venerdì 30 novembre 2007

COME UN CACO A SETTEMBRE...

Millecentotrentotto metri e cinquantaquattro centimetri, lunghissimo da scrivere, ancora di più da tagliare. E’ la profondità raggiunta sotto il fondo del mare dal drill, cioè i metri di carota estratti nel corso della missione on-ice ANDRILL SMS.
La perforazione si è conclusa oggi, venerdi 30 novembre 2007 alle ore 8.00 del mattino. Il morale del gruppo è buono, anche se problemi relativi alla datazione delle rocce, lasciano in un’incertezza che accompagna i lavori fin dal primo giorno. Pochi fossili indicativi e pochi livelli vulcanici rendono le analisi stratigrafiche particolarmente complesse ed incerte.
La conclusione di un lungo periodo di fatica contribuisce però a stemperare gli animi rendendo questi ultimi giorni più piacevoli. L’attesa per la partenza comincia inoltre a farcire d’allegria e buon umore i partecipanti ormai ridotti a controfigure delle persone giunte due mesi fa a McMurdo. Da tempo si litiga per banalità come un turno di lavoro in più, gli orari sballati di qualcuno, il mancato mantenimento dei ruoli, il furto di una salsiccia dalla scorta del cibo ecc ecc. Come mi etichettò un mio caro amico durante una personale videoconferenza…. siamo come i cachi a settembre: maturi e in procinto di scoppiare. Speriamo che il C17 riporti presto la normalità.

mercoledì 28 novembre 2007

ANTARTIDE: 20 MLN DI ANNI FA CLIMA MOLTO PIU' MITE

ANSA: 28-11-2007 10:36
ROMA - Era un clima molto piu' mite, quello che l'Antartide aveva intorno a 20 milioni di anni fa, e un aspetto simile a quello della punta meridionale del Sud America. Poi e' avvenuto un raffreddamento progressivo che ha trasformato il continente nell'immensa distesa ghiacciata che conosciamo oggi. E' la storia che hanno cominciato a raccontare, e della quale promettono di rivelare i segreti, i sedimenti e i fossili prelevati dal mare di Ross, nell'ambito progetto internazionale Andrill (Antarctic geological drilling). Andrill e' uno dei progetti organizzati per l'Anno polare internazionale e al quale l'Italia partecipa con il Programma nazionale di ricerche in Antartide (Pnra). I risultati ''superano ogni aspettativa'', dicono i responsabili del progetto, l'italiano Fabio Florindo, dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), e lo statunitense David Harwood, dell'Universita' del Nebraska-Lincoln. La perforazione sara' completata il 29 novembre, quando si raggiungera' la profondita' di 1.150 metri. Nel primo anno del progetto si era raggiunta la profondita' di 1.285 metri. ''Il materiale che abbiamo raccolto e' fenomenale'', dice Harwood. E' gia' chiaro che nella carota di sedimenti prelevata, nella quale e' stato possibile recuperare ben il 98% del materiale, e' gia' chiaro che la quantita' di sedimenti e' cosi' vasta che la sua analisi richiedera' molto tempo. Programmi come questi, rilevano i responsabili del progetto, ''sono estremamente importanti soprattutto per le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell'Antartide in questa fase di riscaldamento globale''. La grande quantita' di dati raccolti con il progetto Andrill permettera', aggiungono, di ''capire la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale e per la verifica dei modelli matematici sull'evoluzione del clima a scala planetaria''. Uno degli obiettivi principali della perforazione era lo studio di un intervallo di tempo compreso tra 17 a 14 milioni di anni fa, quando il sistema climatico globale ha avuto una transizione fondamentale passando da una fase calda nota come ''warm climate optimum'' all'inizio di un progressivo raffreddamento che ha portato alla formazione di una copertura glaciale quasi permanente nell'Antartide orientale. ''I sedimenti che risalgono a questo periodo potranno raccontare una storia molto importante'', dice Florindo. Il Miocene intermedio (circa 12 milioni di anni fa) e' stato a lungo considerato come uno degli intervalli di tempo fondamentali nella formazione della calotta antartica. E' allora che e' avvenuto il passaggio da un clima caldo, presente circa 17 milioni di anni fa, a un clima piu' freddo, 14 milioni di anni fa, e la comparsa del ghiaccio. Un primo esame di fossili e sedimenti suggerisce che il clima caldo ha avuto una durata superiore a quella ipotizzata finora, e la zona sud-occidentale dell'Antartide aveva condizioni simili a quelle che sono presenti oggi nella parte piu' meridionale del Sud America, nel Sud Est della Nuova Zelanda e nell'Alaska meridionale.

giovedì 22 novembre 2007

FINALMENTE SI E’ ROTTO IL GHIACCIO

Scrutavo la banchisa di fronte alla base da diversi giorni, da quando gli skua iniziarono ad arrivare preludendo alla bella stagione. Nessuna macchia scura sul ghiaccio, nessuna bandierina nera che preannunciasse qualche crepaccio, nulla che potesse far pensare all’arrivo imminente di qualche foca. Poi arriva l’ora del meeting mattutino, il caso vuole che un arrivo anticipato mi spingesse ad ammirare il panorama del mare di Ross, di fronte al rifugio di Scott. Localizzata non lontano, tra una mela e un pistel bully, eccola crogiolarsi al sole con uno splendido manto scuro solo parzialmente picchiettato di macchie chiare. Si rotola quasi immobile, indisturbata da qualche ora. La osservo col cannocchiale, cercando di ipotizzare la via più breve e sicura per raggiungerla. Poco di lato ecco le bandierine scure che segnalano, come confermato poi durante l’avvicinamento, un foro artificiale nel ghiaccio, l’apertura dalla quale la foca di Weddel è fuoriuscita qualche tempo fa. Mi avvicino con un collega, facendo attenzione a mantenere sul ghiaccio le strade battute dagli automezzi cingolati per non incappare in fratture nascoste. Raggiungiamo l’animale da dietro, tossisco per farmi sentire e per non spaventarlo, poi lo aggiro lentamente mostrandomi. A quel punto divarica prontamente occhi e narici, osservando sorpreso ma non particolarmente spaventato. Cerco di avvicinarmi parlandogli piano, quasi per rassicurarlo non col significato delle parole ma con suoni tranquilli. Scatto a raffica decine d’immagini mentre si muove goffamente senza spostarsi o spaventarsi, sapendo che soltanto pochi scatti riserveranno quelle espressioni che impreziosiscono una fotografia naturalistica. Rimaniamo qualche minuto in stretta vicinanza, riesco a spingermi fino ad un metro dopo aver appurato l’estrema e pacifica tranquillità della foca. Circa un’ora per raggiungerla, fotografarla e tornare, nell’eccitazione di un incontro tanto inconsueto e la frenesia di vedere subito il risultato della “caccia”. Molte immagini scattate, tutte buone, ma soltanto poche in grado di far sobbalzare l’osservatore. Un’esperienza apparentemente da poco, vissuta in modo unico, in un continente che non ha affini dove la natura è talmente diversa e restia a mostrarsi tanto da concentrare su di essa ogni tipo d’attenzione.

mercoledì 21 novembre 2007

GRANDE GINO!!!!

Da qualche tempo tra i partecipanti di ANDRILL si è aperto un concorso fotografico suddiviso in 12 categorie con scopo finale la creazione di un calendario. Nella categoria "life at Crary Lab" ha trionfato questa mia foto, il soggetto è Gino, il pesce adottato dagli italiani e fotografato tempo fa nell'acquario. Che centra un pesce con la "vita al Crary Lab"? Provate voi a passare una vita intera in questo luogo.....grazie Gino!!!

lunedì 19 novembre 2007

INCONTRO RAVVICINATO

Dopo oltre un mese di duro lavoro interrotto a sprazzi dalle condizioni meteo avverse, il gruppo del turno di notte ha potuto riposarsi con un giorno di vacanza che a causa del mio ruolo, è slittato al giorno dopo. In previsione c’era una visita al Drill site, nulla di che, ma comunque un’utile esperienza ed il pretesto per la ricerca, seppur remota, di qualche incontro ravvicinato con la fauna locale. Partiamo in quattro con un pickup cingolato uscendo dalla base ed aggirando l’enorme aeroporto collocato di fronte a McMurdo. La strada passa intorno alla pista aggirandola a distanza di sicurezza, dividendosi poi in diverse direzioni.
Raggiunto lo svincolo imbocchiamo la via che conduce al sito localizzato a circa 40 chilometri, verso il margine dell’ice shelf, dove ghiaccio ed acqua si scambiano i ruoli. Il viaggio è monotono e noioso, un’infinita distesa bianca percorsa con un mezzo lento, costeggiata da una parte dall’Isola di Ross, e dall’altra dai ghiacciai dalla catena transantartica. Due americani, io ed un tedesco, tutti quanti in gita premio per il lavoro svolto. L’umore è alle stelle ma il divertimento scarseggia. Dopo circa un’ora di viaggio mi accorgo che ognuno è estremamente impegnato a scrutare l’orizzonte in cerca di qualche movimento ma a parte uno skua in lontananza che vola radente al ghiaccio, non si intravede nulla altro. Poi di botto, osservando la strada costeggiata di bandierine rosse, poco lontano si scorge una piccola macchia nera, l'interesse si rivolge alla ricerca di scaramantiche ipotesi sulla natura dell’oggetto: rottame abbandonato? Bandierina strappata dal vento?...... Mentre ci avviciniamo il puntino sembra muoversi strisciando sul ghiaccio e alla distanza di circa 200 metri, udito il suono del motore si solleva in postura eretta rivelando la propria identità e scatenando l’entusiasmo comune. Stop immediato all’automezzo ed i quattro contenuti ricercatori si trasformano in un attimo in turisti assatanati in cerca di foto ricordo. Mi avvicino lentamente a piedi, mentre il pinguino di Adèlie si da alla fuga in parte correndo e in parte scivolando sulla pancia. Fermandosi e voltandosi si immobilizza come ad osservarmi. Nella mente soltanto lui ed il desiderato scatto antartico. Alla mio avvicinamento comincia ad urlare a squarciagola, per calmarlo provo improvvisando a fischiettare e magicamente la sua paura sembra placarsi. Si ferma e si tranquillizza consentendomi un ulteriore avvicinamento. La sequenza fotografica racconta da sé il resto, scatto dopo scatto si riconoscono i differenti movimenti tipici della specie, ali rivolte all’indietro, la testa contorta di lato, i passi rapidi e precari.. insomma, un’emozione davvero forte che in un attimo riesce ad isolare la mente rendendola partecipe soltanto dell’esperienza in corso. Il resto del viaggio si è poi svolto tra i piacevoli ricordi dell’esperienza da poco vissuta concludendosi con una visita al sito tra descrizioni tecniche e la continua ricerca di scatti importanti nell’ottica della preparazione di esposizioni post missione.
Incontri di questo genere, sono per un naturalista un arricchimento indescrivibile, esperienze che si radicano nella mente generando chiari ricordi e preziosi racconti.


sabato 17 novembre 2007

IN THE EYES OF SKUA

Stava in agguato da qualche ora in attesa di qualche sventurato che uscisse dalla mensa con un pasto. Mi sono avvicinato per scattargli qualche immagine e mi sono accorto che i suoi occhi riflettevano la mia.

mercoledì 14 novembre 2007

IL VIAGGIO PROCEDE INCESSANTE

Finalmente è l’estate. Dopo un tormentato ottobre il bel tempo ha preso il sopravvento consentendo un completo e continuo svolgimento dei lavori. Paradossalmente le condizioni meteo favorevoli hanno surclassato tutti di lavoro, limitando il tempo libero per le uscite. Già in programma però vi sono alcune escursioni nelle Dry Valleys, le valli secche incastrate nei monti transantartici, caratterizzate da assenza di ghiaccio per il microclima particolare ed al vento forte.
Mentre scrivo il drilling ha raggiunto la profondità di 780 metri sotto il livello del mare, raggiungendo un intervallo temporale corrispondente al Miocene medio/inferiore.
Le giornate a McMurdo sono scandite da un ritmo frenetico e monotono. Sveglia alle 20.00, inizio del turno di lavoro alle 22.00, pranzo a mezzanotte e di nuovo al lavoro fino alle 5, 6 del mattino. La giornata si interrompe alle 10.00 con la conclusione del meeting giornaliero durante il quale vengono presentati al gruppo i risultati raggiunti nelle diverse discipline. L’attesa per i riscontri climatici comincia a farsi sentire. Paleontologi, sedimentologi geochimici e magnetostratigrafi stanno dando il massimo allo scopo di ottenere riscontri utili per dimostrare ciò che successe al nostro pianeta proprio nel Miocene medio. La speranza ma anche l’obiettivo primario di ANDRILL SMS, è proprio quella di indagare le variazioni climatiche occorse in questo intervallo, sapendo a priori che il nostro pianeta, in questa fase, è passato da una condizione climatica “calda” ad una condizione termoregolata dalla formazione ed evoluzione delle calotte polari. Queste indagini, serviranno in futuro per meglio comprendere gli effetti del riscaldamento globale sul nostro pianeta.
Intanto monotonia, fatica e routine, sono rallegrati da imprevisti estemporanei come una trasferta improvvisa a Scott Base o l’arrivo in base di alcuni esemplari di skua. Ogni piccolo evento comunque viene vissuto come un’opportunità per apprendere, scattare fotografie, scrivere appunti, tutto nell’ottica di costituire un bagaglio di ricordi ed esperienze da condividere con chi interessato.

mercoledì 7 novembre 2007

CONDITION 1

Questa notte siamo stati investiti da una tempesta antartica vera, di quelle che non si scordano più.
A mezzanotte McMurdo in CONDITION 1, vale a dire ognuno stia dove si trova senza uscire per nessun motivo; vento fortissimo, visibilità ridottissima e temperatura -50°C. Credo comunque che la foto renda abbastanza l'idea.

martedì 6 novembre 2007

SOSPESI NEL TEMPO...

La sonda retrocede nel tempo. Sporadici frammenti di organismi sconosciuti comunicano alcune imprecise informazioni sul tempo in cui hanno vissuto, poi la roccia, quella stratificata e diversificata sotto il fondo del mare sorprende tutti quanti. Trecento metri di solidi conglomerati e diamictiti ed all’improvviso dal pozzo una risalita per diverse decine di metri d’acqua e sabbia che blocca i meccanismi di perforazione costringendo ad un imprevisto blocco dei lavori. Stop meditativo e poi la decisione: ritiro immediato delle aste di perforazione ed iniezione di cemento a presa rapida per consolidare uno strato che si pensava solido e roccioso ma che inaspettatamente ha mostrato la propria fluida natura. Si ristudia il profilo sismico utilizzato per prevedere quali strati si sarebbero incontrati durante la perforazione, sembra che un segnale simile a ciò che si è appena incontrato, si ripresenterà a 650 metri, la speranza è che la struttura resista e che si possa continuare a perforare, magari anche consolidando saltuariamente. Una discontinuità di lavoro che produce nervosismi, si cercano pertanto alternative per riempire la giornata. Per la prima volta, un mio turno libero coincide con una splendida nottata di sole, decido pertanto di avventurarmi nei dintorni della base per cercare qualche scatto suggestivo o comunque per trascorrere qualche ora in modo diverso. C’è il vento, la temperatura quindi dovrebbe essere bassa, ma contenuta. Indosso tutta l’attrezzatura a disposizione: pile, pantaloni, sovrapantaloni antivento, scarponi, piumino antivento, copricapo in pile antivento, occhiali da sole fascianti, cappuccio antivento, sottoguanti e guanti. Ridicolezza è la prima sensazione che si prova dopo essersi addobbati in questo modo, in realtà basta tirare il maniglione dell’ultima porta ermetica per capire che a volte tutto non è mai abbastanza. Mi avventuro fuori dalla base, sempre su terraferma per non incappare nelle fastidiose richieste di permessi radio. Obiettivo Scott Hut, il rifugio in legno che Scott ed il suo equipaggio, nei primi anni del 1900 costruirono ed utilizzarono come riparo durante la loro spedizione antartica. Una baracca in legno confortevole, ben realizzata e altrettanto curata dagli Stati Uniti che la utilizzano come museo permanente. Si costeggia un crinale di roccia nera, la stessa lava di cui è interamente composta l’Isola di Ross, dove si trova McMurdo.

Assolutamente nulla di interessante per un paleontologo, tranne qualche sporadico frammento di ossa dovuto a pasti furtivi di Skua ai danni di qualche sventurato uscito con cibo dalla mensa o resti rarissimi di animali antartici. Un oggetto mi colpisce, poco lontano dal rifugio, 4 centimetri di frammento osseo, sicuramente una costola, probabilmente di foca, con evidenti incisioni da lama di coltello. Probabilmente resti di pasto della sventurata spedizione inglese. Il vento, che durante l’allontanamento dalla base spira alle spalle, al rifugio cambia direzione non essendo più costretto dalle pareti rocciose ma libero sul ghiaccio marino. Di fronte a me, a circa 2 chilometri l’aeroporto, uno dei tre di McMurdo. Oltre questo, 80 chilometri di ghiaccio piatto reso color oro dal sole basso delle 4.00 del mattino. Il vento bianco sul ghiaccio marino dà un’idea spettrale, come un gioco di fantasmi che rapidissimi si rincorrono per scomparire qualche istante dopo. Tutto intorno è il nulla, la base dorme e l’unico rumore è quello fortissimo del vento.

Resisto per circa 15 minuti intorno al rifugio, il tempo di scattare qualche immagine e di vedere le batterie delle due macchine fotografiche esaurirsi a causa del freddo e del secco in pochi minuti. Mi avvio al ritorno, rendendomi conto dopo qualche minuto che sarà più faticoso del previsto. La strada è in salita ed il vento, ora frontale, fortissimo. Lo sforzo costringe a respirare con la bocca ed istantaneamente l’umidità emessa congela sul viso, rendendo pressoché inutili gli occhiali. Una breve sosta dietro ad un riparo per consolidare meglio il parca intorno al viso e poi via alla faticosa risalita verso la base. Impiego circa 35 minuti a tornare da dove ero agevolmente partito. All’arrivo gli occhi sono contornati da perline di ghiaccio ed il parca sul viso interamente rivestito da uno strato bianco generato dal freddo e dalla respirazione. La temperatura era di circa -40 gradi, un valore inimmaginabile che suggerirebbe di starsene al riparo, ma l’Antartide invoglia a vedere, conoscere, comprendere e curiosare…Una temperatura che con il materiale a disposizione è gestibile ma che l’assenza di allenamento sconsiglia di affrontare. Lo sforzo fisico normale risulta in queste condizioni quintuplicato, si fatica a respirare, le dita si indolenziscono e il viso perde progressivamente sensibilità. Rientrato tolgo tutta l’attrezzatura e con il ritorno alla temperatura normale, strani indolenzimenti al viso suggeriscono maggiori controlli. Principio di congelamento mi dicono alcuni veterani, superficiale e comune, capita sempre quando si esce in queste condizioni. Vedrai che tra qualche ora passerà. Generalmente la parte del corpo colpita dapprima diventa bianca, poi perde progressivamente sensibilità, fino al punto in cui, l’ustione non viene recepita dal sistema nervoso in quanto localmente insensibile. Il ritorno alla temperatura normale causa poi arrossamento, gonfiore e aumento del dolore. In questo caso nulla di grave, solo una piccola area sulla gota destra, proprio la parte esposta al vento, un segnale comunque che in queste condizioni si deve sempre prestare la massima attenzione. Ogni esperienza in luoghi del genere è sempre un’avventura, un arricchimento interiore da riportare a casa e condivide con gli amici o gli interessati, proprio come lo spirito operativo di un museo suggerisce, proprio come da qualche tempo l’anellomancante cerca di fare.

domenica 4 novembre 2007

L'EVOLUZIONE DELL'UOMO? QUESTIONE DI VEDUTE

Questo post "speciale" vuole essere un omaggio al Museo Naturalistico Paleontologico di San Daniele Po che da pochi mesi ha ottenuto il riconoscimento regionale ed il 10 dicembre riceverà durante una cerimonia ufficiale una targa di riconoscimento in merito. L'occasione è inoltre il modo per augurare buona fortuna a tutti i ragazzi impegnati nella realizzazione ed inaugurazione della mostra temporanea sull'evoluzione dell'uomo. Impossibilitato a presenziare riporto il testo del mio intervento introduttivo proposto all'inaugurazione con un filmato da McMurdo.

Un in bocca al lupo ragazzi, fate vedere di cosa siam capaci!


"L’evoluzione dell’uomo è da sempre considerato un argomento scottante in quanto l’uomo, difficilmente riesce a riconoscere se stesso come animale.
Tecnologia, benessere, moda, medicina e scienza in generale, spesso mascherano le reali motivazioni biologiche di determinati comportamenti umani, rendendo ancor più incomprensibili, per esempio, alcuni atteggiamenti di massa riconducibili alle dinamiche ecologiche di popolazione degli altri esseri viventi. Ci si sbigottisce davanti alla tendenza di alcuni a tradire, alla propensione ad arricchirsi, alla competizione sul lavoro, all’esibizionismo ecc, senza pensare che magari questi siano atteggiamenti finalizzati all’unico scopo biologico di ogni specie: il trasferimento del proprio patrimonio genetico per il raggiungimento della maggiore fitness.
Per fitness in ecologia, si intende la misura del successo riproduttivo di un individuo nella popolazione ed è rappresentata dal numero di nipoti di un individuo che raggiungono la maturità sessuale. Nell’uomo, la dinamica di popolazione è esattamente come per le altre specie ma è nascosta da fattori socio-culturali.
L’uomo è un animale. La sua evoluzione non differisce minimamente (in termini di svolgimento) da quella di altri organismi. La nostra specie non è più evoluta di uno squalo, di una formica, di una giraffa di uno chimpanzeè o di un batterio, perché è contemporanea ad essi e perché evoluzione non significa miglioramento, ma semplicemente cambiamento. Tutti gli organismi viventi attuali sono il risultato di milioni di anni di evoluzione; essi sopravvivono, competono e si riproducono con strategie diverse ma con le stesse finalità, tramandare nel tempo la propria specie.
Questo “cinico” pensiero biologico che è comune, pur con qualche sfumatura a chiunque si occupi di evoluzionismo, è invece estraneo alla maggior parte delle persone che considerano l’uomo come colui che ha saputo evolversi (intenso come migliorarsi) e distinguersi a tal punto da sottomettere l’intero pianeta. Non è un’ideologia moderna, come potrebbe apparire ma è anche questa, paradossalmente, il risultato di un lungo percorso evolutivo e socioculturale che affonda le proprie radici fin nella preistoria.
Nell’ottocento, quando in Europa iniziarono ad emergere i primi fossili di uomo preistorico, questo contesto socio-culturale, creazionista, per la prima volta venne messo in dubbio, creando non poco scompiglio. L’evoluzione della paleontologia con le nuove scoperte, impose alla società di affrontare il problema della ricostruzione dell’uomo preistorico, problema che venne affrontato da prima in modo timido e nascosto e poi sempre più allo scoperto.
I fossili iniziarono a imporre l’idea di una nostra derivazione da un antenato comune alle scimmie, Charles Darwin, uno dei primi sostenitori di questa teoria venne spesso ripreso e raffigurato ironicamente con le sembianze di uno scimmione fino a quando alcuni scienziati, tra cui Raymond Dart, scoprirono in diverse parti del mondo alcuni dei presunti anelli di congiunzione tra la scimmia primordiale e l’uomo. Risultava ormai complicato sostenere tesi opposte negando evidenze sempre più palesi. Il bambino di Taung (Australopitecus africanus), fu la piccola peste che scombussolò i piani scientifici. Piccolo ma furioso venne catapultato da Dart sullo scenario scientifico mondiale, inorridendo la scuola antropologica anglosassone ed imponendo maggiori ricerche per smentire la scellerata ipotesi. Nuove ed improvvisate ricerche fecero comparire così l’uomo di Piltdown, il nostro vero antenato: inglese, primitivo ma già intelligente con aspetto simile ad una scimmia ma con un cervello grande quanto quello umano ed in grado di dare agli scienziati elementi utili per poter affermare la nostra derivazione dalle scimmie, ma da scimmie nobili ed intelligenti!
Questa scoperta fece calare una cupa ombra sul Bambino di Taung e sugli altri ritrovamenti africani, fino al momento in cui, strumenti scientifici opportuni appurarono che l’uomo di piltdown altro non era che una menzogna scientifica creata da alcuni ricercatori inglesi per sottrarre a Dart e all’Australopiteco africano la scena internazionale.
Tutte queste vicende, unite ad ideologie politiche, a credo religioso ed a contesti scientifici a volte azzardati o errati, contribuirono a creare ricostruzioni grafiche spesso erronee o meglio, figlie del loro tempo.
L’esperimento proposto con questa mostra è quello di tentare di ottenere i medesimi risultati dell’’800 in chiave moderna. Per farlo si è scelta la collaborazione con le scuole. Si sono impartite lezioni in museo fornendo limitate (ma non errate) informazioni scientifiche, paragonabili a quelle disponibili nell’800. Si è chiesto successivamente agli studenti di realizzare dei disegni dell’uomo preistorico. Il risultato è stato sorprendente, numerosi sono i punti di contatto tra le stampe antiche e i disegni dei ragazzi. Stessi caratteri visibili, stessi strumenti, stessi contesti ambientali, insomma una dimostrazione di quanto più che le informazioni paleontologiche, nel complesso abbiano giocato un ruolo chiave i contesti sociali nei quali erano o sono inseriti i disegnatori.
Allo stesso modo, ma con modalità opposte si sono forniti tutti i dettagli e le informazioni utili ad una giovane disegnatrice, Deborah Dilda, per cercare di ricavare alcune ricostruzioni moderne che mettessero in evidenza le ultime scoperte scientifiche e le influenze esterne di altro carattere.
Nel complesso la mostra, che a breve sarà un libro senza pretese editoriali, diverrà supporto espositivo per la sezione di paleontologia umana del museo, nonché base di sviluppo per progetti futuri con le scuole.
Con questo concludo, assicurandovi che l’evoluzione delle rappresentazioni della figura umana e dei suoi predecessori non è finita, continue scoperte miglioreranno l’aspetto dei nostri antenati rendendolo sempre più attendibile e veritiero, e quindi fuori dalla nostra logica sociale. Basta ricordare per esempio alcuni risultati scientifici di un recente studio italo-spagnolo che ha permesso di definire geneticamente che l’uomo di Neanderthal aveva probabilmente i capelli rossi e la pelle chiara, testimoniando una convergenza evolutiva con la nostra specie, essendo entrambe vissute nello stesso luogo e con medesimo clima: l’ambiente freddo europeo; come ci ricordano indirettamente, e questa volta senza inganni paleontologici, le popolazioni anglosassoni".

giovedì 1 novembre 2007

SUPER NEWS!!!

Fedeli internauti non mancate di acquistare dal 5 novembre il numero 22 del bimestrale scientifico Darwin: contiene un articolo del Dr. Fabio Florindo (Capo progetto italiano ANDRILL SMS) sulla ricerca geologica antartica per la comprensione dei cambiamenti climatici globali.
Le foto contenute sono un mio contributo all'articolo, le stesse pubblicate lo scorso anno su: www.anellomancante.blogspot.com!!!!