giovedì 30 aprile 2009

L'ARTE DELL'EVOLUZIONE

Ernst Haeckel (Potsdam, 16 febbraio 1834 – Jena, 9 agosto 1919) è stato uno zoologo, ecologo e filosofo tedesco.

Laureato in medicina alla Humboldt Universität di Berlino, dove ebbe fra gli insegnanti il fisiologo e ittiologo Johannes Peter Müller, compì ricerche di biologia marina e gli fu offerta la cattedra di zoologia all'università di Jena.

Fervente sostenitore dell'evoluzionismo è talvolta riferito come il più famoso "darwinista" dell'Europa continentale. Ciò è vero solo in parte, le sue teorie sono frutto della fusione delle visioni di Goethe e della sua "teoria delle metamorfosi", del trasformismo di Jean-Baptiste Lamarck e della "discendenza con modificazioni" di Charles Darwin.

È noto soprattutto per la sua "legge biogenetica fondamentale" (che riprende l'idea della ricapitolazione in forma scientifica) e per la "teoria della gastrea". Tuttavia non meno importanti sono la "teoria del carbonio" per l'orgine della vita e quella della "legge della sostanza".

A proposito di quest'ultima, che prevedeva la conservazione della sostanza, unione di materia ed energia, egli fonda un suo sistema filosofico, il monismo. Nel monismo sostanza e spirito sono un tutt'uno, compongono un'unità che rende manifesto il mondo, attraverso una ciclica ed eterna evoluzione. Il suo sistema filosofico non è pertanto né materialistico né spiritualistico, è stato definito come un "ilozoismo scientifico" o un "panteismo ateistico".

La sua teoria della ricapitolazione è riassunta nella frase "l'ontogenesi segue la filogenesi".

Haeckel coniò il termine "disteleologìa", per indicare quella parte della biologia che studia le mostruosità, ossia quei fenomeni che contraddicono l'ipotesi di una finalità intrinseca della natura e dei processi di formazione degli organismi viventi.

Haeckel è anche l'inventore del termine "ecologia" (1866); definita studio dell'economia della natura e delle relazioni degli animali con l'ambiente organico e inorganico, soprattutto dei rapporti favorevoli e sfavorevoli, diretti o indiretti con le piante e con gli altri animali.











mercoledì 1 aprile 2009

EFFETTO SERRA? NON ESISTE!

Scusate questa divagazione in ambito politico, cosa non certo di costume per l'anello mancante, ma quando la politica invade gli ambiti scientifici in genere se ne sentono delle belle, e questa è troppo grossa per essere taciuta...


Pdl all'attacco di Kyoto e Ue


Mozione a firma Dell'Utri (Noto esperto di tematiche ambientali...) : "Cambiamenti climatici modesti, e comunque non dannosi"


di ANTONIO CIANCIULLO (da Repubblica.it)


I cambiamenti climatici non esistono. E se esistessero farebbero un gran bene. Parola di Pdl. Non è una barzelletta. E' una mozione che porta, tra le varie firme di esponenti della maggioranza, anche quelle di Dell'Utri, Nania e Poli Bortone (famosi climatologi oggi fortunatamente prestati alla politica). In polemica con la Commissione europea che dà "per scontata l'attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell'atmosfera terrestre all'emissione dei gas serra antropogenici", i parlamentari del centrodestra professano senza esitazione la loro fede scettica. Sostengono che "una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica".

E se invece il mutamento climatico fosse veramente in atto? Niente paura - si legge nella mozione che verrà discussa giovedì in Senato - sarebbe una gran bella cosa: "Se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguenti danni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel citato Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici".

Non è puro amore del paradosso. Nel mirino ci sono, ancora una volta, gli accordi di Kyoto e l'impegno dell'Unione europea ad arrivare agli obiettivi del 20 - 20 -20, cioè a far correre la macchina dell'industria europea per renderla in tempi rapidi più competitiva sul mercato internazionale aumentando l'efficienza e diminuendo la dipendenza dai combustibili fossili: "Gli obiettivi intermedi e le relative sanzioni introdotte dal cosiddetto Protocollo di Kyoto e dal cosiddetto Accordo 20-20-20 si muovono in antitesi alla dinamica degli investimenti in ricerca".


Meno male che qualcuno pensa al bene nostro e dell'intero pianeta... Speriamo adesso che queste eccellenze, magari con l'aggiunta di qualche "letterina" intraprendente, possano rappresentarci anche in europa!!!!

mercoledì 18 marzo 2009

LAMPI DI PREISTORIA...

La famiglia delle Cycadaceae comprende unicamente il genere Cycas, limitato alle regioni tropicali. La particolare distribuzione di queste piante, che mostrano alcune importanti disgiunzioni e discontinuità, testimonia il loro carattere relitto. Si tratta, infatti, di un gruppo molto antico, che nel Cretaceo ebbe il massimo sviluppo. L'aspetto generale di queste piante ricorda le palme, con un fusto non o poco ramificato, alto fino a 20 metri nelle specie più grandi, spesso ricoperto dalle basi fogliari, con foglie molto grandi, pennate o bipennate, disposte a spirale all'apice del fusto, dove formano una corona. Accanto alle foglie assimilatrici vi sono anche foglie non verdi, lanuginose, la cui funzione è quella di proteggere le gemme. Nella parte radicale si trovano delle radichette secondarie con ingrossamenti coralliformi che ospitano colonie di alghe azzurre, quali Nostoc e Anabaena, e batteri. Le Cycadaceae comprendono solo specie dioiche, con fiori maschili (microsporofilli), di forma squamosa o peltati, inseriti a spirale su di un asse; essi portano sulla faccia inferiore sacche polliniche in numero variabile e spesso riunite in sori. I fiori femminili (macrosporofilli) si trovano in gran numero nella parte sommitale del fusto con l'aspetto di foglie pennate, con gli ovuli, in numero di 4-8, inseriti al margine. I granuli pollinici danno origine a 2 anterozoidi ciliati che raggiungono la camera pollinica nuotando. Dopo la fecondazione la parte esterna del tegumento che avvolge l'ovulo diviene carnoso e il seme finisce con il somigliare ad una drupa. L'embrione è provvisto di 2 cotiledoni.
Insieme a una decina di generi appartenenti alle famiglie delle Stangeriaceae e delle Zamiaceae, costituiscono quello che rimane oggi di un gruppo di piante apparso sulla Terra poco prima dei Dinosauri e un tempo fiorentissimo: l'ordine delle Cicadali (Cycadales).
Le Cycas sono considerate dei "fossili viventi": fossili di Cycas si sono ritrovati nel Trias superiore. Nel Cretaceo ebbero un enorme sviluppo riducendosi gradatamente nel Terziario. Sono piante molto importanti nell'ambito della paleobotanica in quanto il loro studio ha permesso di comprendere i fossili di piante ormai estinte, vissute nel passato.

Per questo motivo, scorgere piccoli rettili a riparo tra le foglie rimanda inevitabilmente a epoche passate...



venerdì 20 febbraio 2009

DA 200 ANNI CHARLES ROBERT DARWIN


Si dice che per raggiungere l’immortalità sia sufficiente scrivere un libro, piantare un albero o avere un figlio, Charles Darwin viene ricordato sopratutto per aver cambiato il concetto di vita sul nostro pianeta.

La sintesi moderna della sua teoria viene oggi identificata col termine Neodarwinismo che rappresenta il coronamento di un intenso lavoro di ricerca operato dal progresso scientifico. Nuove e nuovissime scoperte, generate da altrettanto nuove discipline e metodologie di approccio sperimentale, stanno copiosamente contribuendo ad arricchire l’opera darwiniana, sgrossandola dalle approssimazioni dovute all’antica mancanza di nozioni (es. genetica) e comprovandone i concetti fondanti con la scoperta di nuove prove a sostegno.

Si è scritto molto in questi tempi d’anniversario sul personaggio, sulla sua teoria, sul suo ormai famoso viaggio, sulle sue interrelazioni personali, i rapporti epistolari, le pubblicazioni e le conoscenze naturalistiche. Le celebrazioni avvenute in numerosi atenei, musei e circoli culturali hanno ricordato Darwin sottolineando soprattutto gli aspetti più eclatanti del suo pensiero, trascurando troppo spesso i passaggi più raffinati e l’evoluzione stessa subita della teoria.

Darwinismo è il termine oggi usato ed abusato per definire il pensiero darwiniano. Paradossalmente però questo termine fu coniato dal più valido “concorrente” scientifico di Sir Charles, il naturalista inglese Alfred Russel Wallace. Un naturalista autodidatta quest’ultimo, proveniente da un’umile posizione sociale che, viaggiando nel mondo per motivi di ricerca scientifica, si dilettava alla raccolta di reperti naturalistici da rivendere agli aristocratici inglesi, imparando ad osservare e a cogliere nella natura, nella distribuzione geografica delle specie, nelle impercettibili differenze tra gli individui appartenenti alla medesima specie, quegli indizi che in un’affannosa notte di malattia (1855) gli rivelarono l’idea che spiegava l’evoluzione biologica nel tempo. Poco più di cinque pagine per definire puntualmente e rigorosamente una teoria, quella dell’evoluzione, paragonabile in tutto e per tutto alla teoria espressa nel corposo volume pubblicato da Darwin nel 1859 intitolato “Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita”. L’uno in modo istintivo ed immediato, l’altro in modo più metodico e laborioso, questi due eccezionali naturalisti hanno rivoluzionato il pensiero scientifico ponendo all’attenzione della comunità scientifica una rivoluzionaria base di partenza per future ricerche ed approfondimenti.

Stupisce letteralmente l’attenta lettura di manoscritti, taccuini e opere di Darwin per le sottili e puntuali deduzioni che oggi risultano essere precoci predizioni di recenti scoperte scientifiche.

“Dobbiamo credere delle specie non un cambiamento graduale o una degenerazione derivante dalle circostanze: se una specie si trasforma invero in un’altra dev’essere per saltum - oppure la specie potrebbe perire”. Sembrerebbe parte dell’introduzione del saggio pubblicato da Stephen J. Gould e Niels Eldredge nel 1972 intitolato “Punctuated Equilibria: An alternative to Phyletic Gradualism”, in realtà è l’appunto di una meditazione di Charles Darwin scritta nel taccuino rosso a pagina 130: l’anticipazione di una attualissima visione del meccanismo di svolgimento del processo evolutivo definito da Gould nella teoria degli equilibri puntati o punteggiati. Scritto in giovane età, quell’appunto venne poi riconsiderato e rinnegato da Darwin quando dopo una pluriennale elaborazione dei dati osservativi decise di descrivere il modello evoluzionistico come un graduale processo di trasformazione.

Gould e Eldredge si contrappongono con il loro modello in modo radicale al concetto neodarwiniano, sottolineando come nodo cruciale del loro dissenso la variabilità della velocità con la quale si manifesta il processo di cambiamento biologico. Nasce una vera e propria contrapposizione, una delle tante legate alla teoria di Darwin, tra evoluzionisti neodarwiniani e i due scienziati americani, dove i primi criticano la teoria degli equilibri punteggiati affermando che nella sua formulazione i due autori distorsero il senso del gradualismo. Il principale punto della discordia sta nel fatto che si pensa che il termine evoluzione graduale sia sinonimo di velocità costante dell’evoluzione, ma il primo a sostenere che la velocità dell’evoluzione non è costante fu lo stesso Darwin che già nel 1866 nella IV edizione dé “L'origine delle specie” afferma che: “Una volta formate, molte specie non subiscono più un ulteriore cambiamento (...); e i periodi in cui le specie hanno subito modifiche, sebbene lunghi se misurati in anni, sono stati probabilmente brevi in confronto ai periodi in cui hanno mantenuto la stessa forma “.

Diatribe come questa si contano ormai a fatica. David Lee Hull, filosofo della Northwestern University afferma a tal proposito che l’evoluzione è così semplice che chiunque può fraintenderla. Forse è per questo che, a un secolo e mezzo dalla sua formulazione una delle più potenti idee della storia del pensiero scientifico ha ancora tanti nemici.

Un luogo comune che da sempre si rincorre è quello che Darwin abbia scoperto l’evoluzione, nulla di più impreciso come del resto Abram Lincoln, nato lo stesso 12 febbraio 1809, non inventò il concetto di Libertà.

Darwin, e concedetemelo anche Wallace, hanno rielaborato con concretezza scientifica dati nuovi o già disponibili, che avevano indotto a distanza di più di un secolo prima, altri considerevoli scienziati ad esprimersi in favore di un processo di evoluzione delle forme di vita. Darwin si trova all’apice di una piramide che vede alla propria base scienziati del calibro di Buffon (1707-1788), Cuvier (1769-1832), Lamarck (1744-1829), Lyell (1797-1875) o il meno conosciuto Rafinesque (1783-1840). Scienziati che grazie al loro non meno ammirevole lavoro hanno delineato, tassello dopo tassello, un mosaico scientifico poi rielaborato e completato da Charles Darwin. Non solo naturalisti, ma anche economisti come Malthus (1766-1834) contribuirono alla formulazione della teoria di Darwin e forse la genialità del grande naturalista inglese è proprio da ricercarsi nell’ampio lavoro di indagine multidisciplinare e nella raccolta di dati poi rivisti in patria col contributo di luminari ed esperti di differenti settori. Spesso in articoli superficiali si trova espressa l’idea che Darwin uscì illuminato dalla visita alle isole Galapagos ritornandosene in patria con il suo più famoso libro praticamente già scritto in tasca. La realtà è ben diversa. Darwin trovò certo nel suo viaggio, ed in particolare nelle Galapagos, il più grande laboratorio evoluzionistico mai prima dall’ora osservato, ma il suo lavoro era incentrato esclusivamente su annotazioni, raccolta dati e campioni che una volta riportati in patria gli avrebbero dato lo spunto necessario per completare la teoria.

Affidati i suoi esemplari alla valutazione di esperti: gli uccelli a Gould (ornitologo del Natural History Museum di Londra non imparentato con il più famoso Stephen J. Gould), i mammiferi fossili al paleontologo Owen e i rettili allo zoologo Thomas Bell, Darwin si mise a riordinare i suoi pensieri e a cercare conferme alle sue intuizioni. Dalle sue più intime annotazioni risulta che questo periodo di rielaborazione culminò con la lettura del saggio di Malthus sul “principio di popolazione” in seguito alla quale individuò la chiave della sua teoria: la selezione naturale secondo cui solo gli individui meglio adattati di ciascuna popolazione sopravvivono e riescono a riprodursi.

Per circa vent’anni lo scienziato coltivò la sua teoria, la perfezionò, la sviluppò, la tenne nascosta; finché un giovane studioso, Alfred Russel Wallace ebbe la stessa idea e Darwin fu costretto a completare e pubblicare il suo lavoro con grande solerzia. Si trovava in quel momento a metà dell’opera e dovette dopo decenni di rielaborazioni, concludere il volume con una stesura di getto di quello che intendeva presentare come un compendio al suo trattato.

L’origine della specie usci nel novembre del 1859, e andò subito a ruba. Prima della morte di Darwin ne furono stampate altre cinque edizioni e a distanza di centocinquanta anni è ancora un’opera venerata o deprecata che continua ad esercitare un’influenza straordinaria anche se, purtroppo, in pochi la leggono davvero.

A Darwin sono stati riconosciuti innumerevoli meriti scientifici. Dopo la pubblicazione dé “l’Origine della specie” anche le altre opere sono state giustamente rivalutate rivelando all’attento lettore, indizi di metodo e genialità che pochi studiosi al mondo hanno dimostrato.

Charles Robert Darwin, nonostante le forti contrapposizioni con la chiesa anglicana durante il suo periodo di maggior successo scientifico, riposa oggi nell'abbazia di Westminster, accanto a Isaac Newton, ed è grazie ai suoi dieci figli, all’albero che certamente piantò nella splendida campagna inglese del Kent e soprattutto al libro che rivoluzionò la storia naturale del nostro pianeta che vivrà per sempre tra noi.

mercoledì 4 febbraio 2009

LA TARTARUGA UN TEMPO FU...


News by Geology: Fossile di tartaruga cambia la storia del clima dell'Artico: era tipica delle acque dolci dell'Asia e può essere migrata solo in un clima caldo e di conseguenza, un polo Nord privo ghiacci.


Un fossile di tartaruga di 90 milioni di anni fa modifica le conoscenze finora note del clima dell'Artico. La Aurorachelys gaffneyi (tartaruga dell'aurora), rinvenuta nel 2006 da John Tarduno dell'Università di Rochester e Donald Brinkman dell'Alberta Royal Tyrell Museum sull'isola Axel Heiberg, nell'estremo nord canadese, è stata descritta sull'ultimo numero della rivista Geology. La particolarità è che questa famiglia (ora estinta) di tartarughe di acqua dolce era tipica della Mongolia, a migliaia di chilometri dal luogo dove è stato rinvenuto il fossile.

«Sappiamo che esisteva un interscambio tra Asia e Nord America nel Cretacico superiore», spiega Tarduno, un geofisico che ha misurato il paleomagnetismo dell'isola Axel Heiberg. «Ma questo è il primo esempio di un fossile dell'estremo nord artico che dimostra un clima molto caldo e l'assenza di ghiacci che consentiva la migrazione dall'Asia direttamente attraverso il polo Nord (e non solo tramite il «ponte» dell'Alaska) nell'epoca in cui vivevano i dinosauri». La zona in cui è stato ritrovato il fossile, 90 milioni di anni (all'inizio del Coniaciano) si trovava in un'area più o meno simile a quella attuale a 80 gradi nord (come si può notare nell'immagine qui a destra), quindi non si può ipotizzare un clima diverso a causa di una differente latitudine dovuta allo spostamento della placca continentale di cui fa parte l'isola Axel Heiberg.

La Aurorachelys inoltre è un'altra conferma di quanto i geologi pensavano, cioè che l'oceano Artico a quel tempo era isolato dagli altri oceani di acqua salata, e negli strati superiori era come un lago di acqua dolce alimentato dai fiumi del Nord America e dell'Eurasia. I paleontologi ipotizzano che le tartarughe siano migrate «saltando» di isola in isola sfruttando un arcipelago vulcanico ora sommerso chiamato Alpha Ridge che collega le coste siberiane all'Alaska e al Canada, recentemente posto alla ribalta per le immersioni di batiscafi russi che intendono collegarlo alla Russia e alla piattaforma continentale e in questo modo aumentare le acque territoriali per lo sfruttamento di giacimenti di idrocarburi. Lo stesso riscaldamento atmosferico che ha consentito la migrazione delle tartarughe può essere collegato all'aumento di CO2 dovuto alle eruzioni vulcaniche dell'Alpha Ridge.

lunedì 12 gennaio 2009

CAPITA A VOLTE...


... di sentire un subconscio richiamo, un presentimento sottile, un solletichio dentro lo stomaco che ti impone di partire, andare in un luogo perché sai che qualcosa ti attende, che la scoperta è dietro l’angolo, che la scarica adrenalinica del ritrovamento è un potentissimo piacere che non puoi farti mancare. Allora decidi in 5 minuti di andare, la macchina fotografica per immortalare l’attimo, l’attrezzatura necessaria e poi via fino al sito, quel luogo ormai ben esplorato, da molti conosciuto ma che il presentimento rivela celare ancora qualche segreto nascosto, come uno scrigno aperto a tutti quanti che in qualche modo ha un doppio fondo solo per te. Si va, anche se è il 31 dicembre, il freddo della bassa punge saturo di umidità, le piante imbiancate di gelo, la terra ghiacciata nera e fangosa sotto i piedi. Nessuno nei dintorni, non un suono, non un uccello, nulla. Dieci minuti e poi solo tu, in un universo di frammenti di manufatti, l’occhio vigile a scrutare qualche forma conosciuta nelle zolle di terreno. Passo lento, concentrazione altissima, attenzione spasmodica e irrefrenabile voglia di raggiungere il punto della scoperta. Non hai la certezza che avverrà, non sai in quale punto la farai, sai soltanto che devi insistere perché la sensazione è forte e il godimento è vicino. Un’ora di ordinato cammino per scandagliare un quarto dell'area interessata, con un occhio di riguardo alle gialle schegge di selce o agli ossi fossili. Si procede avanti e indietro, col sole di fronte e poi alle spalle, osservando, ragionando, pensando e sperando. Poi d’improvviso l’occhio è attratto da una sfumatura verde nel fango nero. Una sottile linea verde brillante come la malachite, un verde di certo non vegetale in questa stagione, e allora libri ed esperienza fanno uno più uno. Non può essere altro: bronzo ossidato. Provo delicatamente ad estrarre il presunto manufatto, ma questo, con estrema gioia non esce. Estrema gioia perché di certo è più grande di quanto prevedibile, allora si procede delicatamente a scavarlo. La lama affilata dell’Opinel si infila nel fango gelato affettandolo ed allontanandolo dal manufatto, poi delicatamente lo si estrae. La lama non luccica, incrostata di terra e fango, con residui di carbone ed un sottofondo di ossido verde. La ripongo nell’antico astuccio che accompagna le mie ricerche, residuato bellico riportante le scritte di un militare al fronte. Lo custodisco con cura, esultante, impaziente di ripulirlo ed osservarlo agli occhi di un microscopio. Riconosco con gratitudine quanto il sito mi ha donato e mi incammino verso casa, consapevole che spesso, al sesto senso, va dato più credito di quanto si possa immaginare. 
L’acqua toglie i residui della “capsula tempo” che l’ha conservato. Una lama in bronzo, rovinata ma quasi integra, 11 cm di storia da poco venuti alla luce, pochi grammi di una lega che ha segnato uno straordinario passo nell’evoluzione della tecnologia umana, pochi grammi di bronzo che andranno ad arricchire un museo e la memoria di tutte le persone che fortunate la potranno osservare.