intraprende il percorso corretto, la comprensione illumina la mente come sanno fare i colori più brillanti della nebulosa del quadro centrale o dell’arcobaleno che introduce l’esposizione.

 

Troco è un grande artista. Questo è innegabile. Come ogni grande artista, egli ragiona solo ed esclusivamente con la propria testa, infischiandosene di aggredire il mercato intraprendendo facili percorsi utili solo alle vendite. Dice Troco: “Purtroppo questo mio modo di lavorare mi condannerà per sempre alla fame”, forse, ma ha già ampiamente contribuito a generare un artista unico, del tutto nuovo, uno dei pochi pittori capaci di seguire coerentemente il propri interesse ed il proprio istinto infischiandosene dei banali paesaggisti o delle nature morte. Infatti Troco le nature “morte” le fa rivivere.
Un esempio della meticolosità scientifica, utile per far rivivere una specie estinta come un’ammonite ad esempio, è tutta racchiusa nel dipinto intitolato Scaphites sp., dove la scrupolosa e maniacale ricchezza di informazioni si traduce in un quadro dettagliato che esula addirittura dall’abituale stile adottato dall’artista.


E' di ieri inoltre la notizia della pubblicazione, ad opera di Andrea Cau, dell'articolo "New "Sauron" Dinosaur Found, Big as T. Rex", contenente la ricostruzione paleoambientale del Kem Kem marocchino, con una scena di predazione, eseguita allo stesso modo da Troco, mirabile connubio di competenza scientifica e arte prestata alla paleontologia. Anche questo, ormai famoso dipinto, fa sfoggio nella mostra "Figli del tempo".


Dopo aver osservato per più giorni la mostra, penso che non sia possibile sostenere che Troco adotti un metodo prediletto di dipingere, egli infatti affronta la variabilità dei soggetti con un’intensità diversificata che si ripercuote sul tema da raffigurare.
Di seguito si propone l’abstract dell’autore che accompagna i visitatori nella mostra. Si evince dal testo una profondità culturale fatta di specie, teorie scientifiche ed opinioni personali che emergono chiaramente nell’esposizione, e che da un’osservazione superficiale sembrerebbero scontrarsi nell’apparente contrapposizione tra un carro armato Mark V britannico della prima guerra mondiale ed una mandria di apatosauri in migrazione. L’evoluzione però è il nesso della mostra, un processo naturale che l’artista sa cogliere grazie alla capacità di estraniarsi dalla propria mente umana. Solo vedendo Homo sapiens come una specie animale del tutto affine alle altre, è possibile accostare l’evoluzione tecnologica alla natura, in un connubio antropocenico di processi naturali che l’uomo si illude di dominare.

 
"Per la nostra eccessiva formazione umanistica siamo normalmente portati a dividere i figli della Terra in due grandi gruppi: "le cose da uomini" e "le cose da natura". Questo appare chiaro se osserviamo la distinzione che abbiamo fatto tra storia e preistoria (1). Per la nostra eccessiva formazione umanistica tutto ciò che non riguarda l'uomo e la sua società ci appare come "inferiore". Questo riflette anche certe mire storico-religiose, e tanto per la cronaca voglio ricordare che oggi in America è attivamente ostacolato l'insegnamento delle leggi evoluzionistiche a scuola (2). Appare subito chiaro che il mio impegno artistico è volto nella direzione socio-pedagogica di una rinnovata visione evoluzionistica della vita, compresa la nostra società. Quello che vorrei è una cosa semplice e banale: che ognuno di noi fosse consapevole della storia della terra ogni qualvolta osserva qualsiasi fenomeno, sia pure l'ultimo modello di metrobus, in pratica avere una visione allargata sulla vita e poter collocare al posto giusto la nostra società. La visione scientifica distaccata permette di fare luce su molti aspetti, primo fra tutti capire i crimini sociali che compiamo verso la nostra natura biologica di homo sapiens, insomma la ricerca della felicità ha radici biologiche (3).
Come opero io in questo frangente con le mie opere? Cercando di fissare un piacevole ricordo visivo associato a un concetto evoluzionistico. E dando un alone di uniformità alle opere nel loro insieme. Non c’è attenzione particolare per il soggetto dei miei quadri, non più almeno di quanta ce ne sia per l'ambiente circostante, e le pennellate lavorano in maniera uniforme su tutta la superficie ricordando che gli atomi compongono anche i sassi e non solo la nobile corona di un re.
E, a livello più ampio, non pongo distinzione tra un soggetto attualmente esistente ed uno estinto. Anzi, gioco nel creare confusione mescolando le epoche lasciando che solo il titolo  e le corrette intuizioni possano identificare i singoli figli del tempo. In questa mostra in particolare abbiamo molti "esseri estinti" tra cui un arrugginito Mark V britannico della prima guerra mondiale. Per la nostra eccessiva mentalità umanistica(4) ci verrebbe da metterlo nella categoria "moderno", in
contrapposizione con un antico bosco di araucarie. E invece il nostro carro armato era già fuori produzione durante la seconda guerra mondiale, mentre le araucarie crescono ancora rigogliose sulle Ande, nonostante siano comparse oltre 200 milioni di anni fa. Il Mark V si trova oggi solo nei musei di storia militare allo stesso modo in cui lo scheletro di mammut si trova nei musei di storia naturale. Alcuni macchinari agricoli che ho dipinto nella loro più verniciata modernità potrebbero essere già vecchi modelli alla mia prossima mostra (5).
Il rinoceronte nero occidentale si è estinto nel 2011 (è stato sterminato dagli africani che vendevano il suo corno ai cinesi i quali lo usano per pratiche magico-medicamentose). E se io oggi illustrassi tale sottospecie dovrei pensarla come presente o come passato? Che cosa è il presente se non un punto senza dimensioni che separa il passato dal futuro? Il concetto di presente è legato forse a una sorta di speranza di sopravvivenza? Un passato recente che ha speranza di diventare un prossimo futuro? Ma siccome noi sappiamo che moriamo entro 100 anni, quanto possiamo pensarci presenti e quanto invece transitori?
Il tempo si frammenta, alcune storie si fanno più veloci di altre, altre ancora si intersecano e contaminano le vicine, certe finiscono e talune si ricavano squisite isole temporali, ma alla fine tutte rientrano nella grande freccia del tempo.
La striscia a serpentina che ho allegato alla mostra è una sorta di "istruzioni per l'uso", un vademecum che aiuterà il visitatore a viaggiare nel tempo ed identificare i suoi figli. Solo capendo che il tempo è uno solo e che anche la vita è una sola(6) e comprende la nostra con tutta la sua società, solo quando non faremo più distinzioni preferenziali di specie eletta destinata a scopi più alti di tutte le altre, solo quando sapremo collocarci nel giusto spazio temporale, solo quando smetteremo di rinnegare la nostra storia evolutiva, solo allora potremo iniziare a costruire una società su misura per noi (7)." -Troco-

1) a essere precisi preistoria oggi riguarda solo la storia dell'uomo prima della scrittura e, ancora peggio, non abbiamo un nome per indicare il periodo precedente che a ritroso va fino alla formazione della terra; alcuni suggeriscono "tempo profondo" o "tempo antico", ma io sinceramente preferirei una unica parola
2) dico “leggi” poichè il termine "teoria" in ambito scientifico ha lo stesso valore che il termine "legge" ha nel linguaggio comune, e gli antievoluzionisti si fanno forti di questi piccoli dettagli linguistici non potendo combattere frontalmente sul campo
3) Desmond Morris nel 1967 scrive “La scimmia nuda”, e i concetti espressi allora, se pur con qualche aggiornamento, sono validissimi ancora oggi: quando modifichiamo la nostra società non consultiamo mai i nostri bisogni biologici (qualsiasi nostro bisogno è biologico).
4) ciononostante  nel mio prossimo evento tenterò di recuperare i buoni principi della cultura umanistica e iniziare una critica a certi aspetti della cultura scientifica.
5) cè un motivo per cui rappresento l'Homo sapiens soprattutto con i suoi prodotti culturali piuttosto che con i singoli individui. se noi fossimo degli alieni venuti in visita sulla terra ci sorprenderemmo nel notare che alcune specie viventi producono una sostanziosa mutazione del territorio, destinata a durare anche dopo la loro morte. Un termitaio è una costruzione più ingombrante e durevole della singola colonia di termiti, la diga dei castori è in grado di modificare il corso di un fiume, lo scheletro dei foraminiferi è in grado di formare montagne come le dolomiti. anche l'uomo è una specie che compie modifiche territoriali durature, basti pensare alle piramidi o ai castelli che sono sopravvissuti ai loro costruttori e a tutte le dinastie. In pratica se io fossi un alieno e dovessi documentare la specie umana con una unica foto non fotograferei un uomo ma una città.
6) in realtà non abbiamo prova che la vita abbia una storia sola e lineare. Alcune teorie non verificate pongono una possibile vita alternativa (o più di una) sviluppatasi nei pressi delle fumarole nere, negli abissi marini durante il Precambriano. Tuttavia le leggi che la governerebbero sarebbero le stesse e a tutti gli effetti potremmo ribadire che la vita è una sola, al massimo di tipo A e di tipo B e che uno solo dei tipi ha prodotto l’evoluzione che conosciamo .
7) per evitare di pensare erroneamente di essere l'ultima creatura apparsa sulla terra ricordiamoci sempre l'orso polare: noi siamo comparsi oltre 200 mila anni fa, l'orso bianco solo 110 mila.





domenica 21 ottobre 2012

"PALEONTOLOGIA URBANA"

Ricercare fossili è sempre emozionante.
L’adrenalina del momento del ritrovamento ripaga ampiamente le ore di interminabile ricerca. Quest'ultima però non deve necessariamente  concludersi con la raccolta del reperto naturalistico, essa può essere soddisfacente anche solo fotografando l’oggetto. Per non distruggere il patrimonio naturale, per non incappare in sanzioni o per tutelare l’ambiente, è possibile portarsi a casa gli spunti necessari per intraprendere una ricerca, o per ricordare l’attimo del ritrovamento.
Si potrebbero trasformare, infatti, queste escursioni di raccolta in “paleosafari” fotografici da svolgere non solo in montagna, in collina o sulle rive in erosione del mare o di un fiume, ma anche in città. Si, avete capito bene, proprio in città.


Oggi ad esempio, ho portato mia figlia a cercare fossili a Cremona, e nonostante ci si sia imbattuti nel bel mezzo dell’escursione, nell’acquisto forzato del palloncino di barbapapà e di un cono gelato bigusto, siamo riusciti comunque a fare interessanti scoperte paleontologiche.
Per queste uscite non c’è bisogno di un attrezzatura da sopravvivenza, basta partire muniti di scarpe comode, buona volontà, macchinetta fotografica e tanto, tanto spirito di osservazione.
La prima regola indispensabile per raggiungere il proprio obiettivo è certamente quella di saper distinguere le rocce sedimentarie (generalmente fossilifere) dalle rocce ignee e metamorfiche (mai fossilifere).
Le rocce sedimentarie sono generate dall'accumulo di sedimenti di varia origine, derivanti in gran parte dalla degradazione e dall'erosione di rocce preesistenti, che si sono depositati sulla superficie terrestre. Tra questi sedimenti, spesso, vi sono anche i resti di organismi che nel tempo si sono conservati come fossili. Un buon modo per discriminare se le rocce sono sedimentarie o meno è la presenza di cristalli: se sono presenti siamo di fronte a rocce ignee o metamorfiche, raramente sedimentarie. In pratica, se ci sono i cristalli non ci sono i fossili.
Fatta questa distinzione abbiamo già un buon margine di probabilità di tornare a casa con la scheda di memoria della macchina fotografica piena. Ma ritorniamo a noi...
I palazzi di Cremona offrono straordinari spunti di ricerca paleontologica grazie ai materiali lapidei che li compongono. Il porfido sulle strade del centro, i sassi delle strade antistanti il centro e le rocce che costituiscono o che rivestono i palazzi e, soprattutto, gli edifici storici.
Ci si può ad esempio facilmente imbattere, come del resto in gran parte delle piazze cittadine del nord Italia, nel “Marmo” rosso di Verona, quello che, proveniente dai Lessini e dal Monte Baldo, rende impossibile l’insuccesso dell’escursione.
Il marmo rosso di Verona è un calcare nodulare che, per quanto riguarda la classificazione dei materiali lapidei, rientra nel gruppo dei calcari lucidabili. Presenta al suo interno scheletri fossili di ammoniti e rostri di belemniti immersi in una matrice microsparitica formata da fecal pellets. Può essere estratto dalla formazione del Rosso Ammonitico Veronese o della Scaglia rossa, entrambi affioranti ed estratti nei Monti Lessini.
Così, per soddisfare la curiosità e la voglia di successo della pargoletta, durante l’escursione si è presa la sicura strada per il centro cittadino, quella che raggiunge Piazza del Comune, uno spazio urbano assai unitario e suggestivo che può vantare anche alcuni dei maggiori monumenti medievali italiani.
Questa piazza assolve alla doppia funzione di centro religioso e civile della città.
Il sapiente rapporto tra i toni rosso dei cotti e bianco/rosa dei marmi, il duecentesco Torrazzo con i suoi 111 metri, il portico del Bertazzola sovrastato dalla marmorea facciata del Duomo, il Battistero ottagonale e i duecenteschi edifici della Loggia dei Militi e del Palazzo Comunale fanno di questa piazza una delle più belle d'Italia.
Con tutte queste eccellenze, fatte di materiali prestigiosi, certamente doveva risultare un sito paleontologicamente fecondo. E infatti, non appena ci si affaccia sulla piazza, ecco le ammoniti e le belemniti che fanno capolino.
Si tratta di resti di Cefalopodi inclusi in calcare bianco, rosa o rosso che, attraverso una loro classificazione, possono raccontarci quando sono vissuti o da dove provengono.
Il primo ritrovamento, avvenuto all’angolo tra via Baldesio e Piazza del Comune è una belemnite in sezione che, come una freccia scagliata verso il cielo, si trova a mezza altezza di una colonna rivestita di marmo rosso proprio di fronte al negozio dell’Unicef.


Questa belemnite, probabilmente una Hibolites hastatus, dovrebbe essere vissuta nel Giurassico superiore (Oxfordiano, 158-161 Milioni di anni fa), divenendo parte di Cremona in tempi storici recenti, come testimonia la forma moderna della colonna.
Attraversando trasversalmente la piazza raggiungiamo il battistero. Seduti comodamente su una robusta panchina di roccia, probabilmente di Tonalite, si può ammirare una lastra rosa ruvida, alla base del Battistero, contenente ben tre fossili: una belemnite e due grosse ammoniti. In questo caso, il taglio in sezione verticale delle ammoniti ed obliquo della belemnite, non rende possibile una certa classificazione (forse gli occhi di un esperto del settore potrebbero venire in aiuto...), anche se per l’ammonite più grande si potrebbe azzardare una classificazion al genere Leptosphinctes, attribuendo la lastra contenente i tre fossili coevi al Dogger (161-176 Ma), l’epoca intermedia del Giurassico. E’ comunque certo che i fossili siano inclusi in una lastra (strato) di marmo rosso di Verona, la cui età può oscillare al massimo dal Titoniano al Baiociano, cioè da 145.5 a 170 Ma.


Percorsa la semicirconferenza del Battistero ritorniamo in piazza: d’obbligo è un ingresso in Duomo. Nella cattedrale si possono ritrovare infiniti spunti di ricerca ed indagine purtroppo spesso ostacolati da stormi di giapponesi in transito. Per questo motivo decidiamo di attraversale la cattedrale per uscire di lato, in via Boccaccino dove si rende obbligatoria una foto ricordo a cavallo del leone (anch’esso di marmo veronese). 


Da li siamo ritornati sui nostri passi incontrando, lungo il cammino che costeggia la  base del  Torrazzo, altre tre ammoniti di grandi dimensioni sulla parete della cattedrale.
In questi casi sarebbe opportuno portare un segnale identificativo dell’attività che si sta svolgendo, perché fotografare una parete spoglia, in mezzo ad una miriade di turisti intenti ad apprezzare le bellezze artistiche della cattedrale, si rischia di essere giudicati male... ma noi, incuranti dell’opinione pubblica e orgogliosi di vivere al di fuori della diffusa ignoranza geopaleontologica della massa, abbiamo proceduto imperterriti scattando le immagini proposte di seguito.


Tre ammoniti nel calcare rosso ed una in quello bianco, impossibili da classificare ma certamente affini agli esemplari precedentemente osservati. Assicurati dalla litologia, confidiamo di fotografare fossili di organismi vissuti nel medesimo intervallo di tempo riscontrato.
Questi abbondanti ritrovamenti sono avvenuti in sole due ore di “escursione”. Possiamo affermare quindi che nella città di Cremona, ma sono certo sia così in altre realtà metropolitane, la frequenza di resti paleontologici è talmente elevata da consentire agli appassionati di partire, attrezzati fino ai denti, verso spedizioni tutt’altro che pericolose ed estenuanti, capaci inoltre di coniugare la ricerca paleontologica con l’arte religiosa, quella monumentale, il tessuto urbano e, perché no, la cucina tradizionale. Cremona dimostra ad esempio che torrone, mostarda e marubini, ben si abbinano con le ammoniti Giurassiche.


Reference
  • Alberto Silotti, 1971. I fossili dei Lessini Ed Corev, Verona.
  • http://turismo.comune.cremona.it/it/pois/piazza-del-comune
  • http://it.wikipedia.org/wiki/Marmo_rosso_di_Verona

mercoledì 17 ottobre 2012

BIOLOGIA SINTETICA

 "La biologia sintetica, combinando sistemi di geni scoperti in forme di vita diverse, può realizzare organismi produttori di materiali nuovi" C. A. Redi

 
Non si può certo dire che siano stati raggiunti i risultati scientifici ottenuti dalla Nexus Corporation in Blade Runner, però in questi ultimi decenni la biologia e la genetica hanno fatto passi da gigante. Non parleremo ancora per diverso tempo di replicanti umani però, da quando nel 2000, due gruppi di ricerca indipendenti annunciarono su Nature la costruzione di un interruttore e un orologio che di fatto sono due cellule viventi, possiamo di certo affermare di essere su una buona strada. Nei pochi anni successivi si crearono altre cellule viventi con nuove funzioni come interruttori di vario tipo, sensori per odori, luce, temperatura, campi magnetici, memorie, generatori di impulsi, microfabbriche di farmaci, resine, plastiche biodegradabili e carburanti. 
Il primo passo verso questi successi è stato decodificare i geni presenti in una cellula che con nuove tecnologie si sono sintetizzati e “cuciti” insieme. Infine queste sequenze genetiche sono state inserite in chassis, cioè cellule svuotate del loro DNA previo il mantenimento delle parti vitali e riproduttive. In questo modo, questi contenitori viventi, farciti di geni con funzione predefinita, possono generare organismi viventi nuovi e totalmente vocati al compito programmato dall’uomo. Chiaramente diversi di questi geni possono anche venire associati, rendendo questi organismi  complessi e “multitasking”, cioè capaci di svolgere diversi compiti contemporaneamente. 
Un altro passo avanti avvenne quando, nel 2003, il MIT di Boston, aprì un sito internet (http://www.partsregistry.org) deputato a contenere le sequenze dei geni e dei loro regolatori, depositate dai ricercatori assieme ai chassis realizzati. Generalmente i contenitori o chassis realizzati, derivano da un batterio nostrano come l’Escherichia coli, oppure da lievito di birra, da virus o da cellule staminali. Selezionando ad esempio “coliroid” nel database a visione libera, si possono trovare gli 11 componenti tra geni e regolatori che dotano un chassis della capacità di diventare scuro se colpito dalla luce. 
Un complesso di questi chassis fotoreattivi consente di realizzare microfotografie, come questa di fianco, autoritratto di uno dei ricercatori della Texas University ad Austin che hanno scoperto e "costruito" questi nuovi organismi sintetici.
Un programmino per computer, oggi anche in versione per Ipad, chiamato Genoma Compiler (http://www.genomecompiler.com/), collegato ad una macchinetta che assembla le molecole nucleotidiche del DNA, quelle che costituiscono la famosa e variabile sequenza di lettere (A-T C-G e U), è in grado di replicare frammenti del DNA, cioè di geni aventi precise e definite funzioni. In pochi minuti questo sistema può realizzare diversi microorganismi sintetici che fatti replicare producono il film fotosensibile di dimensione desiderata utile per composizione di “foto batteriche”. Certo, questa è solo una curiosità, ma dà già il senso delle potenzialità scientifiche e delle applicazioni industriali realizzabili da simili metodi.
Sono stati prodotti sistemi genetici capaci di conferire alla neo-cellula movimento, oppure per creare un dispositivo di autodistruzione o di distruzione di altre cellule o per produrre resine, plastiche, farmaci o carburanti. Un buon esempio di queste applicazioni può essere quello della produzione di artemisina, un farmaco antimalarico. 
L’Artemisia annua, è una pianta erbacea capace di produrre minime quantità di questa sostanza. Individuando il gene responsabile di questa produzione, i ricercatori sono stati in grado di replicarlo, inserirlo in un chassis ed ottenere un unico singolo organismo deputato alla produzione esclusiva di quella sostanza. E’ naturale e immaginabile considerare fondamentale il saper leggere il codice genetico per distinguere ed individuare i geni da selezionare e replicare. Per fare questo sono indispensabili importanti investimenti nella ricerca, soprattutto alla luce dei successi di queste metodologie nello studio dell’evoluzione e dell’azione del debellare il cancro. Purtroppo però, visto l’andamento degli investimenti del nostro paese, con ogni probabilità dovremo accontentarci, come nel caso di questo post dell’anellomancante, di commentare o ammirare i risultati scientifici altrui.

modificato da "D'Amico A., La Repubblica, 14-10-2012"

domenica 14 ottobre 2012

THE COLLECTOR LIST


 

In genere ci si organizza per una vacanza al mare preparando una lista di oggetti indispensabili per affrontare i 15 tanto desiderati giorni di sole.
Ci si propone un’abbronzatura impeccabile, ozio sfrenato sul lettino, bibite fresche, buona frutta, letture a volontà, gossip d’ordinanza e magari nuove ed interessanti conoscenze.
Tutto questo accade quando chi decide di prenotare una vacanza è una persona normale, intendendo col termine normalità, il turista vacanziero medio, quello che con la propria famigliola standard: un paio di bimbi, una moglie ed un mutuo sulla casa, decide a metà anno di fare qualche sacrificio, ma di portare l’allegra combricola a friggere sotto il sole nord africano. Che in settembre è ancora bello tosto.
Io però non sono una persona normale.
La mia lista non prevedeva costume da bagno, crema solare protezione totale, infradito brasiliane e riviste patinate tutte tette e flirt estivi.
Nella mia valigia trovano generalmente posto sacchetti da campionatura, scatole a chiusura ermetica, pinze da dissezione, coltello Latherman multiuso, taccuino Moleskine, 3 matite, una penna, macchina fotografica, scarpe da trekking e tanta, tanta voglia di avventura naturalistica.
Certo, trovare l’adrenalina pura in un villaggio turistico è tutta un’impresa, però, lontano dagli occhi indiscreti della propria moglie, convinta di passare 15gg di condivisione pargoli e convivenza strettissima sulla spiaggia, prima di partire si può facilmente fingere di voler staccare da tutto e da tutti, lasciando a casa il MacBook o l’Ipad, e avvalendosi di un solo poverissimo telefonino da sms.
L’avventuriero però non riesce a partire allo sbaraglio, ha sempre bisogno di un piano organizzativo di ricerca e di sopravvivenza: fotografie aeree della zona, immagini 3D delle principali attrazioni archeologiche nel raggio di 100km, pubblicazioni scientifiche delle stratigrafie rocciose dell’area in esame e guida naturalistica della flora e della fauna del Mediterraneo.
Poi, l’istinto e l’esperienza del viaggiatore completano l’opera organizzativa che, sacrificando i primi tre giorni di vacanza con l’insospettabile e incondivisibile osservazione territoriale, permetterà di preparare le escursioni mirate finalizzate al recupero dei reperti.
In genere il naturalista complessato (collezionista), costruisce una lista di oggetti da ricercare che generalmente hanno in essa un ordine gerarchico di importanza e di probabilità d’essere trovati.
Per esempio, la mia lista, prima della partenza per la Tunisia, era così composta (dal reperto più comune e meno ambito al più desiderato e raro):

  1. conchiglie attuali ordinarie;
  2. conchiglie esteticamente apprezzabili;
  3. rosa del deserto;
  4. gasteropodi attuali di grandi dimensioni;
  5. fossili;
  6. fossili interessanti di aspetto apprezzabile;
  7. fossili belli, rari e paleontologicamente significativi;
  8. resti (fossili o attuali) di cheloni;
  9.  cranio di tartaruga marina.

Naturalmente la lista naturalistica non viene mai scritta, essa è perennemente impressa all’interno del cranio del collezionista, dove soltanto il proprio cervello può leggerla e rileggerla rendendola indelebile.
Anche i più grandi ottimisti però, di fronte ad una gabbia dorata come un villaggio turistico, vacillano nella consapevolezza che difficilmente riusciranno a superare la metà dell’elenco. Probabilmente ci si dovrà accontentare di ciò che passa in convento nei frangenti di libertà condizionata nel Club, quando rivenditori rigorosamente abusivi faranno il loro ingresso in spiaggia per proporre le ricchezze naturalistiche della regione.
La spiaggia appunto, primo giacimento naturalistico da indagare. Qui le conchiglie spiaggiate sono abbondanti. Innumerevoli esemplari di bivalvi per le quali non vale nemmeno perdere tempo di classificare. Qualcuna comunque va raccolta (Step 1). Rari invece sono i gasteropodi, le cui spire sempre attirano l’uomo con la loro bellezza. Opercoli colorati (Bolma rugosa) e conchiglie (Murex sp.), sono l’obiettivo da raccogliere (Step 2).
Ed ecco quindi spuntare uno di questi rivenditori, uno smilzo con un solo dente incisivo, sigaretta spezzata in bocca, borsa della spesa in plastica verde fluorescente anni 80 e 7, 8 pezzi di apprezzabile dimensione, di rosa del deserto (Step 3).
Il prezzo è stracciato, ma non posso accontentarmi i primi giorni senza combattere, di un reperto sittanto ordinario, comune e utile solo a raccogliere la polvere in salotto. Così desisto dall’acquisto, ma sfrutto la sicura esperienza dell’uomo delle rose di gesso per indagare a quale altro ambito step posso aspirare. Con le rose ha anche qualche conchiglia, grande per le dimensioni generali dei molluschi, ma ordinaria per la specie. Non esistono più gli esemplari grandi, ormai il mare li ha esauriti.
Sono sicuro che ce ne sono ancora là, indicando con sicurezza la direzione del porto mai visto ma presente sulle foto aeree.... E poi se sono rare le posso pagar bene.
Va bene amico, non c’è bisogno che vai la, se mi assicuri che la compri da me te la porto nel pomeriggio. Ok, vediamo le dimensioni e poi decido. Ma la compri? Si, solo se è grossa. Ma grossa quanto? Grossa grossa.
Nel pomeriggio il tizio ritorna. Con la stessa borsa. Senza rose del deserto e senza conchiglie ordinarie. Ma con una sola Charonia nodifera, che occupa tutto il contenitore. E’ grande abbastanza. Si lo è. 35 dinari? Ok 35. (17 euro). Viene da Djerba.
Ma delle altre, di quelle più comuni, rotonde, ne hai di grandi? No, di quelle non ce ne sono proprio. Ok, se lo dici tu? (Andrò al porto domani).
Il venerdi, al porto di Mahdia, c’è il mercato. Una folla immensa si rincorre nel caos più assoluto tra motorini, taxi e automobili logore d’altri tempi, intorno ad un mercato immenso, variegato, dove è possibile trovare ogni cosa, dal camaleonte essicato al televisore LCD, fino alle spugne grezze e alle conchiglie locali, comprese le innumerevoli Tonna galea lucidate e di dimensioni ordinarie.
Vi sono però negozi strani, quelli di spezie e di legumi, che espongo anche conchiglie e spugne e che fuori sono limitati da barili e cassoni pieni di conchiglie grezze, puzzolenti, tra le quali, invisibili, vi sono esemplari più grandi.
Vorrei quella! Ah, the big one! Si quella, quanto vuoi? Beh, quella è grande, 10 dinari! 10? Si! Ok, 10 dinari (5 euro) (Step 4).
Nei giorni successivi la concentrazione è stata rivolta alle rocce. Arenaria gialla, fossilifera utilizzata per tutte le grandi costruzioni, antiche e moderne. Pietra abbondante ed economica, certamente affiorante nelle vicinanze.
Tra le conchiglie, sulla spiaggia, numerosi ciottoli levigati ed arrotondati, di colore giallo, marrone, chiazzati di bianco. Ad un’osservazione più accurata, le macchie bianche nei ciottoli sono parse subito resti fossili, conchiglie incluse nella matrice arenacea gialla: bivalvi (Cardium sp., Glycimeris sp.) (Step 5) e gasteropodi a stretta spira, allungati, del genere Cerithium. Naturalmente la ricerca si è subito focalizzata su quest’ultimo gruppo (Step 6). Provengono dall’arenaria affiorante a 100 metri dalla battigia, ad una profondità di 5 metri.
Il rinvenimento fortuito, di fronte ad un martini bianco, tra una bottiglia di scotch ed una di vodka, di uno Strombus bubonis fossile, incrostato di arenaria grigia fossilifera, ha reso il soggiorno, anche quello interno e ricreativo, più interessante perchè finalizzato al raggiungimento di quell’esemplare.
Lo Strombus è un fossile guida, ne sono certo, perchè è un ospite caldo del Mediterraneo e quindi è stato presente per pochi frangenti nelle acque chiuse del Mare Nostrum. Raggiungo il mio obiettivo solo verso la fine della vacanza, offrendo 15 dinari al capo bar. Egli accetta subito: 7 euro (Step 7).
Gli obiettivi definiti dagli step 8 e 9, non sono facili da ricercare, perché essendo attuali non hanno riferimenti, se non le testimonianze delle persone, oppure indizi di resti al mercato.
Il mercato del venerdi offre soltanto un carapace completo di Testudo di piccole dimensioni, una tartaruga di circa 5-8 anni. Stessa specie rinvengo anche in uno shop a El Djem, in visita all’anfiteatro romano. Deduco quindi che la testuggine terrestre è specie comunemente diffusa nel territorio tunisino, perlomeno intorno a Mahdia. Le parole di un animatore italiano, assolutamente inesperto, confermano, alla mia domanda, la presenza di testuggini fino a ridosso della spiaggia: una vive sotto la baracca dei custodi!
Ma non è ciò che cerco, quello che voglio sono resti scheletrici di Caretta caretta.
Così, senza indicazione alcuna, se non quella di un altro animatore, esperto di catamarano, che mi conferma di averne visto un esemplare in mare, mi addentro lungo la spiaggia, verso il centro della città, dove tra gli scogli, e i mille rifiuti che purtroppo accompagnano il litorale tunisino, scorgo la metà sinistra di un carapace di tartaruga marina, non molto grande, ma comunque integro. La riconosco per la forma delle costole che dall’interno del carapace risultano ben visibili. Raggiungo il reperto, lo capovolgo vedendo che il carapace è stato dipinto accuratamente come fosse uno scudo, poi buttato in mare. Accessorio ornamentale di una barca? Ornamento di una casa marina? Forse. Sta di fatto che ne prelevo una costola integra, raggiungendo incredibilmente lo Step 8.
Sono soddisfatto, descrivo i miei ritrovamenti, ammiro i fossili e le conchiglie, e senza più la frenesia di collezionare mi dedico alla vacanza nel vero senso della parola. Ma la fortuna vuole proprio premiarmi.
Mi iscrivo inspiegabilmente ad un torneo di Beach Tennis. Chiamato a giocare in coppia, mi impegno passando il primo turno. Torno dopo una doccia allo sdraio di famiglia e dopo un’ora circa ritorno al campo per la seconda partita. Raggiungo le squadre e ai loro piedi scorgo un grosso cranio.
Perdo la parola.
Guardo i presenti e titubante chiedo: di chi è? Mi rispondono: cosa? Il cranio, questo cranio, e lo prendo emozionato tra le mani. Mi guardano allibiti e mi rispondono, lo abbiamo buttato lì noi, per non finirci sopra giocando. Stava là. A bordo campo.
Riguardo tutti e chiedo: lo posso prendere io? Se ci tieni!
Sapete cos’è? No. Un cranio. Si, ma di cosa? Di una tartaruga marina, della specie Caretta caretta. Introvabile. Raro. Sapete quanto vale? No. Meglio.
Ok, allora me lo tengo io, va bene? Si (Step 9).
Perdo la semifinale, ma sono comunque felice. Forse ho perso proprio perché ero appagato, o forse no. Sta di fatto che per qualche istante ho pensato di essere vittima di una candid camera.
Torno allo sdraio, mostro il cranio a tutti gli interessati e poi mentre lo guardo penso: è integro, ben conservato e recente. E se ci fosse il resto dello scheletro? Vado a vedere nel pomeriggio, scandaglio tutta l’area di retro duna interessata e ritrovo solo un singolo osso, un radio probabilmente. Uno Step oltre ogni previsione.

mercoledì 10 ottobre 2012

TRACCE FOSSILI DI PREDAZIONE

Questo post, relativo ad un piccolo frammento di carapace di una grande tartaruga di palude, rappresenta una osservazione che può divenire spunto di indagine scientifica. 
Il reperto, un piccolo frammento osseo di forma irregolare (L=51,6 mm; l=41,3 mm) e di elevato spessore (16,8 mm), appartiene certamente ad una tartaruga di notevoli dimensioni. 
Sulla superficie esterna, liscia e pianeggiante, si rinvengono numerosi forellini, del diametro medio di circa 2,6 mm e profondi da 0,52 mm a 1,99 mm, che secondo una prima impressione potrebbero essere attribuiti al consumo osseo del carapace ad opera di una patologia cutanea batterica o fungina  come la SCUD (Septicemic Cutaneous Ulcerative Disease) o la USD (Ulcerative Shell Disease). Un'analisi più accurata della distribuzione dei fori rinvenuti però, mette in luce una loro disposizione ordinata secondo un arco stretto ed allungato. Tale forma, per analogia, può essere messa in relazione con la mascella di un predatore appartenente all'ordine crocodylia (http://it.wikipedia.org/wiki/Crocodilia).
La provenienza del fossile da sedimenti palustri della Florida (USA) lascia propendere per una attribuzione al genere Alligator, l'alligatore americano.
La  forma chiusa dell'arco suggerisce essere l'impronta terminale della mascella che,  caratterizzata da una ridotta larghezza palatina (24,7 mm), dovrebbe essere attribuita ad un animale di ridotte dimensioni.
Stupisce che un predatore così piccolo  possa aver afferrato e danneggiato, anche solo superficialmente, un carapace dello spessore di quasi 2 cm. Si potrebbe altresi supporre che il "piccolo" possa aver addentato un frammento lasciato dalla predazione sulla tartaruga di un adulto, anche se il lato prossimale del carapace non mostra alcun segno dei denti.
La forma del frammento non consente un'immediata collocazione anatomica nel carapace, e nemmeno una sua classificazione. 
Solo lo spessore rappresenta un elemento non trascurabile nell'indicazione di elevate dimensioni della tartaruga.


Reference
  1. Avanzi M. e Millefanti M., Il grande libro delle tartarughe acquatiche e terrestri, De Vecchi Editore, Milano, 2003
  2. Brunetti L., Millefanti M., La SCUD in tartarughe e testuggini, in "Veterinaria" vol. 11.3, SCIVAC, Cremona, giugno, 1987.

sabato 6 ottobre 2012

SASSI COME SE PIOVESSE...



Questa meteorite, new entry nella mia collezione, è certamente una condrite. 
La diagnosi è stata effettuata grazie alle evidenze litologiche messe in luce dalle fratture subite, probabilmente, a seguito della caduta sulla terra. 
La forma di questa meteorite è quella di un plumcake, con una parte, quella certamente rivolta verso la direzione di caduta, dall'aspetto di un rugoso cappello di fungo. Questa forma è stata generata  dall'effetto dell'ablazione atmosferica.
Il margine sporgente e ondulato, unito a numerose strutture  radiali di flusso, dimostrano inequivocabilmente quale faccia è stata fusa dall'attrito con l'atmosfera terrestre prima dell'impatto in un'imprecisata zona del Mali.
Le immagini riportate nella tavola fotografica mostrano i differenti lati della meteorite con le strutture di ablazione in evidenza.
Le dimensioni della meteorite sono105x90x60mm, il peso è di 345g.
Come testimonia il pero e la lieve attrazione del magnete, la meteorite contiene una certa quantità di ferro.