domenica 5 novembre 2017

IL LEONE DEL PO SECONDO TROCO

 (Il leone del Po, Troco, 2017)

Il fossile in esame è una emimandibola sinistra perfettamente conservata di Leone (Panthera leo), presumibilmente spelaeus. Non vi è ancora l’assoluta certezza, essendo il fossile non ancora studiato dal punto di vista morfometrico, paleogenetico e radiometrico.  Di esso sappiamo solo la provenienza: alluvioni quaternarie del Po e l’attribuzione specifica ma non sottospecifica. Utile sarebbe stato il completamento di queste indagini prima della realizzazione di un quadro ma tempistiche ed esigenze museali hanno imposto un allestimento corredato da una ricostruzione paleoartistica. E come è ormai d’uso frequente, anche questo caso paleontologico è stato affidato al paleoillustratore Emiliano Troco.
Di seguito un’intervista descrittiva sull’ultima fatica pittorica dell’autore.

DAV: Allora, caro Emiliano, cosa puoi raccontarci a riguardo di questo magnifico, per non dire colossale (250 x 115 cm), dipinto? Ad esempio quale tecnica hai adottato per quest’ultima tua produzione?
TROCO: ovvio, come sempre olio su tela. Ma già lo sapevi… Poi chiaramente la realizzazione è stata preceduta da bozzetti preliminari…
DAV: realizzati?
TROCO: penna su carta. Se vuoi aggiungo anche che li ho già, come al solito, prontamente cestinati…
DAV: entriamo nel merito del dipinto: il soggetto principale è il leone. Inserito in un contesto ambientale ben preciso dal punto di vista temporale, geografico e climatico… Quali sono gli indizi cardine che contestualizzano il tutto?
TROCO: …ok… innanzi tutto le montagne: le cime più alte sono Alpi lombarde con delle prealpi nel piano immediatamente precedente. Le Alpi sono innevate anche se la fase vegetazionale in primo piano è quella tipica del primo autunno. Una stagione non fredda ma di un’epoca glaciale. Poi c'è tutta le vegetazione; le essenze scelte sono quelle caratteristiche del Pleistocene padano: betulle e querce.
DAV: volendo esagerare, le essenze vegetali rappresentate possono addirittura essere distinte in specie?
TROCO: voglio essere sincero. Ho rappresentato sia la betulla che la quercia in maniera abbastanza generica ma tendendo a suggerire l’idea che la betulla sia di torbiera (Betula pubescens), e questo si potrebbe evincere dall’esilità dei tronchi e dalla torbiera come substrato; la quercia invece suggerirebbe una farnia (Quercus robur) molto evidente nell’esemplare a destra con un tronco ramificato fin dalla base differentemente dall’esemplare sullo sfondo a sinistra che potrebbe essere un rovere (Quercus petraea). Infatti è risaputo che in natura tali specie coesistono ed ibridano facilmente ma la scelta artistico/estetica consapevolmente libera ha prevalso su quest’ultimo fatto. L’esemplare più in primo piano è comunque la specie potenzialmente più comune.
DAV: bene, ora concentriamoci sulle caratteristiche scelte per descrivere il leone…
TROCO: mi sono basato sulle descrizioni relative al leone delle caverne. Per distinguerlo da un leone attuale dobbiamo concentrarci su particolari estetici, meno legati all’anatomia ma soprattutto all’aspetto esterno.
Non vi sono dati diretti sull’aspetto esteriore quindi i documenti più utile parrebbero essere le numerose pitture rupestri che ritraggono i leoni. Seguendo i risultati di indagini eseguite su queste pitture, emerge la ridotta criniera, assente o forse sminuita da una folta pelliccia post craniale. Una pelliccia simile a quella della tigre siberiana o del puma direi. Sulla coda ho preferito non accentuare il pelo folto perché nelle pitture rupestri risulta spesso visibile il ciuffo apicale. Infine, in questi disegni preistorici è evidenziata una linea longitudinale che probabilmente indica una divisione della livrea in due aree: una ventrale e una dorsale. Ora, osservando la maggior parte dei mammiferi caratterizzati da questa demarcazione, l’area ventrale è generalmente chiara o bianca. La scelta quindi è ricaduta su questa soluzione che, tra parentesi, contrasta con le livree delle attuali sottospecie di leone. Inoltre, una soluzione pittorica di illuminazione con luce diretta ha portato le parti chiare ad essere ulteriormente potenziate e, tramite l’accostamento di forti ombre portate, a divenire il vero soggetto dell’immagine.
DAV: la scelta di non inserire nel dipinto alcuna altra specie da cosa dipende?
TROCO: risarò sincero: la commissione richiesta aveva come soggetto il Leone delle caverne nel suo ambiente. In più si tratta di una ricostruzione dedicata ad un solo esemplare definito da un unico fossile. E allora il soggetto deve essere indisturbato e inequivocabile. Un “ritratto” naturalistico insomma.
DAV: quanto tempo hai impiegato per la realizzazione definitiva del dipinto?
TROCO: questa è una domanda a cui di solito non rispondo. Ma per simulare il solito oggi facciamo che è un giorno in cui rispondo: credo di ricordare tre o quattro giorni di bozzetti, studi ed acquisizione di informazioni ambientali e sul soggetto. La realizzazione pittorica invece è durata poco più di due settimane, mi pare. Ma quando lavoro a queste opere la tendenza è quella di non tener conto di nulla dimenticando il tempo che passa…
DAV: una cosa che incuriosisce i visitatori di una mostra, e magari anche appassionati lettori di questo blog, è sapere quale prezzo possa avere un’opera di questo tipo…
TROCO: minchia, tosta questa domanda….
Non è facile valutare un’opera tenendo conto del mercato dell’arte e del contesto collezionistico sul quale grava soprattutto la questione del nome dell’artista e non l’opera sola in sé. Però, escludendo avventurosi che sparano prezzi immeritatamente alti, si può sempre tentare una valutazione onesta del proprio lavoro. Io mi penso come un artista medio, non famoso ma abbastanza bravo. Direi quindi che un pezzo del genere potrebbe tranquillamente valere dai 5.000 ai 10.000 euro. Poi, chi mi conosce lo sa, il mio debole sono gli sconti e quando vedo emotività, interesse per una mia opera, rispetto e collaborazione… mi viene automatico andare incontro alle esigenze abbassando il prezzo, sempre però mantenendo una quotazione rispettosa. Ad eccessive richieste di abbassamento del giusto costo preferisco dire: piuttosto ti regalo l’opera….(!)
DAV: consiglieresti ad appassionati collezionisti di paleontologia o di arte di acquistare un Troco?
TROCO: eh… cosa vuoi che ti risponda. Certamente si. Comprate un Troco! Perché avrete sicuramente qualità, originalità, intensità, probabilmente qualche piccolo difetto che però dà carattere all'opera ma soprattutto sarei io a essere felice di lasciare una parte di me in possesso di qualcun altro: un artista lavora per la collettività, non per sé stesso.
DAV: va bene, sono molto soddisfatto di questa chiacchierata, credo sia opportuno versare un altro sorso di Jack Deniel’s. Sei d’accordo?
TROCO: …assolutamente si, è assurdo abbandonare mezza piena una bottiglia.

lunedì 18 settembre 2017

CIRNECO DELL'ETNA, Canis lupus familiaris

Questo post, un po’ anomalo per l’anello mancante, trova spunto in alcune riflessioni paleontologiche derivate da ritrovamenti di fossili di Canis lupus familiaris (Linnaeus, 1758) nei sedimenti alluvionali del Po e da un esemplare femmina di Cirneco da poco divenuto membro di famiglia. 
Un breve contributo che nasce dalla curiosità di saperne di più su di una razza arcaica di Canis lupus (Linnaeus, 1758) sia a riguardo della sua storia, sia della morfologia generale che parrebbe frutto di una selezione naturale poi rimarcata, secondo standard ben precisi, dalla manipolazione selettiva umana.


Le origini della razza del Cirneco dell'Etna troverebbero le proprie radici in Sicilia, dove i più la considerano razza endemica. Questo endemismo però vale solo per tempi storici recenti poiché l’origine di questi cani da caccia sarebbe fatta risalire ad antenati allevati in età faraonica nella valle del Nilo e diffusi poi in Sicilia e nel bacino del Mediterraneo dai Fenici e dai Cretesi.


La Sicilia era parte della Magna Grecia e la conferma della presenza del Cirneco deriva soprattutto dalle immagini riportate sulle monete rinvenute sull'isola e risalenti al VI – III secolo a.C.. Monete come la Didracma Sicula di Segesta e monete Greche testimoniano come le origini del Cirneco risalgono almeno al 1000 a.C.

L’antico “endemismo” siciliano trova conferma ancora oggi nella distribuzione dei numerosi allevamenti italiani con il massimo numero proprio sull’isola.
La razza del Cirneco dell'Etna, quasi a rischio di estinzione, inizia ufficialmente nell’anno 1939, quando viene riconosciuta dall'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI). L'appellativo "dell'Etna" è riferito alla capacità, del tutto peculiare della razza, di spostarsi con estrema agilità e velocità sulle pietraie laviche tipiche delle pendici del vulcano più alto e attivo del bacino mediterraneo, resistendo al clima torrido, all'asprezza del terreno e alle insidie della vegetazione fitta e spinosa delle aree limitrofe dell'isola.
Il Cirneco dell’Etna è un cane da caccia, abile in special modo con perlustrazioni e inseguimento per la cattura del coniglio selvatico. Esso è classificato nel Gruppo 5 cioè dei cani da caccia di tipo primitivo. Il suo aspetto generale è quello di un cane di media taglia dalle forme eleganti e slanciate, poco ingombrante ma robusto e resistente. La conformazione è quella del subdolicomorfo costruito leggermente, forma stretta e allungata, con tronco che sta nel quadrato e con pelo fine.
Il mantello è costituito da pelo raso sulla testa, sulle orecchie e sugli arti, semilungo (cm 3 circa) ma ben liscio ed aderente alla cute sul tronco e sulla coda con tessitura vitrea. Il colore è fulvo unicolore più o meno intenso o diluito oppure fulvo e bianco nelle sue gradazioni (lista bianca in testa, lista bianca al petto, piedi bianchi, punta della coda bianca, ventre bianco), (meno apprezzato il collare bianco); ammesso il manto fulvo frammisto di peli più chiari e più scuri.
Il Cirneco si muove con particolare andatura al galoppo anche con tempi di trotto.
Le proporzioni, divenute standard con l’istituzione ufficiale della razza sono: lunghezza del tronco uguale all'altezza al garrese (costruzione quadrata); altezza del torace leggermente inferiore all'altezza dal gomito a terra; rapporto tra la lunghezza della canna nasale e la lunghezza totale della testa; la canna nasale non raggiunge la metà della lunghezza totale della testa (il muso sta al cranio come 8 a 10, ma sono maggiormente apprezzati i soggetti il cui muso raggiunge la lunghezza del cranio).
È un cane da caccia al coniglio selvatico, dotato di grande temperamento ma anche dolce ed affettuoso.

Emma con Leyla del Gelso Bianco

Reference
http://www.cirneco.dog/index.html
http://www.enci.it/libro-genealogico/razze/cirneco-dell-etna
Domenico Tricomi, 1998. Cirneco dell'Etna. Edizioni Cinque, Pp. 128.

sabato 22 luglio 2017

FINALMENTE RITROVATO IL LEONE DEL PO...

La Pianura Padana, durante alcune fasi della preistoria, è stata una sorta di Serengeti.
Se in un recente passato, grazie all'incessante attività di ricerca del Museo Paleoantropologico del Po di San Daniele Po (CR), sono stati ritrovati fossili capaci di rievocare mandrie di bisonti, mammut, cervi megaceri, alci e altri erbivori predati da iene e leopardi, oggi possiamo affermare con certezza che tra queste magnifiche specie vi era anche il leone.

 
La Pianura Padana come un Serengeti: Panthera leo in predazione su rinoceronte (Africa)

Il suo ritrovamento, avvenuto poche settimane fa, completa un mosaico paleofaunistico iniziato nel 1998 con la fondazione del Museo e condotto a suon di ritrovamenti, ricerche sul campo, ricerche in laboratorio, collaborazioni con università, con specialisti in materia e con studenti volenterosi e mossi da straordinaria curiosità.
Pur essendo un ritrovamento eccezionale per rarità e stato di conservazione, e pur essendo l’unico finora documentato in Pianura, questo fossile non è però una vera e propria sorpresa.
I resti di questa specie erano attesi da anni nel Po. La sua previsione è stata suggerita dalle approfondite conoscenze paleoecologiche, paleoambientali e paleoclimatiche che ormai, grazie ad almeno un ventennio di studi sul campo, il Museo e il suo personale sono riusciti ad acquisire (Persico et al., 2006; Persico et al., 2015).
Conoscendo il quadro completo delle faune quaternarie padane e confrontando e correlando queste con altre rinvenute in diversi siti d’Europa e dell’Asia, è stato possibile individuare quali specie rare ma plausibili non sono ancora state rinvenute ma che verosimilmente dovevano essere parte di un quadro faunistico molto simile a quello europeo nel tardo Pleistocene.
Sul leone del Po circolava inoltre da tempo una “leggenda”, di cui parlò anni fa un post su questo stesso blog (Persico, 2014), nella quale si raccontava di una storia occorsa alcuni decenni fa, quando dal grande fiume cominciavano ad emergere i primi ritrovamenti paleontologici del Museo. Resti di mammiferi del Quaternario venivano alla luce ampliando l’orizzonte delle conoscenze degli appassionati, spesso imponendo consultazioni e confronti con specialisti della disciplina. E fu proprio a seguito di uno di questi confronti presso l’Università di Parma che venni a conoscenza della storia di un leggendario ritrovamento di cui però si persero le tracce.
Il docente di Paleontologia di allora mi raccontò di un leone fossile del fiume. Egli ebbe l’occasione di visionare furtivamente un cranio completo durante la visita di uno stano personaggio che si presentò un giorno in dipartimento per chiedere un consulto chiarificatore. Dalla scatola che portava sotto il braccio estrasse un cranio beige chiaro con i denti scuri, dai canini di grandi dimensioni e con una morfologia generale che non lasciava alcun dubbio: era la testa di un leone.
Il cercatore disse di aver trovato il fossile nel fiume Po in provincia di Parma. Disse di averlo raccolto e portato in Università (di Parma) per avere conferma delle sue supposizioni ma, dopo aver ottenuto la risposta dal docente, questo rimise rapidamente l’oggetto nella scatola facendo perdere ogni traccia sua e dello straordinario reperto.
Da allora rimase quella leggenda che, dopo i rari ritrovamenti da parte del Museo di San Daniele Po di resti fossili di Iena (Crocuta crocuta) e di Leopardo (Panthera pardus), prese sempre più importanza mostrando un reale fondo di verità. La leggenda del Leone del Grande fiume era l’unica testimonianza della possibilità che in Pianura avesse vissuto il grande felide. Questa ipotesi è però divenuta Teoria proprio alcune settimane fa quando al Museo Paleoantropologico del Po venne consegnato un rarissimo fossile ritrovato su di una barra fluviale del Po nei pressi di Cremona. Dopo un confronto a quattro mani col Direttore del Museo si è appurato trattarsi di una emimandibola sinistra di leone, in eccezionale stato di conservazione. Il fossile, della lunghezza di circa 22 cm, risulta integro in ogni sua parte presentando sporadici segni di fluitazione solo in corrispondenza del processo angolare (parte distale della mandibola).
La colorazione beige chiara dell’osso con i denti colorati dall'arancione al verde scuro e nero, conferisce al reperto il tipico aspetto dei fossili delle alluvioni quaternarie del fiume Po.
L'importanza di questo fossile è a dir poco straordinaria perché con esso si aggiunge l'ultimo tassello di un mosaico, quello dei carnivori fossili del Po, rappresentato dal Top predator per eccellenza: il leone (Panthera leo).

Emimandibola fossile di leone (Museo Paleoantropologico del Po)

Numerosi sono i fossili di leone rinvenuti sull'arco alpino ed appenninico ed in diverse parti d'Europa, ma per la Pianura Padana questa è in assoluto la prima volta.
Gli scenari futuri aperti col rinvenimento di questo nuovo reperto riguardano la ricerca scientifica e l'esposizione museale. Subito segnalato alla competente Soprintendenza, il reperto è già oggetto di un progetto di allestimento per il cui finanziamento il Museo di San Daniele Po ha partecipato ad un Bando di Regione Lombardia.
L’analisi morfologica, previa autorizzazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, sarà probabilmente accompagnata da una analisi genetica con lo scopo di distinguere l'appartenenza del fossile ad una delle due possibili sottospecie di leone presenti anticamente in Europa: Panthera leo spelaea (leone delle caverne) o Panthera leo persica (leone asiatico). In entrambi i casi, il Leone del Po, è stato un esemplare appartenente ad una specie originaria dell'Asia e migrata fino a colonizzare l'india, il vicino oriente, la Russia e l'Europa durante il Pleistocene superiore (1.3-0.01 Ma).

Leone asiatico (Panthera leo persica)

Il Leone del Grande Fiume sarà oggetto di ostensione nella sezione dei Carnivori fossili del Po a partire da novembre 2017 con una esposizione ad hoc corredata di informazioni scientifiche, materiale didattico e ricostruzione pittorica dell’animale in vita.

La Pianura Padana come una sorta di Serengeti: se qualche anno fa l’idea era una entusiasmante ipotesi, oggi questo quadro è una una straordinaria realtà.


Leone speleo (Panthera leo spelaea) Chauvet Cave sud della Francia

Leone con leonessa (A. Ligabue)



REFERENCE
D. Persico, F. Cigala Fulgosi, Valeria Ferrari, S. Ravara, C. Carubelli, 2006. “I fossili del Fiume Po: catalogo dei mammiferi fossili delle alluvioni quaternarie del Museo Naturalistico Paleontologico di San Daniele Po (CR)”. Ed. Delmiglio, Persico Dosimo (CR).
D. Persico, A. De Giovanni e S. Ravara (2015). I Fossili del Po, Manuale pratico di Paleontologia fluviale. Ed. Delmiglio, Persico Dosimo (CR).

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D. Persico, 2014: http://anellomancante.blogspot.it/2014/03/la-leggenda-del-leone-del-grande-fiume.html
http://www.nanopress.it/cultura/foto/antonio-ligabue-le-opere_6181_18.html
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sabato 8 luglio 2017

WUNDERKAMMER IN SCATOLA


(https://s-media-cache-ak0.pinimg.com/736x/25/d5/e2/25d5e27ecd01bd5c2102f81e8c8ad32d--cabinet-of-curiosities-natural-curiosities.jpg)

Le chiamavano camere delle meraviglie o gabinetti delle curiosità. Nacquero nel cinquecento ma la loro idea affonda le radici nel medioevo. Esse si svilupparono soprattutto nel Seicento, alimentandosi delle grandiosità barocche fino a protrarsi nel Settecento, quando le curiosità scientifiche iniziarono ad alimentare un amore “Illuminato” per la conoscenza.
Ciò che la natura forniva veniva definito naturalia. Particolarmente ricercati erano i naturalia che presentavano caratteristiche  impressionanti come forma o dimensioni fuori dal comune, come ad esempio gemelli siamesi, animali rari o sconosciuti, ortaggi e frutti di dimensioni fuori dalla media o scheletri mai visti. Diversi ma ugualmente ambiti erano invece gli oggetti creati dalle mani dell'uomo, detti artificialia. Questi manufatti, particolari per la loro originalità ed unicità, erano spesso fatti con tecniche complicate o segrete e provenienti da ogni parte del mondo. Tutti questi reperti erano complessivamente mirabilia, ovvero cose che suscitavano la meraviglia nell’osservatore.
I mirabilia venivano disposti n una stanza destinata alla loro raccolta. Le pareti erano generalmente rivestite di scaffali di legno dove trovavano posto barattoli di vetro contenenti preparati in liquido di parti anatomiche, spesso umane, feti, animali deformi, rocce o pietre rare, zanne di elefante, rami di corallo, piante rare essiccate. Agli scaffali si alternavano mobili con vetrine e ricchi di cassetti in cui erano raccolti gli oggetti più piccoli o più preziosi, come perle deformi, pietre preziose rare, semi di frutti esotici. Piccole vetrine contenevano gioielli oppure oggetti preziosi unici nel loro genere ottenuti con l'uso di perle deformi o rami di corallo di colore o forma assai rara. Al tetto della camera, alle parti libere delle pareti nonché ai lati degli scaffali, venivano appesi animali tassidermizzati come piccoli coccodrilli, lucertole, oppure ossa e denti di pesci, uccelli e mammiferi, o ancora grandi conchiglie. Straordinariamente desiderabili apparivano i "naturalia" e gli "artificialia" provenienti da paesi lontani, al di là degli oceani.
Ma non erano solo questi gli oggetti degni di far bella mostra di sé in una wunderkammer: ve ne erano altri, come libri e stampe rare, erbari, quadri, cammei, filigrane, collane di perle e coralli, vasi, reperti archeologici, monete antiche, tutti articoli che incrementavano un commercio che era rivolto a soddisfare le esigenze del collezionismo e che non di rado traeva sostentamento dalle falsificazioni. Poiché però tutti questi oggetti avevano un prezzo ingente, possedere una wunderkammer degna di essere mostrata agli amici e ad illustri visitatori non era un fatto molto comune: generalmente averne una era appannaggio di re e nobili, di emeriti scienziati e di uomini dotti e ricchi, di conventi e monasteri. Questi ultimi erano stati sin dal loro primo apparire, non solo luoghi destinati ad accogliere i religiosi, ma anche fari di civiltà e custodi della cultura.
Nelle abbazie frequentemente vi erano biblioteche che ospitavano libri rari e wunderkammer dove si potevano trovare oggetti che erano argomenti di studio per gli scienziati, o manoscritti di opere ormai introvabili altrove e persino qualche papiro egiziano. I monasteri, poi, ricevevano donazioni, eredità, ex voto offerti in cambio delle grazie ottenute. L'accumularsi di "naturalia" e "artificialia" nelle wunderkammer diede luogo, in un certo momento, verso la fine del XVIII secolo, alla costituzione di veri e propri musei, allorché i monaci delle abbazie o i possessori privati di camere delle meraviglie decisero di ordinare e catalogare la quantità incredibile del materiale raccolto e di consentirne, sia pure con molta iniziale cautela, la fruizione al pubblico.
Nell’Ottocento, le grandi wunderkammer scomparvero, disassemblate, vendute ai privati o integrate nei nascenti musei moderni. La scienza, disciplina ormai ben definita, perse interesse per il genere di meraviglia barocca di un tempo, forse ritenuta puerile rispetto alla più seria e impegnata prospettiva positivista.
Il collezionismo continuò in maniera sporadica e del tutto marginale durante il primo Novecento. Qualche raro antiquario, soprattutto in Belgio, nei Paesi Bassi o a Parigi, commerciava ancora in occasionali mirabilia, ma l’epoca d’oro era passata da un pezzo.
Tra gli sparuti collezionisti di questa prima metà del secolo il più celebre è André Breton, il cui cabinet di curiosità è ora esposto al Centre Pompidou.
L’interesse per le wunderkammer comincia a risvegliarsi durante gli anni ’80, e arriva da due fronti ben distinti: quello accademico, e quello artistico.
Da una parte gli studiosi di museologia iniziano a riconoscere il ruolo delle wunderkammer come antesignane delle collezioni museali odierne; dall’altra alcuni artisti si lasciano affascinare dal concetto di camera delle meraviglie e lo utilizzano nelle loro opere come metafora del rapporto tra l’uomo e gli oggetti.
Ma il vero boom avviene con internet. Il “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa sulla rete, grazie alla quale è possibile non soltanto condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.
Questo cambiamento epocale genera, come prima macroscopica differenza con il passato, il fatto che il collezionismo di curiosità non è più appannaggio esclusivo di facoltosi milionari. Certo, esiste un mercato di altissimo profilo (a cui la maggior parte degli appassionati non avrà mai accesso); ma la buona notizia è che oggi chiunque abbia una connessione internet possiede già i mezzi per cominciare una sua piccola collezione. Grazie alla rete qualunque appassionato può creare il suo scaffale di meraviglie. Esistono anche libri per bambini, attività scolastiche e corsi specifici che incoraggiano anche i più piccoli a iniziare questo genere di esplorazione delle meraviglie naturali.
Nelle antiche wunderkammer andavano certamente per la maggiore gli exotica, cioè quegli oggetti provenienti da colonie distanti e da culture per l’epoca ancora misteriose. Ma oggi, cos’è davvero esotico – cioè “che resta fuori, che è lontano”? Vivendo in un mondo globalizzato e iperconnesso da trasporti e rete internet, nulla è praticamente più fuori portata di mano e allora i collezionisti hanno rivolto un occhio interessato all’unico vero spazio esterno che rimane cioè il cosmo, impegnandosi nella ricerca di memorabilia provenienti dall’epoca eroica della Corsa Spaziale come tute da astronauti, apparecchiature provenienti da varie missioni spaziali, frammenti di Luna e meteoriti.
Altri collezionisti invece si spingono non al di fuori dello spazio bensì nelle profondità del tempo alla ricerca di fossili e soprattutto di dinosauri.
Una sorta di “movimento” delle neo-wunderkammer nasce e si sviluppa quindi sulla rete, e nei numerosi mercatini che costellano ormai ogni realtà cittadina e di paese. Grazie a questi non soltanto è possibile condividere conoscenze ma anche dare nuova linfa al mercato di oggetti di curiosità.
Se a questa “rinascita” aggiungiamo spazi abitativi ridotti, la voglia di collezionismo anche di ceti medio bassi, la disponibilità di mirabilia da tutto il mondo e a prezzi contenuti, possiamo spiegarci anche il proliferare delle piccole wunderkammer box.

* * *

Il concetto delle wunderkammer box è pressoché identico alle antiche camere delle curiosità. 
Alla base del loro allestimento sta la curiosità e la meraviglia. Esse devono provocare stupore ed emozioni nell’osservatore. Il contenuto è a discrezione soggettiva ed è molto influenzato dagli interessi e da luogo di vita del collezionista. La base concettuale però di una scatola delle meraviglie è quella di contenere, per stupire, ogni elemento significativo dell’universo, “riassumendolo” nelle sue piccole dimensioni relegandolo nello spazio di uno scomparto della scatola.
A tal proposito, con intento esemplificativo, proviamo a descrivere una wunderkammer box appositamente allestita per finalità didattiche museologiche. Non nascondo però che il senso di piacere e di soddisfazione collezionistica sia stato pienamente soddisfatto anche durante questo esercizio:
è stata scelta, mediante una specifica ricerca in rete, una scatola a scomparti in legno, molto economica ed usata, con coperchio in vetro. Essa è suddivisa in venti scomparti uguali di ridotte dimensioni (7 x 8 cm) sul fondo dei quali sono state posizionate, adeguatamente piegate, pagine di un vecchio vocabolario (Melzi) illustrato, contenenti le definizioni degli oggetti conservati o di concetti da essi espressi.
I reperti sono stati scelti con i criteri sopra descritti per le wunderkammer cioè per il loro contributo nella definizione degli aspetti dell’universo, dell’uomo e del suo progresso, con un occhio di riguardo all’aspetto estetico come la forma, il colore, le dimensioni e la provenienza.
Complessivamente sono stati inseriti oggetti naturali espressione del mondo minerale terrestre, extraterrestre e frutto dell’incontro dei due. Resti di animali attuali, uova, denti e fossili di pesci oltre che dinosauri. Un cranio attuale e dei molluschi esotici terrestri coloratissimi oltre ad una conchiglia dal duplice significato naturalistico ed etnico-religioso. Manufatti preistorici degli arbori di Homo sapiens assieme ad oggetti più recenti come un frammento di palco di cervo lavorato con iscrizioni simboliche, manufatti in ceramica terramaricola, un idolo Lobi in osso e una valvola di radio.
Scandisce i tempi e le Ere della scatola un vecchio e malandato orologio da taschino.
Ma osserviamole una per una queste venti selezionate mirabilia:
- Tectite: si tratta di un ciottolo a forma d’uovo, di quarzo trasparente tendente al giallo. Esso si è generato grazie all’impatto di un meteorite col substrato sabbioso del deserto del Sahara. La forte temperatura di fusione ha vetrificato la sabbia quarzosa formando tectite di cui quella posizionata nella scatola. Il reperto è stato acquistato direttamente da un cercatore marocchino dopo aver fatto conoscenza su Facebook;


- Balani: un’incrostazione di denti di cane, balani, preparati per disidratazione ed ancorati a rosa su di una piccola boa di galleggiamento per reti. Naturali rinvenuto sulla spiaggia di Lido di Spina (FE);


- Frammento di base di un palco di cervo, spianato e inciso con motivi circolari con foro centrale. Si tratta della parte di un manufatto con simbologie ricorrenti anche in epoca moderna, che rimandano al seno, quindi alla fertilità. Il manufatto, risalente all’Età del Bronzo, proviene dal sito di Ognissanti, in prov. di Cremona;


- Molluschi terrestri esotici, estremamente colorati, cono collocati in uno scomparto al fine di stupire con la loro splendida livrea rossa, gialla, azzurra, verde e arancione. Le conchiglie sono state acquistate al Mineral Show di Bologna;


- Mandibola di squalo, di piccole dimensioni, perfettamente munita di denti e sapientemente preparata. Il reperto è un lascito del Prof. di Paleontologia esperto di squali e mio predecessore (oltre che maestro);


- Meteorite rocciosa, chondrite, caratterizzata da una forma a fungo generata dall’ablazione durante l’ingresso in atmosfera. Evidenti sono le strie di ablazione che caratterizzano la parte superficiale che sta rivolta alla Terra durante la caduta. Il reperto è stato acquistato al Torino Mineral Show da un rivenditore magrebino;


- Modello interno di Goniatites, ammonite permiana proveniente dal Marocco. Caratterizzata da una preparazione che ne ha messo in evidenza le linee di sutura e le camere incredibilmente riempite di sedimenti diversi tra loro e con colorazioni sgargianti. Fossile acquistato al Mineral Show.


- Uovo di razza, essicato, caratterizzato dall’essere avvolto da filamenti e frammenti di plastica colorata. Il reperto, rinvenuto sulla spiaggia di Lido di Spina testimonia l’elevato stato di inquinamento dei nostri mari soprattutto a causa di ingenti quantità di materiale plastico;


- Vecchio orologio da taschino, fuori uso, in argento, denota la tecnologia meccanica dell’uomo e lo scandire del tempo. Richiama inevitabilmente il concetto moderno di stile steampunk che alle wunderkammer prepotentemente si accosta.


- Pesce fossile di Bolca (VR), un piccolo esemplare proveniente da uno dei giacimenti paleontologici più famosi al mondo. Parte di una fauna ittica tropicale Eocenica, è testimone di mari caldi e vulcani costieri che caratterizzavano il futuro nord Italia di circa 48-50 milioni di anni fa;


- Pecten jacobeus, valva sinistra. Conchiglia simmetrica, rinvenuta sull’Adriatico, simbolo di pellegrini e viandanti;


- Grosso scarabeo stercorario, preparato per disidratazione, proveniente dal Kenya, impressiona per dimensioni e per le ali posteriori non perfettamente ripiegate sotto le possenti elitre.


- Geode di quarzo ametista. Una piccola camera all’interno di un corpo roccioso ha visto lo svilupparsi di piccoli cristalli viola perfettamente formati, trasparenti e luccicanti;


- Cranio di Gatto, dagli ampi occhi frontali, stupisce per la forma golosa e i denti affilati coloro che un gatto ce l’hanno in casa ma che non ne hanno mai preso in considerazione le forme anatomiche interne. La propensione predatoria notturna è evidenziata dalla conformazione facciale;


- Frammento di ceramica cardiale e manufatto in ceramica dell’età del bronzo. Quest'ultimo è una miniatura di un vaso o di un’urna. Il reperto, costruito a scopi rituali o ludici, costituisce un modellino con le perfette sembianze di un manufatto domestico.


- Edelweiss, piccola stella alpina rinvenuta nel vecchio dizionario dal quale sono state prelevate le pagine per il fondo degli scomparti e la descrizione degli oggetti. Fu certamente il caro ricordo custodito nel tempo ed impreziosito con un nastro giallo.


- Cuspide di dente di Carcharodontosauro, enorme dinosauro carnivoro vissuto in nord Africa circa 94 milioni di anni fa. Impressiona il profilo sottile e seghettato dei denti di questo gigante carnivoro estinto;


- Manufatto paleolitico clactoniano, proveniente da Perfugas in Sardegna. Si tratta di una lama raschiatoio a ritocco semplice ottenuta scheggiando un frammento di legno silicizzato della famosa foresta fossile sarda. L’oggetto venne raccolto accidentalmente durante un’escursione nel nord della Sardegna.


- Piccolo idolo Lobi bateba in osso. Statuetta evocativa degli spiriti dei defunti, utilizzata a scopi rituali e di esorcismo nelle popolazioni Lobi, viene spesso appesa come pendaglio protettivo al collo dei bambini o dei loro letti o culle. Colpisce la bellezza del materiale impiegato per la costruzione di questo manufatto che generalmente è lignea. Il manufatto è stato acquistato nel mercatino dell’antiquariato di Genova;


- Valvola di radio, prodotta da SICTE, utilizzata negli apparecchi radio del 900 fino agli anni 60-70. Rappresenta nella scatola l’avvio di comunicazioni economiche e rapide embrione degli attuali network.


Naturalia, artificialia, antichi, recenti o attuali. Animali, vegetali o minerali, Terrestri o extraterrestri, costruiti dall’uomo, base del progresso o elementi esoterici disposti in una meravigliosa, stupefacente, interessante piccola scatola di mirabilia, rigorosamente in ordine casuale.



"A forza di stupore, la scienza progredì. Provare meraviglia è un requisito scientifico perché istiga a scoprire. Non so se è ancora così, non mi intendo di scienza e non conosco scienziati. Però se non c'è più la meraviglia di chi si chiude in un laboratorio, peggio per lui e peggio per la scienza". 
(Erri De Luca, Sulla traccia di Nives)


REFERENCE


Curzio Cipriani, 2006. Appunti di museologia naturalistica. Firenze University Press.
Matteo Merzagora e Paolo Rodari, 2007. La scienza in mostra. Bruno Mondadori

Keri Smith, 2008. Come diventare un esploratore del mondo.Corraini Edizioni.
Erri De Luca, 2016. Sulla traccia di Nives. Feltrinelli Ed.