lunedì 4 luglio 2016

LA IENA DI ASMARA

(Racconto)
(fatti cose o persone sono puramente casuali)


  Correva l’anno 1965. O forse era la fine del ‘64 quando la grande  iena venne abbattuta con un unico, deciso, colpo al cuore. Fu un tiro di precisione millimetrica da morte istantanea. Uno di quegli spari eccezionali che valgono il lauto compenso a un cacciatore e che sono indispensabili al tassidermista per ridare sembianze di vita a un animale impagliato.
  Nessuno ricorda il nome di quel cacciatore. Ma quando egli si presentò in via Imperatore Johannes, presso la casa del tassidermista di Asmara, fu il consueto abbigliamento da safari a marcarlo nelle memorie.
  Ancora oggi si ricorda quello stravagante imprenditore milanese in fuga dal caos della metropoli lombarda, migrato per esercitare l’hobby di tutta una vita: la caccia grossa in Eritrea. Un europeo senza scrupoli, dedito al denaro in maniera sfacciata. Un machiavellico piccolo industriale lombardo, stanco di rampare con fatica di fabbrica, che trovò nelle ceneri di un colonialismo insensato il senso per un cambiamento radicale di vita.
  Lo si ricordi oggi alla fine di un’esistenza a caccia di trofei. Sepolto sotto un cumulo di ciottoli, su di una collinetta desertica ai piedi dell’altopiano, a sovrastare il letto di un fiume secco come gran parte della terra di conquista mussoliniana. Sepolto con tutti gli onori di un caduto in battaglia, egli riposa oggi tra selvaggi mastodonti a rimarcare, fino all’ultimo, la supremazia del cacciatore sui predatori africani. Leoni, leopardi, licaoni e le maldestre e insopportabili iene, infimi animali a sesso indecifrabile, capaci di sganasciarsi con versi terrificanti evocando disgusto nel mentre di un banchetto su di una carcassa.
  Sarà per questa fama malvagia e inquietante che le iene rappresentavano un prestigioso trofeo da esibire nei sontuosi club italiani immersi in parchi verdi. Lussuriose realtà contrastanti con l’arsura di Asmara, sfarzosi rifugi per vizi di ricchi europei in visita ad amici e parenti figli del regime.
  L’imbalsamatore di Asmara, tal Luigi Caciagli, abitava in una ordinata e graziosa villetta di legno vicino a un palazzetto sopra la lavanderia "Presto e Bene". Il lavoro del tassidermista era a quel tempo una fiorente attività. Si imbalsamava ogni specie di animale di cui era ricchissimo il bassopiano eritreo. Facoceri, gazzelle, impala, antilopi, serpenti e uccelli erano le possibili prede di cacciatori residenti, di americani della Kagnew Station e di qualche occasionale turista.
  Molte case allora avevano questi trofei in bella mostra in salotto o in entrata. Oggi l'idea può disturbare, tanto è stata coinvolgente ed educativa la campagna anti-caccia che ha sensibilizzato a un rispetto maggiore per la natura che ha rischiato di patire e ha patito l'estinzione di moltissime specie. Ma, un poco duole dirlo, a quel tempo non si aveva ancora maturato questo tipo di sensibilità, per cui la cosa suscitava più curiosità che turbamento.
  Il lavoro dell’imbalsamatore era metodico e accurato. Egli conservava i tessuti degli animali morti trattandoli con formalina, strutturando e imbottendo la pelle dell'animale per mantenere il più possibile l'aspetto che aveva in vita. Entrando in quella casa laboratorio si veniva assaliti dall'odore molto acre dato dalla pelle degli animali, dalla vernice e dai conservanti che venivano usati.
  Nel cortile dietro casa erano posizionate delle enormi vasche, nelle quali venivano bollite le ossa per essere ripulite e sterilizzarle. Nei magazzini dietro le vasche erano ammonticchiati i trucioli con cui le pelli degli animali venivano riempite.
  In casa incuriosivano le preziose collezioni ambrate di occhi di vetro. Allineati per tonalità di colore, grandezza e qualità, questi oggetti raffinati erano posati sugli scaffali del laboratorio, dove con la moglie, il Caciagli lavorava. Sua moglie utilizzava in maniera disinvolta ma precisa lunghi aghi ricurvi con i quali ricuciva le morbide pelli conciate che poi riempiva di trucioli, impaccandoli con particolari arnesi di ferro.
  Le fauci spalancate, specialmente quelle dei predatori, mostravano i palati, le gengive e le lingue fedelmente ricostruiti. Le zanne, ripulite e lucide, venivano reinserite perfettamente. I nasi e le labbra, di stucco pitturato di nero, completavano l'espressione finale, dando un risultato talmente reale da giustificare il costo del trofeo, esprimendo l'arte maturata in anni di esperienza e di studio anatomico dai due coniugi.
  Una grossa iena era piazzata, con ghigno terrificante, all’ingresso del laboratorio in attesa di venire consegnata al cliente. Sarà stata proprio quest’aria famelica e meschina, irriverente e bestiale a spingere molti ricchi ad ambire a un trofeo di iena. E il mercato rispondeva di conseguenza, con parsimonia di esemplari, raffinatezza di preparazione e costi da capogiro.
  Le iene furono la fortuna di Luigi Caciagli e proprio dall’esperienza delle sue mani e dalla precisione della moglie venne realizzato il trofeo destinato al Montanari, facoltoso collezionista romagnolo animato dall’intento di stupire amici e conoscenti in un sontuoso e comodo safari visitabile con martini in calice e toscani di qualità in un percorso tra mobili intarsiati. Una rievocazione dei Kuriositaten kabinet tedeschi, gabinetti naturalistici di mirabilia e curiosità.
  Il Caciagli preparò la testa della Iena maculata con precisione e meticolosità. L’animale, giunto al laboratorio qualche mese prima, venne colpito al cuore con una sola pallottola di medio calibro e si impresse nelle memorie grazie alle ragguardevoli dimensioni. Era probabilmente una femmina adulta, possente e maestosa, se di maestosità si può parlare nel definire questi opportunisti da branco. “Solo la testa, mi raccomando” era la raccomandazione inoltrata da un apparecchio telefonico in Italia, “Solo la testa, ma la più grande che si sia mai vista in Africa orientale!”.
  E così, il compito di trovare quella testa, venne affidato al cacciatore italiano.
Istintivo, metodico e paziente, il cacciatore di Milano si addentrò nel territorio di alcuni branchi di iene alla ricerca della matriarca. Si, perché le iene maculate vivono in branchi capitanate dalla femmina più forte, e il cacciatore proprio una di queste cercava.
Incurante della decapitazione di un intero clan di iene e dell’incolumità dei piccoli di fronte a un periodo di anarchia inaspettato, l’uomo e la sua carabina di precisione miravano solamente al denaro pattuito.
  Si narra che egli raccontò, al momento della consegna dell’animale, che dovette trascorrere diverse notti alla ricerca di carcasse invitanti, fino a far venire allo scoperto il gruppo di carnivori utilizzando un elefante abbattuto giorni prima da un bracconiere come esca.
  Sotto un cielo terso sfiorato di lievi nuvole, il pachiderma riversava inginocchiato sugli arti anteriori con i posteriori distesi in maniera innaturale. La fronte sfigurata da un unico dirompente pallettone completava, con le abominevoli mutilazioni delle zanne, un ghigno ciclopico da togliere il fiato. A poche ore dall’abbattimento, la carcassa cominciò ad essere oggetto dell’attenzione di avvoltoi e di conseguenza di leoni, e solo quando il tanfo di decomposizione fu per molti insopportabile, venne l’ora dalle temibili iene maculate, con la matriarca in testa al gruppo.
  La testa fiera ed eretta, attratta dal diffuso fetore di morte, conduceva il branco ridacchiante e dispettoso di giovani buttarsi a capofitto a smembrare il mastodonte.
  Partendo dalle interiora, progressivamente, le iene si sarebbero spartite le ossa, col midollo ambita ricompensa dopo una fatica primordiale di mascelle capaci di stritolare senza pari.
Appostato immobile dietro una collina, incurante delle mosche che si accanivano sulla fronte sudata cercando di prevaricare negli occhi, il cacciatore posava l’occhio a pochi millimetri dalla lente del cannocchiale di precisione montato su di una carabina di medio calibro. Solo la luna a rischiarare la scena.
  Il dito sul grilletto attendeva paziente da ore incurante della calura riflessa dalla terra rossa di Eritrea, che la matriarca esponesse per intero il tronco da dietro il pachiderma scomposto. Una ferita alla testa avrebbe significato la perdita del ricco compenso.
  La scena era tutto un ribollire di eccitazione. Sovrastati da un nugolo di insetti, gli animali sulla carcassa banchettavano insanguinati da sembrare diavoli rossi, quando la madre, enorme, si scostò della zampa del pachiderma mostrando il fianco al cecchino appostato.
  Fu la frazione di un attimo. Un sibilo acuto le trapassò il cuore e solo dopo l’interruzione dell’ultimo vitale battito, nell’aria, si librò l’esplosione della polvere da sparo che allarmò la fauna, ma non scoraggiò le iene nel loro ingordo intento di riempire lo stomaco fino all’eccesso.
  Sarà stata la bramosa confusione in atto o forse la fortuna del cacciatore, ma il corpo della grande iena, inzuppato di un sangue non suo, non venne sfiorato fino al tramontar del sole, quando il branco ormai sazio abbandonò la scena in favore di piccoli opportunisti facili da scacciare con l’aiuto di qualche locale opportunamente ricompensato.
  L’animale, del peso di oltre 90 chilogrammi, venne caricato a fatica su di un fuoristrada Fiat, opera dell’ingegneria meccanica italiana instaurata ad Asmara per volere coloniale del governo del ventennio.
  Scaricato tra lo scalpore al laboratorio del tassidermista, il corpo della iena venne indirizzato verso il laboratorio di dissezione, dove la pelle del capo, fino alla base del collo, fu accuratamente ripulita e asportata.
  Nei mesi successivi la concia, la pelle venne riempita e fissata su di una base di legno ellittica con piccoli chiodi posizionati a tenderla secondo un perimetro che riproduceva perfettamente il diametro del collo al di sopra delle spalle.
  Come di consuetudine, prima di montare il piedistallo che avrebbe dovuto impreziosire il trofeo, il Caciagli appose i timbri a inchiostro con la data e il proprio marchio di laboratorio:

Febbraio 1965



  Quando, cinquantasei anni dopo quelle vicende, il timbro lasciato dal Caciagli dietro la testa della iena riportò alla luce questa storia, il trofeo si trovava nel Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR), ricevuto in prestito dal Parco Regionale della Vena del gesso romagnola.
A seguito del restauro del reperto, il fondo in legno venne rimosso ridando luce al sigillo lasciato in via Imperatore Yohannes.
  Sembrerebbe che a causa di sconosciute vicissitudini, assieme a parte della collezione tassidermica del Montanari, il trofeo venne donato al Museo di Storia Naturale di Faenza, dove la collezione fu parzialmente smembrata con la cessione di alcuni pezzi.
  La iena di Asmara venne ritrovata, dopo una visita naturalistica al Parco Vena del gesso, esposta all’aperto, più per motivi folcloristici che scientifici. La testa giaceva all’esterno, appesa tra ragnatele e improbabili chimere costruite con resti cranici di più specie, ad adornare una ricostruzione posticcia di tenda indiana in lamiera, luogo per barbeque e picnic. Ve l’immaginate l’esperienza eccitante di gustare carne appena cotta su di una griglia sotto gli occhi minacciosi di una iena in agguato?
  L’interesse per l’allora sconosciuto trofeo, venne alimentato dalla scoperta avvenuta pochi mesi prima, che un piccolo osso sacrale fossile ritrovato su di una spiaggia del Po appartenesse proprio ad una iena.
  Durante un’escursione per la ricerca di fossili, in una nebbiosa giornata invernale, venne ritrovato il piccolo osso sacrale che a colpo d’occhio poteva appartenere ad un carnivoro. Ma a quale specie?
  Ad ogni inizio d’anno il fiume Po attraversa un periodo di circa due o tre mesi di magra imponente ma nell’anno duemilaquindici la secca del fiume risultò ancora più marcata.
  In quel periodo le spiagge, o meglio le barre fluviali, estese fino a perdita d’occhio si confondevano col grigio e umido ambiente padano.
  Tre cercatori, decisa la spiaggia da battere quel giorno, percorsero l’interno del meandro a valle di Cremona secondo uno schema collaudato fatto di percorsi paralleli concentrati nelle aree più ghiaiose del deposito sedimentario.
  Il sedimento grossolano era abbondante ed esteso su di un’ampia superficie lunga circa un chilometro e larga la metà. Ad ogni passo si rallentava il cammino, tanto era il materiale da osservare per la ricerca.
  Qualche coccio di ceramica rinascimentale finemente impressa e colorata, distraeva i tre cercatori dall’intento di scovare, tra la moltitudine di detriti, l’oggetto dei loro studi: le ossa fossili.
  Oggetti scuri dalla forma anatomica regolare, le ossa fossili rappresentano i tasselli di un antico mosaico dal ricordo esotico, africano, dove faune composte da grandi erbivori proboscidati e ungulati venivano cacciate da carnivori spietati come leoni, leopardi e iene.
  Nonostante l’ambiente propizio la sorte non riservò grandi soddisfazioni se non per un sussulto iniziale che volle il ritrovamento di un fossile insolito del quale si riconobbero immediatamente le potenzialità scientifiche.
  Il reperto, portato al Museo, venne sottoposto, nei mesi successivi, a una analisi comparativa che consentì di appurarne l’incompletezza, il limitato trasporto da parte del Po e la sua classificazione. Lo stato di conservazione del fossile, comunque molto buono, permise l’individuazione di alcuni caratteri tassonomici peculiari di una specie.
  I resti fossili di carnivori nei sedimenti del Po sono sempre scarsi a causa delle ridotte dimensioni e del ridotto numero di esemplari in proporzione all’elevato numero di prede. Queste caratteristiche, accentuate dalla rarità di ritrovamento di ossa sacrali, resero problematico il reperimento di fossili di confronto.
  L’indagine svolta procedette con un’attenzione paragonabile a quella impiegata nelle preparazioni tassidermiche. Essa avvenne in principio ricercando su atlanti e manuali anatomici, tra le raffigurazioni delle ossa dei carnivori, le ossa sacrali che potevano assomigliare al fossile oggetto di studio. In questa maniera, per esclusione, si restrinse il campo di indagine ai soli carnivori di grandi dimensioni come i felini, gli ursidi, gli ienidi, i canidi e i mustelidi.
  La facile reperibilità di ossa di cane e di lupo permise un rapido confronto che sancì incompatibilità tra essi e l’oggetto dello studio, riducendo ulteriormente il campo d’indagine. Alla stessa maniera, le dimensioni del reperto esclusero l’appartenenza al gruppo dei mustelidi e del ghiottone in particolare, che di questi è senz’altro il più grande.
  Quest’ultima esclusione indirizzò il confronto del fossile con resti di orso, felini e iene. Data la difficile reperibilità di simili resti, si utilizzarono come confronto alcuni manuali anatomici disponibili in rete nonché la collezione di scheletri di mammiferi del Museo Bottego dell’Università di Parma. Questa indagine combinata portò all’esclusione di una compatibilità con orsi, leoni e leopardi. La ricerca rimase così circoscritta al solo gruppo delle iene.
  Le iene sono predatori presenti ancora oggi in Africa, ma in passato, come molti altri mammiferi localmente estinti, popolavano l’Asia e l’Europa in grande quantità. In particolare nel Quaternario il territorio attualmente sommerso dal Mare del Nord era una sorta di Serengeti, cioè una vastissima pianura popolata principalmente da erbivori, come mammut, bisonti, megaceri, alci e in minor parte anche da carnivori. Questa inferiorità numerica di carnivori del nord Europa durante il Pleistocene era però di gran lunga più elevata e abbondante di tutto il rimanente territorio Europeo.
  In Italia resti di iena sono stati rinvenuti specialmente nei sedimenti di grotte sparse sulle Alpi e sugli Appennini, di conseguenza un fossile di iena in Pianura padana sarebbe stato una scoperta assolutamente nuova.
  Le iene attuali sono suddivise in tre differenti specie: la maculata, la striata e la bruna e vissero anche durante il Pleistocene in Europa. A queste si aggiungeva l’estinta iena delle caverne. Quest’ultima e la maculata erano le specie più grandi.
  Un contatto col Museo di Storia Naturale di Ferrara permise di appurare l’esistenza nel locale archivio di uno scheletro completo di iena striata che, a seguito di un confronto, dimostrò che le dimissioni del sacro erano troppo ridotte per poter essere correlate col fossile. Anche la iena bruna, di dimensioni simili, venne di fatto esclusa.
  Rimanevano quindi soltanto la iena maculata e la iena delle caverne per spartirsi l’attribuzione del fossile ma la distinzione di un solo osso postcraniale risulta in questo caso pressoché impossibile. Dato però che la iena delle caverne è semplicemente una sottospecie più grande della iena maculata e che le dimensioni del fossile suggerirono l’appartenenza dell’osso sacro a un esemplare adulto non eccessivamente grande, si propense per classificare il fossile come appartenente a una Iena maculata.
  Venne così comunicato il ritrovamento del primo fossile di Iena in Pianura padana. La notizia destò scalpore mediatico, dapprima sui social e sui media locali, poi sui quotidiani nazionali.
  Per un museo un ritrovamento così raro è sempre un successo importante. Si pensò pertanto di celebrare il fossile con l’allestimento di una nuova sezione museale dedicata, nella quale vennero esposti a corredo anche altri resti di carnivori sempre rinvenuti nel grande Fiume.
  Ma nell’esposizione di un museo paleontologico è di assoluta importanza l’affiancamento, a reperti di difficile comprensione, di ricostruzioni iconografiche o esemplari conservati in sembianze di vita. Questo dualismo tra passato e presente risulta al visitatore un utile strumento di comprensione e apprendimento.
  E fu questo il motivo per il quale la iena di Asmara venne chiesta in prestito al Parco della Vena del gesso romagnola, per aiutare la Iena del Po a riprender vita.
  Oggi la iena del Po e la Iena di Asmara sono esposte assieme. L’una di fronte all’altra, in un tempo non più loro e in una regione completamente diversa dagli ecosistemi che le videro padroneggiare. L’una distante nel tempo e l’altra distante nello spazio.
  Fu grazie alla curiosità umana, alle vicissitudini storiche, all’indagine scientifica e alla passione per la museologia e la natura che le due iene hanno potuto raccontare, seppur attraverso delle povere spoglie, i loro incredibili trascorsi.



(Copyright Davide Persico)

giovedì 10 marzo 2016

TAVOLETTA DEL DILUVIO


La storia biblica di Noè è parte della nostra cultura. Ma la storia del diluvio è assai più antica della Bibbia, e appartiene a molte altre società.
Tale George Smith, circa 140 anni fa, prese l'abitudine di visitare, in pausa pranzo, il British Museum, scoprendo in se stesso una vera passione per le tavolette d'argilla incise con scrittura cuneiforme. 130.000 tavolette erano conservate presso il museo e Smith si mise a studiarle ed interpretarle, divenendo, in breve tempo, uno dei maggiori conoscitori dell'epoca di cultura mesopotamica e scrittura cuneiforme.
Nel 1872, un pezzo in particolare destò l'interesse di Smith. Si trattava di un frammento di argilla di circa 15 cm, completamente inciso di caratteri cuneiformi secondo una disposizione su due colonne. La tavola, probabilmente rettangolare in origine, mancava di alcune parti ma quando George cominciò a carpirne il significato, questo frammento scosse le fondamenta di una delle più conosciute storie dell'Antico Testamento ponendo  interrogativi fondamentali sul ruolo della scrittura e del suo rapporto con la verità.
Erano gli anni immediatamente successivi alla pubblicazione dell'origine della specie, giunta, proprio nel 1872 alla sua sesta edizione. Anni in cui diversi dogmi cominciarono a vacillare e anche questa scoperta staccò qualche fragile frammento dalla pietra miliare della religione cristiana...

"Fatti un'arca....Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie....Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; sterminerò dalla terra ogni essere che ho fatto" (Genesi, 6, 14-7, 4)

"Demolisci la tua casa e costruisciti una barca! Abbandona le ricchezze e cerca di sopravvivere. Disdegna ciò che possiedi e salvati la vita. Prendi a bordo tutti i semi degli esseri viventi! La barca che costruirai avrà tutte le dimensioni uguali: lunghezza e larghezza saranno identiche. Coprila con un tetto, come l'oceano sottostante, ed egli ti manderà una gran quantità di pioggia". (Tavoletta del Diluvio, 700-600 A. C.)

Il fatto che una storia biblica fosse già raccontata su di una tavoletta mesopotamica era una scoperta sbalorditiva che mandò in subbuglio Smith ma non solo....
La Tavoletta del Diluvio, come oggi viene definita, venne vergata in Iraq nel settimo secolo a.C., cioè all'incirca 400 anni prima della più antica versione sopravvissuta della narrazione biblica.  Questo dimostrava, inequivocabilmente che la Bibbia non era una rivelazione speciale, privilegiata, ma faceva parte di un patrimonio di leggende comune a tutti i popoli del Medio Oriente.


(Da Neil MacGregor, 2012. "La storia del mondo in 100 oggetti", Adelphi.)