venerdì 25 gennaio 2008

SCHEGGE EVOLUZIONISTICHE...

Il Levalloisiano (da Levallois-Perret in Francia) è una tecnica di scheggiatura della selce (o di altri tipi affini di roccia) che deriva dalla scoperta di produrre, attraverso la preparazione del nucleo, schegge di forma predeterminata.
Da sempre, i manufatti levalloisiani europei, sono attribuiti all’Uomo di Neandertal.
Ritrovamenti di resti fossili attribuibili a questa specie sono ormai sparsi per tutta Europa, in un areale geografico che si estende fino ad alcune parti del Medio Oriente (Israele, Iraq, Palestina). Nessun ritrovamento invece viene registrato in territorio Africano, ed in particolare per la parte confinante col Mar Mediterraneo, dove questa specie sarebbe potuta arrivare durante particolari fasi climatiche in grado di creare ponti e passaggi.
Al contrario invece, infinitamente numerosi in particolare in nord Africa, sono i manufatti di tecnica levalloisiana.
Chi li ha prodotti? Come sono arrivati fin lì?
Generalmente schegge e nuclei levalloisiani sono spesso rinvenuti con manufatti di industria clactoniana in Africa ed in Europa, oppure con l’industria musteriana in Europa, e con quella ateriana in Africa.
Un’analisi più accurata sui manufatti di tecnica levalloisiana e sulla bibliografia che ne accompagna i ritrovamenti ha permesso di verificare un’età più avanzata dei resti archeologici africani rispetto i corrispondenti europei. E’ quindi lecito pensare che la cultura africana sia arrivata in Europa portata da una specie che la praticava da tempo già in Africa tramandandola poi a neanderthal in Europa. Con ogni probabilità, questa specie è anche il progenitore di H. neanderthalensis.
L’ipotesi risulterebbe accreditata qualora si ritrovassero fossili di quest’altra specie sia in Africa sia in Europa e Medioriente. Un importante primo ritrovamento di resti fossili avvenuto nel sito di Mauer vicino a Heidelberg, in Germania, permise di identificare una nuova specie estinta di ominidi inizialmente erroneamente considerata solo europea. Questa specie venne chiamata Homo heidelbergensis.
Ritrovamenti successivi grazie all’identificazione di caratteri tassonomici distintivi tra H. heidelbergensis, H. sapiens e H. neanderthalensis, determinarono l’identificazione di un vasto areale in cui la prima specie si era diffusa. Una vasta zona che partiva dall’Africa per espandersi in Europa e Medioriente. La diffusione mediterranea, europea e Mediorientale di H. eidelbergensis fa si che esso possa considerarsi la specie migrante africana progenitrice di H. neanderthalensis in Europa e a H. sapiens in Africa.
La tecnica levalloisiana in un certo senso può essere considerata un filo d’Arianna capace di collegare nel tempo e nello spazio tre specie del genere Homo, identificandone il cammino geografico ed evoluzionistico. Da una specie primordiale, attraverso distinti eventi di speciazione si sono gradualmente generate altre due specie: una morfologicamente adatta a climi rigidi glaciali, H. neanderthalensis e l’altra ad ambienti più temperati, H. sapiens. Due processi evolutivi indipendenti, caratterizzati da una gradualismo filetico facilmente riconoscibile nei graduali cambiamenti morfologici, a loro volta responsabili della confusione nella classificazione dei fossili.

martedì 15 gennaio 2008

EVOLUZIONISTI vs INVOLUZIONISTI

L’evoluzione delle specie è un cambiamento, non necessariamente migliorativo, spinto dalla selezione naturale. La teoria* dell’evoluzione venne presentata per la prima volta al pubblico nel 1859 mediante la pubblicazione del libro “Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita” da Charles Darwin.
L’Origine della specie è l’opera scientifica che ha radicalmente cambiato l’idea della vita sul nostro pianeta.
* TEORIA (dal greco "theorein", "guardare“) è un modello o un insieme di modelli che spiegano i dati osservativi a disposizione, e che offrono predizioni che possono essere verificate.

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Ai Membri della Pontificia Accademia delle Scienze riuniti in Assemblea Plenaria, 22/10/1996.
Intervento sull'EVOLUZIONE.
di Giovanni Paolo II
Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a quell'epoca e anche delle esigenze proprie della teologia, l'Enciclica Humani generis considerava la dottrina dell'"evoluzionismo" un'ipotesi seria, degna di una ricerca e di una riflessione approfondite al pari dell'ipotesi opposta. Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine metodologico: che non si adottasse questa opinione come se si trattasse di una dottrina certa e dimostrata e come se ci si potesse astrarre completamente dalla Rivelazione riguardo alle questioni da essa sollevate. Enunciava anche la condizione necessaria affinché questa opinione fosse compatibile con la fede cristiana, punto sul quale ritornerò. Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all'attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria.

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Dagli Atti del Convegno dell'estate 2006 a Castel Gandolfo su fede e darwinismo.
L’evoluzione? Non esclude il Dio creatore
di Benedetto XVI

Nelle quattro relazioni che abbiamo ascoltato, davanti a noi si apre un ampio spettro su cui potremmo discutere molto a lungo, ma per cui purtroppo abbiamo poco tempo a disposizione.
Dobbiamo pensare a quello che vogliamo fare con il tesoro delle quattro relazioni. Anch’esse forse hanno un telos. Ho l’impressione che sia stata la provvidenza che ha indotto il cardinale Schönborn a scrivere una glossa sul New York Times, a rendere di nuovo pubblico questo tema e a indicare dove stiano le questioni: che non si tratta di decidersi né per un creazionismo, che si chiude sostanzialmente alla scienza, né per una teoria dell’evoluzione che dissimula i propri vuoti o lacune e non vuole vedere le questioni che travalicano le possibilità del metodo delle scienze naturali. Si tratta piuttosto di questa interazione fra diverse dimensioni della ragione, in cui si schiude anche la via alla fede.
Quando egli fra ratio e fides mette l’accento sulla scientia o philosophia, allora in fondo si tratta di recuperare nuovamente una dimensione della ragione che avevamo perduta. Senza di essa la fede verrebbe esiliata in un ghetto e così si perderebbe il suo significato per la totalità della realtà e dell’essere umano.
Quello che ora dico, in effetti, è già in certo qual modo superato dalle nuove relazioni, perché è derivato direttamente dall’ascolto della relazione del professor Schuster, ma lo vorrei dire comunque. Il professor Schuster ha da un lato indicato in modo sorprendente la logica della teoria dell’evoluzione che si è andata sviluppando, arrivando a poco a poco a una grande coesione, e anche le correzioni interne che nel contempo si sono trovate (soprattutto a Darwin); dall’altro, ha anche molto chiaramente messo in risalto le questioni che restano aperte.
Non è che adesso io voglia stipare il buon Dio in questi vuoti: egli è troppo grande per trovare posto in quei vuoti. Ma a me pare importante sottolineare che la teoria dell’evoluzione implica delle domande che devono essere assegnate alla filosofia e che di per sé esulano dall’ambito proprio delle scienze naturali.
A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10.000 generazioni. Ciò significa che ci sono dei vuoti o lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce.

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L'evoluzione può essere temporaneamente governata attraverso la selezione artificiale, tanto che anche una bianca colomba è il risultato di una evoluzione indotta... Le prove dell'evoluzione sono molteplici, si tratta soltanto di saperle obiettivamente osservare.

martedì 8 gennaio 2008

Da Wikipedia: Il collezionismo è un hobby che consiste nella raccolta di oggetti di una particolare categoria. Le collezioni sono spesso molto ben organizzate, catalogate ed attrattivamente esposte.
Alcuni collezionisti scelgono di focalizzarsi su di un particolare aspetto di un'area più ampia, come ad esempio i francobolli del XIX secolo o le monete in oro. Altri preferiscono collezioni più generali, come francobolli o monete di tutti i paesi del mondo.
In molti dei settori più comuni del collezionismo vi sono anche commercianti specializzati che trattano gli oggetti da collezione, ma anche raccoglitori, cataloghi ed altri strumenti utilizzati dai collezionisti. Molti di questi commercianti hanno iniziato come collezionisti, trasformando poi il loro hobby in una professione.


Come definizione, seppur generalista, risulta completa e esauriente.
Ma ogni collezionista la troverebbe assolutamente sterile e priva di quel romanticismo che caratterizza la passione di raccogliere oggetti. Ogni categoria, ogni tipologia di oggetto, animale, vegetale, organico, inorganico, artificiale, naturale, può essere collezionato. Perché? Da che cosa nasce questa voglia? Non credo che voglia sia il termine corretto. Io la definirei, necessità, esigenza, passione, …..ma qualunque non-collezionista potrebbe dire che non è un’esigenza ma una semplice volontà della quale si potrebbe facilmente fare a meno. Non è così.
Un collezionista nasce con questa esigenza, la sente dentro fin da bambino mossa da una curiosità che solo la necessaria eccessiva quantità può soddisfare. Intendiamoci, non è la necessità di possedere, ma l’esigenza di porre ordine nelle cose che fa muovere un collezionista attraverso quest’interminabile spirale di ricerca che non si conclude mai ma che continua per tutta la vita.
E poi? E poi si vive con la consapevolezza che il lavoro di un’intera vita potrebbe venir reso vano da qualche incurante successore o da gente senza scrupoli che nutre ben altri interessi sugli oggetti raccolti, così si tende ad impiegare la parte finale dell’attività collezionistica nella ricerca sicura e certa per la propria creatura, quell’infinita raccolta che ai più sembra soltanto figlia di manie possessive e fine a se stessa.
Qualche giorno fa, sono stato ospitato a casa di una colta Signora che ha vissuto col marito una vita caratterizzata da ricerche e collezioni. Di fronte alle ordinatissime vetrine stracolme di oggetti preziosi, ho ascoltato racconti sulla provenienza degli oggetti, su informazioni artistiche, preziosi ricordi legati ai momenti degli acquisti e centinaia di nozioni provenienti dalla certosina documentazione raccolta in relazione agli oggetti ritrovati. Dopo oltre un’ora di piacevolissima discussione, ricca di aspetti comuni, la signora, malinconicamente mi chiese….” Ma ne è valsa la pena?”.
Ho imparato più in un’ora di discussione con questa persona di quanto non avessi mai imparato in una intera vita sulla storia ed il significato di questi oggetti, quindi “si”, le risposi, “ne è assolutamente valsa la pena”.
Una collezione non è un arrivo, un traguardo. Per un collezionista è il punto di partenza, la fonte materiale dalla quale partire per ogni ricerca, documentazione, informazione, divulgazione, discussione. Intorno ad ogni oggetto gravitano nozioni di ogni genere, e l’hobby vero e proprio, mosso dall’inesauribile e innato motore della curiosità, è proprio la ricerca, l’arricchimento culturale che nasce dalla raccolta ma che spazia sui libri, sui giornali, nella rete, nelle persone, nella natura, nella casualità di un mercatino improvvisato ma anche nella sterile e “comoda” raccolta da edicola.
E allora collezionare conchiglie, rocce, monete, francobolli, sabbia, auto d’epoca, modellini, soldatini, fossili, oggetti naturalistici, animali, vegetali, libri, stampe ecc., trova sotto sotto qualche aspetto comune. Link come ad esempio libri che parlano di fossili, fossili provenienti da aree geografiche descritte in qualche mappa, informazioni sulle aree di provenienza, sugli oggetti, su chi li ha costruiti, su come e su perché sono stati fatti. Perché si trovavano in quelle aree, come ci sono arrivati, come sono finiti nelle nostre mani, quale casualità ne ha governato il destino fino al momento in cui un’etichetta dettagliata ha accompagnato la dimora nel cassetto del mobile appositamente adibito.
La mia collezione la esploro ogni giorno, ed ogni contatto è fonte e spunto di documentazione e la massima soddisfazione è il ritrovamento di collegamenti inattesi ricavati però saggiamente attraverso una “del tutto personale” ricerca culturale.
Collezionare non è raccogliere ma soddisfare la necessità di provare piacere nel vedere, toccare, imparare e divulgare.