martedì 18 aprile 2017

G. VERDI, IL PONTE SUL PO


Nel 1919, per la precisione il 20 febbraio, veniva indetta dall’Amministrazione comunale di Roccabianca un’importante adunata di comuni della Provincia di Parma per associarsi ai voti emessi in quei giorni da Enti, Comuni e personalità del Cremonese, allo scopo di ottenere l’esecuzione di un ponte sul Po.
Sul finire dello stesso anno venne istituito il Consorzio per la strada Pescarolo-Isola Pescaroli tra i comuni di San Daniele Ripa Po, Cella Dati, Pieve S. Giacomo, Cicognolo, Vescovato e Pescarolo.
Assicurati dal Governo e dalla Provincia che non sarebbero mancati aiuti, questi comuni si unirono in un Consorzio e deliberarono la costruzione di una strada destinata ad allacciare con un Ponte sul Po la Provincia di Cremona e quella di Parma.
A tale scopo furono indette frequenti riunioni presso le sedi Provinciali di Parma e Cremona.
L’On. Giuseppe Micheli di Parma, allora Ministro dei Lavori Pubblici, ne fu interessato e in una riunione del 14 febbraio 1921 tenuta nella sede del Genio Civile di Parma, espresse parere favorevole, riconoscendo l’utilità pubblica di tale opera. I lavori politici e le trattative continuarono col governo in carica che si arenò però con la transizione al Fascismo, il quale per non lasciar traccia di esso, seppellì nell’oblio la bella iniziativa di quei comuni socialdemocratici, proprio quando sembrava imminente, per interessamento dell’allora Ministro del LL. PP. On. Micheli, la costruzione di un ponte fisso tra Ragazzona e Isola Pescaroli.
Nel 1934 ci fu un tentativo di ripresa delle trattative da parte dell’Ing. Carlo Pasetti, Podestà di Roccabianca, ma in seguito ai fatti bellici (Guerra d’Etiopia) il progetto fu ostacolato e dimenticato.
Negli anni dell’invasione Isola era diventata un arsenale di traghetti. I tedeschi vi avevano creato il loro centro di smistamento truppe ed era stato designato e allo scopo fortificato come il punto centrale di raccolta delle truppe in fuga dalla Via Emilia, dopo la rottura dei vecchi ponti sul Po.
A liberazione avvenuta, gli abitanti di Isola Pescaroli recuperarono il traghetto che, riparato, fu messo in funzione; il traffico era tutto normale a quello che avveniva al porto di Cremona.
Nel 1945 il Sindaco di Roccabianca, Angelo Tonna, riprese in esame, con molto entusiasmo, il vecchio progetto.
Il 20 aprile 1946 convocò i sindaci dei comuni cremonesi di San Daniele Ripa Po, Sospiro, Pieve S. Giacomo, Cella Dati, Cingia de Botti, Motta Baluffi, Castelponzone, San Martino del Lago ed altri, nonché i comuni interessati della Provincia di Parma per discutere del seguente argomento: Installazione provvisoria di un Ponte di chiatte sul Po. Dopo una lunga discussione, all’unanimità, i sindaci diedero la loro adesione delegando Tonna alla ripresa delle diverse pratiche con un rappresentante del Comune di San Daniele e cioè il parroco di Isola Pescaroli Don Martino Aletti.
Il 10 settembre 1946 Tonna inviava una lettera all’On. Romita, Ministro del Lavori Pubblici. Era l’inizio della pratica per un ponte in chiatte a Ragazzola (PR).
Nel 1947 anche il comune di Roccabianca si associava al Consorzio per la strada Pescarolo-Isola Pescaroli.
Il 5 agosto 1948, il Sindaco Carlo Damiani di San Daniele Ripa Po, per il Consorzio Pescarolo-Isola Pescaroli, invitava presso lo studio dell’Ing. Soldi in Cremona la Giunta Esecutiva del Consorzio e il Sindaco di Roccabianca “per deliberare il collocamento del ponte in chiatte di Isola Pescaroli”.
Il 7 agosto 1948 intanto, l’On. Cappi avvisava gli amici di San Daniele d’aver interessato della cosa il Ministro Tupini.
Don Martino Aletti, insieme al rappresentante della Democrazia Cristiana di San Daniele Ripa Po , il Sig. Aristide Marabotti, come rappresentante del Consorzio della strada Pescarolo-Isola Pescaroli, era a Roma per sottoporre al Ministro dei Lavori Pubblici la domanda per la cessione del ponte in chiatte di Cremona, reso ormai inutile dalla costruzione del ponte in Ferro.
Si stava imbastendo una trattativa politica nella quale comuni socialcomunisti proponevano i loro intenti al Governo attraverso un rappresentante democristiano del territorio. La proposta venne presentata a Roma come l’opportunità da parte della Democrazia Cristiana di raggiungere un risultato fondamentale per l’economia della bassa cremonese e parmense raccogliendo consensi tra l’opinione pubblica spendibili alla prossima campagna elettorale.
Nel 1955 viene edificata a Isola Pescaroli la chiesa parrocchiale in stile romanico moderno su progetto dell’architetto Vito Rastelli di Cremona. E’ il primo santuario d’Italia dedicato alla Madonna della Fiducia. Dieci anni dopo la Madonna della Fiducia viene incoronata Regina del Po.
Il 3 settembre 1948 il sindaco di San Daniele Po inviava alla commissione Tecnica per il Collocamento del Ponte in chiatte, una relazione del Consorzio affermando che solo una collocazione a Isola Pescaroli avrebbe assicurato un congruo collegamento a tutti i principali centri della bassa cremonese tra Cremona e Casalmaggiore, sottolineando in particolare le potenzialità economiche di una simile opera.
Da Roma il 7 settembre 1948 l’avv. Cappi scriveva a Don Martino Aletti la risposta del Ministro Tupini, aggiungendo: “l’importante è che - data la buona disposizione del Ministro - i tecnici dicano che la località migliore, sia pure di poco, sia Isola Pescaroli rispetto Polesine e Zibello”.
Il 20 settembre la Segreteria della Democrazia Cristiana di Cremona scriveva a Don Martino che il Partito ne era direttamente interessato e che la cosa stava prendendo un aspetto politico.
Il 21 settembre 1948 la Commissione si riuniva nella sede di Parma del Genio civile, indicando la possibile acquisizione non di un ponte in chiatte, bensì di due, quello di Cremona più grande, da collocare a Zibello e quello di Piacenza, più piccolo, per Isola Pescaroli.
Il 16 novembre 1948 il sindaco di San Daniele Po, Carlo Damiani, Presidente del Consorzio Pescarolo-Isola Pescaroli, inviava al Ministro una missiva nella quale ribadiva la necessità di un ponte in grado di sostenere il traffico e l’ampliamento economico dell’intera bassa cremonese e Bresciana. Ciò nonostante l’On. Giulio Andreotti  rispondeva informando Don Martino Aletti della decisione ormai presa di collocare il Ponte in chiatte di Cremona a Zibello, facendo transitare la strada di collegamento attraverso il comune di Pieve d’Olmi.
Don Martino era tornato da Roma con le pive nel sacco; dall’altra sponda un altro parroco, Don Celso Ghiozzi di Zibello, pareva averla spuntata ottenendo il ponte su chiatte proprio davanti alla sua parrocchia parmigiana.
Trattative politiche e screzi “da prete” si susseguono per alcuni anni finché il Po decise di porre fine ai litigi inondando la golena con la piena del 1951. Le chiatte vennero messe a riparo ma il consorzio decise di sciogliersi impossibilitato a trovare un comune accordo.
Al suo posto si costituì, nel 1962 un Consorzio interprovinciale, formato dalle Provincie di Parma e di Cremona e dai comuni di Roccabianca e San Daniele. L’idea fu quella di riallineare le chiatte salvate e di impostare un progetto di traghetto che trovò consenso da parte della Prefettura e delle provincie che assicurarono un contributo per il funzionamento del traghetto stesso.
Se non si fossero incontrati tutti quegli ostacoli, il Consorzio Pescarolo-Isola Pescaroli avrebbe potuto usufruire della legge 22 novembre 1962, n. 1708, approvata dal governo, che stanziava oltre 5 miliardi di lire per sostituire tutti i ponti in chiatte con più stabili ponti in cemento armato.
Fu invece solo nel 1969 che l’Amministrazione provinciale di Parma iniziò la progettazione ottenendo, grazie all'ex sindaco Cav. Tonna, un primo stanziamento da parte del governo di circa 1 miliardo di lire per la costruzione del ponte.
L’Impresa Lodigiani di Milano si era aggiudicata l’asta per l’assegnazione dei lavori pubblici per la realizzazione del nuovo ponte ma l’inizio dei lavori venne ritardato subito di due anni per la forte opposizione da parte di un’altra Impresa rivale.
I finanziamenti delle due Regioni e delle Provincie di Parma e Cremona arrivarono molto lentamente rispetto al forte aumento dei prezzi; tuttavia la ditta Lodigiani non sospendeva i lavori portandoli a termine con la garanzia e sicurezza di pagamento degli Enti Pubblici.
Il Ponte venne inaugurato l’8 marzo 1980: 65 campate, 213 pali, 18.000 mc. di calcestruzzo e Kg. 2.506.537 di ferro e acciaio.
Al completamento dell’opera il “Risveglio” in data 15 settembre 1979 scriveva: “Il ponte è ben fatto, è solido e imponente; le travi in cemento pesano 900 q. l’una e formano una campata che poggia su tre grossi piloni, anziché su un monoplano come si usa oggi con una struttura semplice. Le pile in acqua sono doppie e perciò la pesante travatura è sostenuta da ben 6 pali o pilastri che sono enormi cilindri, che fanno ricordare le grandi colonne degli antichi templi (…).
Il Ponte che inizia a Isola Pescaroli e finisce a Ragazzona passando per la frazione di Pieveottoville di Zibello, è lungo 2513 m”.
(Amos Aimi e Aldo Copelli, 1989. Breve storia del Ponte sul Po di Isola Pescaroli-Ragazzola. Pagine padane N.1. A cura de "Il Risveglio").
2 maggio 2017 il Ponte, che versa in pericolose condizioni di instabilità strutturale, dopo un troppo prolungato periodo privo di manutenzioni straordinarie, deve essere restaurato profondamente. 
Come accaduto durante tutta la sua storia dal 1919 al 1980, anche oggi discussioni, aspirazioni politiche, screzi e trattative si susseguono complicate per stanziare fondi ed iniziare i lavori di sistemazione.
La passata storia travagliata si presenta avvincente. Nomi importanti come Don Martino Aletti, il sindaco Tonna e il sindaco Carlo Damiani sono stati determinanti per giungere alla progettazione e alla realizzazione del Ponte. La situazione politica è profondamente mutata da allora, ma le dinamiche, seppur meno nobili e chiare, appaiono ancora le medesime.
Quello che verrà detto domani 18 aprile 2017 sul Ponte Giuseppe Verdi da una aggregazione dei sindaci di San Daniele Po, Roccabianca e Zibello, sarà una richiesta di intervento strutturale di buon senso. Non è possibile intervenire drasticamente chiudendo il ponte per diversi mesi. Ciò che sottolineava Angelo Tonna nel 1947 del pericolo di vedere oltre 400 giovani padri di famiglia disoccupati a causa della non volontà a procedere col ponte in chiatte, mettendo in crisi l’economia locale, è ciò che ancora oggi toglie il sonno ai tre sindaci coinvolti nella presente trattativa. Mentre prima del ponte si susseguivano ipotesi di sviluppo economico, oggi queste ipotesi sono una chiara realtà che una chiusura più o meno prolungata può mettere a repentaglio.
Intervenire sul ponte è indispensabile, pensare ad un intervento capace di coniugare sicurezza, efficienza nei lavori e tutela dei cittadini e delle economie, da parte delle Provincie e delle Regioni, è tassativamente necessario.

Il 26 aprile 2017, in Regione Lombardia a Milano si svolgerà un tavolo congiunto tra comuni, provincie e regioni al fine di trovare una soluzione capace di accontentare tutti. Sperando che la necessità dei cittadini prevalga su tutto.

domenica 5 marzo 2017

LOBI BATEBA FIGURA PUMBIIRA


I Lobi sono un'etnia di ceppo bantu dell'Africa occidentale ancora legati (nella miriade di piccoli villaggi interni) alle antiche tradizioni tribali e culturali .

Etnia Lobi (http://www.panoramio.com/photo/50856868)

L’etnia Lobi è concentrata nella parte sud-orientale del Burkina Faso, ma è presente anche in Costa d’Avorio e in Ghana. Di probabile origine meridionale (nord del Ghana), i Lobi attraversarono il Volta Nero nella seconda metà del 18° secolo.

Sono una popolazione dedita all’agricoltura, alla lavorazione dei metalli e abile nella lavorazione della ceramica.
Essi costruiscono manufatti d’uso domestico ma anche sculture intagliate nel legno e talvolta nell’osso. Questi oggetti artistici hanno una valenza culturale, religiosa, rituale. Secondo la loro credenza le Figure Pumbiira servirebbero a proteggere da entità maligne.
Per questo le piccole figure Pumbiira vengono utilizzate come ciondolo da appendere al collo dei bambini o anche alle loro culle.
***
Il manufatto riportato nella fotografia di seguito, è una piccola (98 mm) figura scolpita in osso (probabilmente avorio), rinvenuta su di un banchetto etnico presso il mercato dell’antiquariato di Piazza Matteotti a Genova.


(Collezione privata)

REFERENCE

http://libroafricano.blogspot.it/2015/01/lobi-figura-amuleto-ciondolo-pumbiira-o.html
http://www.treccani.it/enciclopedia/lobi/

giovedì 2 febbraio 2017

PESCATORE



"Primo sono un pescatore, mi piace il fiume, siamo un’unica cosa praticamente.
Una vita imperniata nelle stagioni del Po. I pesci da pescare, le chiocciole da raccogliere, le anguille che risalgono, i cefali che poi muoiono nelle lanche a fine estate, le anatre che fanno il nido nel frumento, i pioppini che non ti dirò mai dove ho trovato ma che ti dono volentieri.
Conosco il Po perché ci ho vissuto tutta la vita: fidati che questa piena non farà danni e che defluirà perché al centro del letto non c’è più il culmine.
Stamattina ti ho svuotato la barca dall’acqua del temporale, so che tu lavori e io dovevo salirci per pescare, mica posso aspettarti… che quando c’è ancora buio all’attracco non c’è nessuno. Ci sono  solo i cormorani a quell’ora. E si pesca bene.
Ricordati che le esche giuste stanno sempre nel corpo dei pesci che vuoi catturare. Devi pulirli  i pesci se vuoi capire le loro abitudini, il loro comportamento, come e quando si nutrono e dove li devi cercare.
Per il pesce gatto oramai ci vuol pazienza, che tre bei pesci sono già una bella parte… e ci si può accontentare.
Succede che oggi non ho preso niente, ma infondo che importa. Il pesce che non ha abboccato oggi è pronto per domani perché nel Po  sta bene e comunque sono stato quattro o cinque ore sul fiume, quindi è una bella giornata. Freddo eh?!, che ci vogliono due maglioni, due giubbotti e le calze di lana sotto le braghe, che la primavera è falsa: sembra una stagione calda ma il mattino presto è come l’inverno. Ma guai a  toglietemi il Po al mattino presto. Ne morirei".


Ciao, Primo, è assurdo. Mi sembravi immortale.

lunedì 30 gennaio 2017

TRILOBITI

Trilobiti, oltre ad essere una splendida raccolta di racconti di Breece D'J Pancake, è anche il gruppo paleontologico dal quale mi sono sempre tenuto più alla larga.
Non per disprezzo di questi artropodi fossili fantastici, quanto per la esagerata frequenza di fregature che si celano dietro questi piccoli organismi pietrificati.
Circa vent'anni fa comprai un trilobite con l'intento di utilizzarlo in una piccola mostra di paese per stupire il pubblico e far conoscere una delle specie fossili più antiche. Il "fossile" sortì l'effetto desiderato nel pubblico ma accresceva in me il sospetto che qualcosa in esso non funzionava. Armato di scalpello quindi decisi di sacrificare le mie 80.000 Lire da poco guadagnate e investite per verificare l'attendibilità scientifica del reperto scoprendo tristemente di essere stato truffato. La rabbia per la truffa subita però era subordinata anche al mal torto che sentivo di aver involontariamente dato al pubblico appassionato della mostra, raccontando loro con passione di vita, morte e miracoli di quello che poi si dimostrò un falso calco in resina.
Da allora non ho mai più voluto acquistare un Trilobite. Per ripicca ma anche per il timore di un'altra fregatura.
Fino alla scorsa settimana.
Personalmente penso di potermi definire (ironicamente) un tipo paleosessuale, nel senso che in genere scelgo i fossili che entreranno a far parte della mia collezione dal loro sex appeal, da quelle forme e sinuosità arcaiche capaci di sorprendere, di eccitare, di colpire al primo sguardo.
Ecco, questo è quello che è successo la scorsa settimana, quando su Fb è stato postato un link che riprendeva la pagina di vendita online del sito www.trilobiti.com.


9,5 centimetri di diametro per 23 centimetri di lunghezza di uno splendido trilobite avvolto su se stesso.
Dopo 5 minuti dalla pubblicazione del post, contatto il titolare in chat su fb per chiedere, diffidente, ulteriori dettagli sul fossile. Prezzo intrattabile perché il fossile è completo, integro, non ritoccato e grande. Una rarità insomma.
Giampaolo di Silvestro è il Ceo di Trilobite Design Italia. Lo conobbi per caso attratto dalla sua splendida esposizione di fossili ad un Mineral show. Inevitabile quindi fermarsi, osservare, parlare, condividere passioni e conoscersi. E da subito scatta la stima.
Giampaolo è un ragazzo sincero, esperto, preparato, competente ma soprattutto ONESTO. Le descrizioni dei fossili in vendita nel sito sono precise e puntuali, corredate di immagini mai ambigue. 
Dopo alcune domande di rito sul fossile esposto da poco sul web decido di soddisfare la mia crescente paleovoglia e di promuovere il Parahomalonotus calvus quale nuovo membro della mia collezione. Il suo compito sarà quello di rappresentare degnamente la categoria dei Trilobiti nella collezione, ma anche quella di esemplificare ai miei studenti la morfologia, l'anatomia, l'ecologia e l'etologia del gruppo.
Rassicurato da Giampaolo entro nel sito (www.trilobiti.com) e procedo all'acquisto. 
Il sito è immediato, preciso e ricco di dettagliate informazioni capaci di guidare anche il più inesperto acquirente. Immediatamente si ha la percezione di trovarsi di fronte ad una collezione raffinata, di specie ricercate, fossili accuratamente preparati nei minimi dettagli.
Pochi minuti di inserimento dati o, se il pagamento avviene con Paypal, pochi secondi per cliccare un tasto. 
Istantaneamente al pagamento arriva una email di conferma dell'acquisto che precisa modalità e tempi di spedizione.
In sintesi: acquisto avvenuto venerdì notte, ricezione del fossile perfettamente imballato e corredato di fattura lunedi mattina alle ore 10.00 tramite corriere con spedizione tracciata.
Credo sia sufficiente questo per sottolineare la preziosità di una simile giovane azienda italiana, eccellenza nel garantire consulenza paleontologica, affidabile, che punta alla qualità, anche attraverso competenze nel restauro e nella preparazione.
Questa recensione, del tutto disinteressata (giuro che non mi ha scontato un centesimo) è mossa unicamente dalla piacevole sorpresa di aver conosciuto a fondo una così valida realtà aziendale. Ce ne fossero.
Complimenti Giampaolo, continua così. 



domenica 18 dicembre 2016

DARWIN DAY 2017 - LE INNUMEREVOLI FACCE DELLA TEORIA

Il Darwin Day 2017 del Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po sarà una conferenza all'insegna della multidisciplinarità. 
La Teoria dell'evoluzione per selezione naturale sarà il tema centrale della conferenza che vedrà relatori come Giuseppe Fusco, biologo evoluzionista dell'Università di Padova, Dawid Adam Iurino, paleontologo de la Sapienza di Roma, Donato Grasso, zoologo dell'Università di Parma e Giulio Sandini, docente di robotica e Direttore del Dipartimento di Robotica dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, descrivere, attraverso personali presentazioni, alcune delle innumerevoli facce attraverso le quali si manifesta la teoria.
Come si è evoluta nel tempo la teoria di Darwin?
Che ruolo hanno assunto le nuove tecnologie di indagine paleontologica nello studio dell'evoluzione?
Superorganismi: quando l'unione, come negli insetti, fa la forza?
Che ruolo ha l'evoluzione biologica nell'avanzamento del progresso tecnologico dei robot?
Queste ed altre domande sono le chiavi di lettura di una conferenza che per la prima volta si appoggia alle fondamenta del darwinismo per cercare di interpretare il presente e proiettarsi nel futuro.
DARWIN DAY 2017: LE INNUMEREVOLI FACCE DELLA TEORIA.


venerdì 4 novembre 2016

PALEONTOLOGIA URBANA NEL CENTRO DI CREMONA

La Paleontologia urbana è una sorta di ricerca paleontologica nei centri abitati.
Storicamente, ma non solo, gli edifici sono stati costruiti impiegando materiali lapidei di pregio caratterizzati dalla loro colorazione, dalla duttilità di lavorazione, dalle caratteristiche di resistenza agli agenti atmosferici e da altre peculiarità proprie delle rocce, molto utili per ricavarne caratteristiche di esclusività degli edifici.
E' proprio grazie all'impiego delle rocce come materiali edili ed elementi architettonici, che l'attento osservatore può imbattersi, passeggiando in città,  in resti fossili incastonati nei monumenti, nelle pareti di un palazzo o nel pavimento di un portico.
Il file pdf che viene qui di seguito messo a disposizione serve proprio a questo, a guidare gli appassionati che vogliono cimentarsi in una piccola e divertente ricerca paleontologica a Cremona (ma in futuro chissà quali altri centri abitati potranno essere "paleo" descritti).
Basta accedere attraverso il link di seguito riportato, scaricare gratuitamente il file, aprirlo sullo smartphone o sul tablet o perchè no, stamparlo in formato quaderno e partire.
Il percorso ha inizio in Piazza Marconi, sopra il comodo e omonimo parcheggio sotterraneo, e si snoda attraverso un itinerario di 18 tappe per circa  1 ora di attività. Lo scopo è ritrovare i fossili indicati in guida, imparare a distinguerli leggerndo le spiegazioni ed impegnarsi a ricercarne altri, magari segnalandoli poi alla pagina facebook "Paleontologia urbana"(https://www.facebook.com/Paleontologia-Urbana-1610337389235761/) al fine di integrare la guida arricchendola nel tempo.
Paleontologia urbana è una sorta di turismo underground che solo un attento osservatore può permettersi!

DOWNLOAD

BUON DIVERTIMENTO!!!

domenica 9 ottobre 2016

CACCIA (fotografica) DI CERVI PRESSO VAL GRANDE, PASSO DELLO STELVIO (BS)

A volte val la pena guardare dietro l'angolo per scoprire di avere l'opportunità di fare eccezionali esperienze naturalistiche. E' il caso della Val Grande, sopra Vezza d'Oglio (BS) nel Parco dello Stelvio. 
A poche ore da Cremona, su per la Val Camonica, è possibile partecipare ad escursioni ben organizzate dalla Proloco e dalla Casa del Parco alla scoperta di un patrimonio naturalistico italiano di eccezionale pregio.
Qualche ora di cammino, per nulla faticoso, per addentrarsi nella stretta e lunga Val Grande. 
In settembre e ottobre, questa valle, ad alta concentrazione di capi di cervo elafo, offre una splendida opportunità per appassionati e famiglie di vedere e conoscere i cervi sotto la sapiente guida di esperti di montagna e di fauna alpina.
Tappe lungo il sentiero, non appena si dirada il bosco, consentono di udire i bramiti dei maschi pronti per sfidarsi a duello alla conquista di arem di femmine.
Gli avvistamenti, abbastanza semplici, diventano più comuni man mano che ci si impratichisce sull'habitat e sulle abitudini della specie. 
L'ideale è avventurarsi, per le prime volte, con guide alpine capaci di instradare gli sforzi visivi su obiettivi non sempre distinguibili dalla vegetazione. D'altronde il mimetismo è la prima arma di difesa di questi incredibili ungulati.
Itinerario consigliatissimo anche (e soprattutto) con bambini al seguito!!

Cervus elaphus (maschio adulto)

Cervus elaphus (maschio giovane)

Cervus elaphus (femmine adulte e giovani)

Val Grande, Parco dello Stelvio

Cervus elaphus (maschio adulto)

Cervus elaphus (femmina e maschio adulti)

Val Grande, Parco dello Stelvio

Cervus elaphus (maschio adulto)

Val Grande, Parco dello Stelvio

 Cervus elaphus (femmine adulte e giovani)


Cervus elaphus (maschio adulto)

Val Grande, Parco dello Stelvio

lunedì 4 luglio 2016

LA IENA DI ASMARA

(Racconto)
(fatti cose o persone sono puramente casuali)


  Correva l’anno 1965. O forse era la fine del ‘64 quando la grande  iena venne abbattuta con un unico, deciso, colpo al cuore. Fu un tiro di precisione millimetrica da morte istantanea. Uno di quegli spari eccezionali che valgono il lauto compenso a un cacciatore e che sono indispensabili al tassidermista per ridare sembianze di vita a un animale impagliato.
  Nessuno ricorda il nome di quel cacciatore. Ma quando egli si presentò in via Imperatore Johannes, presso la casa del tassidermista di Asmara, fu il consueto abbigliamento da safari a marcarlo nelle memorie.
  Ancora oggi si ricorda quello stravagante imprenditore milanese in fuga dal caos della metropoli lombarda, migrato per esercitare l’hobby di tutta una vita: la caccia grossa in Eritrea. Un europeo senza scrupoli, dedito al denaro in maniera sfacciata. Un machiavellico piccolo industriale lombardo, stanco di rampare con fatica di fabbrica, che trovò nelle ceneri di un colonialismo insensato il senso per un cambiamento radicale di vita.
  Lo si ricordi oggi alla fine di un’esistenza a caccia di trofei. Sepolto sotto un cumulo di ciottoli, su di una collinetta desertica ai piedi dell’altopiano, a sovrastare il letto di un fiume secco come gran parte della terra di conquista mussoliniana. Sepolto con tutti gli onori di un caduto in battaglia, egli riposa oggi tra selvaggi mastodonti a rimarcare, fino all’ultimo, la supremazia del cacciatore sui predatori africani. Leoni, leopardi, licaoni e le maldestre e insopportabili iene, infimi animali a sesso indecifrabile, capaci di sganasciarsi con versi terrificanti evocando disgusto nel mentre di un banchetto su di una carcassa.
  Sarà per questa fama malvagia e inquietante che le iene rappresentavano un prestigioso trofeo da esibire nei sontuosi club italiani immersi in parchi verdi. Lussuriose realtà contrastanti con l’arsura di Asmara, sfarzosi rifugi per vizi di ricchi europei in visita ad amici e parenti figli del regime.
  L’imbalsamatore di Asmara, tal Luigi Caciagli, abitava in una ordinata e graziosa villetta di legno vicino a un palazzetto sopra la lavanderia "Presto e Bene". Il lavoro del tassidermista era a quel tempo una fiorente attività. Si imbalsamava ogni specie di animale di cui era ricchissimo il bassopiano eritreo. Facoceri, gazzelle, impala, antilopi, serpenti e uccelli erano le possibili prede di cacciatori residenti, di americani della Kagnew Station e di qualche occasionale turista.
  Molte case allora avevano questi trofei in bella mostra in salotto o in entrata. Oggi l'idea può disturbare, tanto è stata coinvolgente ed educativa la campagna anti-caccia che ha sensibilizzato a un rispetto maggiore per la natura che ha rischiato di patire e ha patito l'estinzione di moltissime specie. Ma, un poco duole dirlo, a quel tempo non si aveva ancora maturato questo tipo di sensibilità, per cui la cosa suscitava più curiosità che turbamento.
  Il lavoro dell’imbalsamatore era metodico e accurato. Egli conservava i tessuti degli animali morti trattandoli con formalina, strutturando e imbottendo la pelle dell'animale per mantenere il più possibile l'aspetto che aveva in vita. Entrando in quella casa laboratorio si veniva assaliti dall'odore molto acre dato dalla pelle degli animali, dalla vernice e dai conservanti che venivano usati.
  Nel cortile dietro casa erano posizionate delle enormi vasche, nelle quali venivano bollite le ossa per essere ripulite e sterilizzarle. Nei magazzini dietro le vasche erano ammonticchiati i trucioli con cui le pelli degli animali venivano riempite.
  In casa incuriosivano le preziose collezioni ambrate di occhi di vetro. Allineati per tonalità di colore, grandezza e qualità, questi oggetti raffinati erano posati sugli scaffali del laboratorio, dove con la moglie, il Caciagli lavorava. Sua moglie utilizzava in maniera disinvolta ma precisa lunghi aghi ricurvi con i quali ricuciva le morbide pelli conciate che poi riempiva di trucioli, impaccandoli con particolari arnesi di ferro.
  Le fauci spalancate, specialmente quelle dei predatori, mostravano i palati, le gengive e le lingue fedelmente ricostruiti. Le zanne, ripulite e lucide, venivano reinserite perfettamente. I nasi e le labbra, di stucco pitturato di nero, completavano l'espressione finale, dando un risultato talmente reale da giustificare il costo del trofeo, esprimendo l'arte maturata in anni di esperienza e di studio anatomico dai due coniugi.
  Una grossa iena era piazzata, con ghigno terrificante, all’ingresso del laboratorio in attesa di venire consegnata al cliente. Sarà stata proprio quest’aria famelica e meschina, irriverente e bestiale a spingere molti ricchi ad ambire a un trofeo di iena. E il mercato rispondeva di conseguenza, con parsimonia di esemplari, raffinatezza di preparazione e costi da capogiro.
  Le iene furono la fortuna di Luigi Caciagli e proprio dall’esperienza delle sue mani e dalla precisione della moglie venne realizzato il trofeo destinato al Montanari, facoltoso collezionista romagnolo animato dall’intento di stupire amici e conoscenti in un sontuoso e comodo safari visitabile con martini in calice e toscani di qualità in un percorso tra mobili intarsiati. Una rievocazione dei Kuriositaten kabinet tedeschi, gabinetti naturalistici di mirabilia e curiosità.
  Il Caciagli preparò la testa della Iena maculata con precisione e meticolosità. L’animale, giunto al laboratorio qualche mese prima, venne colpito al cuore con una sola pallottola di medio calibro e si impresse nelle memorie grazie alle ragguardevoli dimensioni. Era probabilmente una femmina adulta, possente e maestosa, se di maestosità si può parlare nel definire questi opportunisti da branco. “Solo la testa, mi raccomando” era la raccomandazione inoltrata da un apparecchio telefonico in Italia, “Solo la testa, ma la più grande che si sia mai vista in Africa orientale!”.
  E così, il compito di trovare quella testa, venne affidato al cacciatore italiano.
Istintivo, metodico e paziente, il cacciatore di Milano si addentrò nel territorio di alcuni branchi di iene alla ricerca della matriarca. Si, perché le iene maculate vivono in branchi capitanate dalla femmina più forte, e il cacciatore proprio una di queste cercava.
Incurante della decapitazione di un intero clan di iene e dell’incolumità dei piccoli di fronte a un periodo di anarchia inaspettato, l’uomo e la sua carabina di precisione miravano solamente al denaro pattuito.
  Si narra che egli raccontò, al momento della consegna dell’animale, che dovette trascorrere diverse notti alla ricerca di carcasse invitanti, fino a far venire allo scoperto il gruppo di carnivori utilizzando un elefante abbattuto giorni prima da un bracconiere come esca.
  Sotto un cielo terso sfiorato di lievi nuvole, il pachiderma riversava inginocchiato sugli arti anteriori con i posteriori distesi in maniera innaturale. La fronte sfigurata da un unico dirompente pallettone completava, con le abominevoli mutilazioni delle zanne, un ghigno ciclopico da togliere il fiato. A poche ore dall’abbattimento, la carcassa cominciò ad essere oggetto dell’attenzione di avvoltoi e di conseguenza di leoni, e solo quando il tanfo di decomposizione fu per molti insopportabile, venne l’ora dalle temibili iene maculate, con la matriarca in testa al gruppo.
  La testa fiera ed eretta, attratta dal diffuso fetore di morte, conduceva il branco ridacchiante e dispettoso di giovani buttarsi a capofitto a smembrare il mastodonte.
  Partendo dalle interiora, progressivamente, le iene si sarebbero spartite le ossa, col midollo ambita ricompensa dopo una fatica primordiale di mascelle capaci di stritolare senza pari.
Appostato immobile dietro una collina, incurante delle mosche che si accanivano sulla fronte sudata cercando di prevaricare negli occhi, il cacciatore posava l’occhio a pochi millimetri dalla lente del cannocchiale di precisione montato su di una carabina di medio calibro. Solo la luna a rischiarare la scena.
  Il dito sul grilletto attendeva paziente da ore incurante della calura riflessa dalla terra rossa di Eritrea, che la matriarca esponesse per intero il tronco da dietro il pachiderma scomposto. Una ferita alla testa avrebbe significato la perdita del ricco compenso.
  La scena era tutto un ribollire di eccitazione. Sovrastati da un nugolo di insetti, gli animali sulla carcassa banchettavano insanguinati da sembrare diavoli rossi, quando la madre, enorme, si scostò della zampa del pachiderma mostrando il fianco al cecchino appostato.
  Fu la frazione di un attimo. Un sibilo acuto le trapassò il cuore e solo dopo l’interruzione dell’ultimo vitale battito, nell’aria, si librò l’esplosione della polvere da sparo che allarmò la fauna, ma non scoraggiò le iene nel loro ingordo intento di riempire lo stomaco fino all’eccesso.
  Sarà stata la bramosa confusione in atto o forse la fortuna del cacciatore, ma il corpo della grande iena, inzuppato di un sangue non suo, non venne sfiorato fino al tramontar del sole, quando il branco ormai sazio abbandonò la scena in favore di piccoli opportunisti facili da scacciare con l’aiuto di qualche locale opportunamente ricompensato.
  L’animale, del peso di oltre 90 chilogrammi, venne caricato a fatica su di un fuoristrada Fiat, opera dell’ingegneria meccanica italiana instaurata ad Asmara per volere coloniale del governo del ventennio.
  Scaricato tra lo scalpore al laboratorio del tassidermista, il corpo della iena venne indirizzato verso il laboratorio di dissezione, dove la pelle del capo, fino alla base del collo, fu accuratamente ripulita e asportata.
  Nei mesi successivi la concia, la pelle venne riempita e fissata su di una base di legno ellittica con piccoli chiodi posizionati a tenderla secondo un perimetro che riproduceva perfettamente il diametro del collo al di sopra delle spalle.
  Come di consuetudine, prima di montare il piedistallo che avrebbe dovuto impreziosire il trofeo, il Caciagli appose i timbri a inchiostro con la data e il proprio marchio di laboratorio:

Febbraio 1965



  Quando, cinquantasei anni dopo quelle vicende, il timbro lasciato dal Caciagli dietro la testa della iena riportò alla luce questa storia, il trofeo si trovava nel Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR), ricevuto in prestito dal Parco Regionale della Vena del gesso romagnola.
A seguito del restauro del reperto, il fondo in legno venne rimosso ridando luce al sigillo lasciato in via Imperatore Yohannes.
  Sembrerebbe che a causa di sconosciute vicissitudini, assieme a parte della collezione tassidermica del Montanari, il trofeo venne donato al Museo di Storia Naturale di Faenza, dove la collezione fu parzialmente smembrata con la cessione di alcuni pezzi.
  La iena di Asmara venne ritrovata, dopo una visita naturalistica al Parco Vena del gesso, esposta all’aperto, più per motivi folcloristici che scientifici. La testa giaceva all’esterno, appesa tra ragnatele e improbabili chimere costruite con resti cranici di più specie, ad adornare una ricostruzione posticcia di tenda indiana in lamiera, luogo per barbeque e picnic. Ve l’immaginate l’esperienza eccitante di gustare carne appena cotta su di una griglia sotto gli occhi minacciosi di una iena in agguato?
  L’interesse per l’allora sconosciuto trofeo, venne alimentato dalla scoperta avvenuta pochi mesi prima, che un piccolo osso sacrale fossile ritrovato su di una spiaggia del Po appartenesse proprio ad una iena.
  Durante un’escursione per la ricerca di fossili, in una nebbiosa giornata invernale, venne ritrovato il piccolo osso sacrale che a colpo d’occhio poteva appartenere ad un carnivoro. Ma a quale specie?
  Ad ogni inizio d’anno il fiume Po attraversa un periodo di circa due o tre mesi di magra imponente ma nell’anno duemilaquindici la secca del fiume risultò ancora più marcata.
  In quel periodo le spiagge, o meglio le barre fluviali, estese fino a perdita d’occhio si confondevano col grigio e umido ambiente padano.
  Tre cercatori, decisa la spiaggia da battere quel giorno, percorsero l’interno del meandro a valle di Cremona secondo uno schema collaudato fatto di percorsi paralleli concentrati nelle aree più ghiaiose del deposito sedimentario.
  Il sedimento grossolano era abbondante ed esteso su di un’ampia superficie lunga circa un chilometro e larga la metà. Ad ogni passo si rallentava il cammino, tanto era il materiale da osservare per la ricerca.
  Qualche coccio di ceramica rinascimentale finemente impressa e colorata, distraeva i tre cercatori dall’intento di scovare, tra la moltitudine di detriti, l’oggetto dei loro studi: le ossa fossili.
  Oggetti scuri dalla forma anatomica regolare, le ossa fossili rappresentano i tasselli di un antico mosaico dal ricordo esotico, africano, dove faune composte da grandi erbivori proboscidati e ungulati venivano cacciate da carnivori spietati come leoni, leopardi e iene.
  Nonostante l’ambiente propizio la sorte non riservò grandi soddisfazioni se non per un sussulto iniziale che volle il ritrovamento di un fossile insolito del quale si riconobbero immediatamente le potenzialità scientifiche.
  Il reperto, portato al Museo, venne sottoposto, nei mesi successivi, a una analisi comparativa che consentì di appurarne l’incompletezza, il limitato trasporto da parte del Po e la sua classificazione. Lo stato di conservazione del fossile, comunque molto buono, permise l’individuazione di alcuni caratteri tassonomici peculiari di una specie.
  I resti fossili di carnivori nei sedimenti del Po sono sempre scarsi a causa delle ridotte dimensioni e del ridotto numero di esemplari in proporzione all’elevato numero di prede. Queste caratteristiche, accentuate dalla rarità di ritrovamento di ossa sacrali, resero problematico il reperimento di fossili di confronto.
  L’indagine svolta procedette con un’attenzione paragonabile a quella impiegata nelle preparazioni tassidermiche. Essa avvenne in principio ricercando su atlanti e manuali anatomici, tra le raffigurazioni delle ossa dei carnivori, le ossa sacrali che potevano assomigliare al fossile oggetto di studio. In questa maniera, per esclusione, si restrinse il campo di indagine ai soli carnivori di grandi dimensioni come i felini, gli ursidi, gli ienidi, i canidi e i mustelidi.
  La facile reperibilità di ossa di cane e di lupo permise un rapido confronto che sancì incompatibilità tra essi e l’oggetto dello studio, riducendo ulteriormente il campo d’indagine. Alla stessa maniera, le dimensioni del reperto esclusero l’appartenenza al gruppo dei mustelidi e del ghiottone in particolare, che di questi è senz’altro il più grande.
  Quest’ultima esclusione indirizzò il confronto del fossile con resti di orso, felini e iene. Data la difficile reperibilità di simili resti, si utilizzarono come confronto alcuni manuali anatomici disponibili in rete nonché la collezione di scheletri di mammiferi del Museo Bottego dell’Università di Parma. Questa indagine combinata portò all’esclusione di una compatibilità con orsi, leoni e leopardi. La ricerca rimase così circoscritta al solo gruppo delle iene.
  Le iene sono predatori presenti ancora oggi in Africa, ma in passato, come molti altri mammiferi localmente estinti, popolavano l’Asia e l’Europa in grande quantità. In particolare nel Quaternario il territorio attualmente sommerso dal Mare del Nord era una sorta di Serengeti, cioè una vastissima pianura popolata principalmente da erbivori, come mammut, bisonti, megaceri, alci e in minor parte anche da carnivori. Questa inferiorità numerica di carnivori del nord Europa durante il Pleistocene era però di gran lunga più elevata e abbondante di tutto il rimanente territorio Europeo.
  In Italia resti di iena sono stati rinvenuti specialmente nei sedimenti di grotte sparse sulle Alpi e sugli Appennini, di conseguenza un fossile di iena in Pianura padana sarebbe stato una scoperta assolutamente nuova.
  Le iene attuali sono suddivise in tre differenti specie: la maculata, la striata e la bruna e vissero anche durante il Pleistocene in Europa. A queste si aggiungeva l’estinta iena delle caverne. Quest’ultima e la maculata erano le specie più grandi.
  Un contatto col Museo di Storia Naturale di Ferrara permise di appurare l’esistenza nel locale archivio di uno scheletro completo di iena striata che, a seguito di un confronto, dimostrò che le dimissioni del sacro erano troppo ridotte per poter essere correlate col fossile. Anche la iena bruna, di dimensioni simili, venne di fatto esclusa.
  Rimanevano quindi soltanto la iena maculata e la iena delle caverne per spartirsi l’attribuzione del fossile ma la distinzione di un solo osso postcraniale risulta in questo caso pressoché impossibile. Dato però che la iena delle caverne è semplicemente una sottospecie più grande della iena maculata e che le dimensioni del fossile suggerirono l’appartenenza dell’osso sacro a un esemplare adulto non eccessivamente grande, si propense per classificare il fossile come appartenente a una Iena maculata.
  Venne così comunicato il ritrovamento del primo fossile di Iena in Pianura padana. La notizia destò scalpore mediatico, dapprima sui social e sui media locali, poi sui quotidiani nazionali.
  Per un museo un ritrovamento così raro è sempre un successo importante. Si pensò pertanto di celebrare il fossile con l’allestimento di una nuova sezione museale dedicata, nella quale vennero esposti a corredo anche altri resti di carnivori sempre rinvenuti nel grande Fiume.
  Ma nell’esposizione di un museo paleontologico è di assoluta importanza l’affiancamento, a reperti di difficile comprensione, di ricostruzioni iconografiche o esemplari conservati in sembianze di vita. Questo dualismo tra passato e presente risulta al visitatore un utile strumento di comprensione e apprendimento.
  E fu questo il motivo per il quale la iena di Asmara venne chiesta in prestito al Parco della Vena del gesso romagnola, per aiutare la Iena del Po a riprender vita.
  Oggi la iena del Po e la Iena di Asmara sono esposte assieme. L’una di fronte all’altra, in un tempo non più loro e in una regione completamente diversa dagli ecosistemi che le videro padroneggiare. L’una distante nel tempo e l’altra distante nello spazio.
  Fu grazie alla curiosità umana, alle vicissitudini storiche, all’indagine scientifica e alla passione per la museologia e la natura che le due iene hanno potuto raccontare, seppur attraverso delle povere spoglie, i loro incredibili trascorsi.



(Copyright Davide Persico)