martedì 27 marzo 2007

VISIONE FUTURISTA...

In ogni grande regione del mondo i mammiferi esistenti sono intimamente affini alle specie estinte della stessa regione. E' quindi probabile che l'Africa fosse abitata primieramente da scimmie estinte strettamente affini ai gorilla e allo scimpanzè; e siccome queste due specie sono ora i più prossimi affini dell'uomo, è in certo modo più probabile che i nostri progenitori vivessero nel continente africano che non altrove.

Charles Darwin, L'origine dell'uomo

lunedì 19 marzo 2007

IL BAMBINO DEL FIUME

"Si è spesso e fidentemente asserito che l’origine dell’uomo non può essere conosciuta: ma l’ignoranza più frequentemente ingenera fiducia che non il sapere: son quelli che sanno poco, e non quelli che sanno molto, i quali affermano positivamente che questo o quel problema non sarà mai risolto dalla scienza".
Charles Darwin, L’origine dell’uomo


Questa notte soffia il vento, presagio del cattivo tempo che caratterizzerà la settimana ventura. Condizione uggiosa che coinvolge spirito ed l’animo innescando la necessità di scrivere per comunicare. Forse uggiosa era anche quella giornata tanto remota da non trovarsi traccia in alcuna memoria, i cui accadimenti però sono testimoniati da alcuni resti che timidi emergono dalla battigia. Molte volte sono passato per quel luogo, molte volte nei giorni scorsi la mia via ha sfiorato le prove del passato, molte volte nei giorni scorsi si sono incrociati i nostri destini, il mio in evoluzione, il suo in apparente quiete raggiunta. Era una settimana torrida, tipica di una pianura che ormai da anni vede nell’estate implacabili incrementi di calore che anno dopo anno sbalordiscono le persone. Il sole cadeva a picco, riflesso dalla salda prua del kayak ad indicare una via non tracciata che il destino voleva si seguisse. La fatica nelle braccia, la sete insistente, la corrente vorticosa ed il fato, spinsero la barca verso un punto remoto della barra sabbiosa, un’insenatura come tante, caratterizzata da moltitudini colorate di ciottoli che numerosi segnalano possibili ritrovamenti. Esco sfilando le gambe spingendomi con le braccia verso l’alto, ripristinando la sensibilità degli arti con una breve sosta sul bordo posteriore della canoa. Infilo la pagaia nella sabbia, ne appendo la maglietta inzuppata e ormai catturato dall’irrefrenabile istinto della ricerca inizio a scandagliare tutte le forme interessanti che costeggiano la battigia. Qualche frammento di ceramica, quarzite gialla come il miele, diaspri rossi, frantumi di anfore e rifiuti urbani di svariato genere. Venti minuti di percorso, gli occhi come unico strumento per rilevare la presenza di possibili reperti ed una condizione mentale caratterizzata solo dalla comparazione infinita tra la moltitudine di forme percepite e le migliaia d’immagini di reperti memorizzate dai libri. Nulla. Il fiume ingeneroso vuole smentire l’istinto che guidò la barca fino all’attracco. Ritorno sui miei passi. La delusione è contrastata dal piacere dell’aria aperta, dal senso di libertà che si prova sfidando il fiume, dal silenzio disturbato soltanto da qualche gruccione o da chiassosi cormorani. La canoa è pronta per ripartire, indosso la maglietta ormai perfettamente asciutta, sfilo la pagaia come la spada nella roccia ma un dettaglio scalfisce l’attenzione. Un piccolo particolare combacia con qualcosa di già visto non so dove, su un libro forse, su un reperto già preparato o nella moltitudine di fossili del museo. Mi abbasso per raccoglierlo e dalla sabbia bagnata e melmosa emerge un oggetto, consueto per la forma complessiva ma troppo piccolo per la norma. Non comprendo, sembra qualcosa di già visto ma troppo piccolo, danneggiato, ricorda vagamente una mandibola, ma sono certo che un lavaggio sommario potrebbe suggerire nuove idee. L’ipotesi non è sbagliata, la parte anatomica corrisponde ma le piccole dimensioni, non attribuibili alla cattiva conservazione, rappresentano semplicemente l’osso mandibolare di un piccolo, un cucciolo che studi eseguiti nell’isolamento della mia stanza di fronte al libro più opportuno ospitato nella provvista cassapanca, classificano come appartenente ad un bambino di età compresa tra gli otto o nove anni. E’ il bambino del fiume, colui che tra mille vicissitudini ha attraversato lo spazio ed il tempo per affiancarsi a Lucy, per un aiuto non banale nel descrivere con essa, alcuni passi di ciò che siamo, del fumoso inizio della nostra specie, degli innumerevoli salti evolutivi e delle infinite sfumature culturali, sociali, geografiche e storiche dalle quali siamo derivati. Entro pochi giorni troverà spazio nel museo, quel ripiano nell’esposizione che gli appartiene di diritto e che lo responsabilizzerà del compito di raccontare a qualunque interessato volesse chiedergli, quale sia stata la sua storia fino alla fortuita coincidenza che, molti anni dopo la sua pur breve vita, ha fatto incrociare i suoi muti resti alla via di qualcuno in grado di comprenderne il silente linguaggio…

giovedì 15 marzo 2007

EVOLUZIONE TECNOLOGICA

Gli artefatti tecnologici e le modificazioni apportate all’ambiente esterno sono tipici del pattern adattivo umano. Gli esseri umani sono gli unici animali che basano in buona parte il loro adattamento all’ambiente su un una modifica di tale ambiente per renderlo il più adatto possibile a sé stessi, piuttosto che su una modifica di sé stessi per diventare più adatti all’ambiente così com’è. Allo stesso modo del linguaggio, anche gli artefatti tecnologici hanno un doppio rapporto con la trasmissione culturale. Essi sono infatti trasmessi culturalmente ed al tempo stesso fanno da tramite nell’ambito della trasmissione culturale di idee e modi di comportarsi. Grazie alla tecnologia viene meno il vincolo di stare fisicamente vicini ad un maestro per poter apprendere: il maestro può essere sostituito da un libro, da un computer o da un altro dei cosiddetti “artefatti cognitivi”. [da: Domenico Parisi, “La mente. Nuovi modelli della Vita Artificiale” (Il Mulino, 1999).

L’evoluzione tecnologica rappresenta un miglioramento di tecnologie, materiali, strutture, tipologie ecc. Un oggetto tecnologico quindi non è semplicemente frutto del suo tempo, ma il risultato di anni di evoluzione artificiale consistenti nei cambiamenti migliorativi degli aspetti che compongono l’oggetto. Dall’efficienza disarmante di una semplice punta levalloisiana, ci troviamo oggi di fronte a microcircuiti complessi in grado di trasferire informazioni. Questi cambiamenti succedutisi nel tempo hanno avuto come risultato i moderni mezzi tecnologici ai quali risultano connessi, in modo tanto più flebile quanto maggiore è il tempo che li separa da essi, gli antichi artefatti preistorici, dal semplice chopper alla complessa punta di freccia. Ne deriva da osservazioni superficiali un incremento della complessità degli oggetti costruiti in relazione al tempo, dalla preistoria fino ai giorni nostri in una complessità apparente che non tiene conto dell’aspetto socio culturale d’appartenenza dei costruttori. Ne consegue l’idea comune che qualunque Homo sapiens sapiens moderno sia in grado di cimentarsi con attrezzi “primitivi” allo scopo di ottenere facilmente “manufatti semplici in quanto antichi”. Nulla di più errato.
Evoluzione tecnologica come somma di cambiamenti migliorativi registrati fedelmente negli oggetti moderni, ma anche complesso processo cognitivo, culturale e sociale che si perde al passaggio delle generazioni con conseguente perdita delle metodologie volte a raggiungere lo scopo. Una riflessione quest’ultima che mi accingo a sottoporre al giudizio della rete, che è prepotentemente emersa dopo la faticosa costruzione (grazie alle tecnologie moderne) di preistorici percussori in osso di cervo da impiegare come utensili per la produzione di manufatti in pietra scheggiata.
L’utilizzo corretto di questi manufatti nel raggiungere lo scopo finale è paragonabile al riconoscimento di un sentiero percorso bendato molti anni addietro...

lunedì 5 marzo 2007

L’EVOLUZIONE DELLA VITA


La barca galleggia lenta, cullata dal fiume sotto un caldo sole primaverile. Si costeggia la sponda per entrare nel bacino dell’attracco, uno stretto canale fittamente vegetato ma a tratti arido, eroso, dove la pianura, timida, mostra le sue origini. Strati diligentemente sovrapposti costituiscono a nostra insaputa la base sulla quale si passeggia durante spensierate gite in golena. Ad un tratto, la parete laminata si interrompe bruscamente, fori poco ravvicinati turbano l’armonia degli strati attirando l’attenzione degli osservatori.
Fa capolino da uno di questi passaggi un irritato animale, piumato e colorato come il fuoco, che si staglia urlante in cielo allertando i suoi simili e sfiorando la barca con voli radenti.
Gruccioni, uccelli migratori africani che raggiungono l’Europa in cerca di siti da nidificare. Nelle pareti stratificate trovano il loro habitat ideale, un terreno friabile e sabbioso che sotto il peso degli anni diventa un solido e sicuro luogo per fare il nido, una tana nel passato, in strati che, deposti migliaia di anni fa, rappresentano pagine di storia locale che rivedono la vita dopo anni di quiete...
Animali che giunti da continenti lontani trovano rifugio nel passato. Un salto nello spazio e nel tempo per ispirare l’osservatore che avido di metafore e di insegnamenti offerti dalla natura ne fa tesoro trasferendolo ai posteri in una moltitudine di idee.
Come il gruccione ci addentriamo nel passato, scavando antichi strati per riportare alla luce l’albero della vita dagli innumerevoli rami. Negli organismi oggi viventi noi non vediamo altro che le ultime ramificazioni, le estreme cime verdeggianti dell’immane tronco, e sta al paleontologo indagarne il passato, in un continuo viaggio a ritroso nel tempo, discendendo l’albero e ritrovando antichi mastodonti, cervi giganti, orsi delle caverne, abitanti delle “nostre terre”, terre che in epoche precedenti erano mari, abitati da migliaia di molluschi con le loro conchiglie sfarzose di un’infinita varietà di forme, tutte metodicamente adattate all’ambiente di vita; un mare rigoglioso, per alcuni solo leggendario, solcato da balene, squali e pesci d’ogni genere fino ad intravedere, prima di una spaventosa catastrofe globale, sauri giganti sfiorati in cielo come la nostra piccola barca da colorati uccelli, rettili volanti che l’evoluzione cambiò per sempre. Mostri giganti e conchiglie spiralate governavano i mari, spirali che se seguite dagli occhi fanno scivolare la mente in tempi lontanissimi dove soltanto piccole e piccolissime forme di vita popolavano il pianeta.
Tutto questo in passato già venne immaginato, scienziati, medici, naturalisti osservavano i resti della natura per apprendere e per spiegare. È grazie al loro lavoro, alle loro documentate osservazioni che possiamo comprendere da dove veniamo ed immaginare, navigando sul fiume, piccoli e colorati dinosauri alati che nel passato vogliono tornare…